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Anteprime Consorzi toscani 2008: Benvenuto Brunello, bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

Indubbiamente anche quest’anno l’interesse mediatico attorno al Brunello di Montalcino ha del clamoroso: la graziosa cittadina toscana è stata letteralmente invasa nel corso della tradizionale kermesse Benvenuto Brunello e una selva di wine writers provenienti da ogni dove, celebri e meno celebri, sempre di più ogni anno, sono accorsi in massa per dire la loro, sentenziare, mettere paletti, mostrare (mostrarsi) e dimostrare.

Ed io cos’ho da dire, o da aggiungere, su questo visibilio di commenti che affollano ed affolleranno web e testate da qui in avanti? E soprattutto, vista e considerata l’annata in gioco (Brunello 2003), sentenzio offeso che non è cosa o che altro? Ci ho rimuginato un po’ su, scorso con attenzione gli appunti di degustazione, raccolto a memoria i commenti dei primattori che ho avvicinato durante la trasferta ilcinese e alla fine ho ritenuto di ricorrere alla salomonica teoria del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno; però, per una volta, dedico quello mezzo vuoto all’aspetto organizzativo: con tutto il rispetto e la simpatia che nutro verso il locale Consorzio di Tutela (per molti versi un consorzio modello) resta da risolvere il problema cruciale, che se ne porta dietro altri molto fastidiosi, non tanto e non solo per i giornalisti quanto per i produttori che hanno inteso presentare lì i propri vini, e non mi riferisco al proverbiale rumore di fondo (chiamarlo rumore di fondo è un eufemismo) che regna sovrano nella grande tensostruttura ilcinese, perché questo è un dato ormai acquisito sul quale c’é poco da fare: chi ci va sa già che è così, difficile trovare una alternativa che non sia quanto meno dolorosa per qualcuna delle parti in causa. Mi riferisco ad un aspetto che non posso pensare che non sia risolvibile: non v’è assoluta certezza di corrispondenza fra vino e bicchiere. In altre parole le modalità operative di servizio (un sommelier prende un ordine al tavolo del giornalista di turno e poi si allontana per farsi riempire i bicchieri da un altro sommelier che sta in mezzo a una selva di bottiglie numerate, spesso con etichette simili, con selezioni e vini annata che a volte manco si distinguono l’una dall’altra, con la pressione addosso dovuta al fatto che altri sommelier stanno aspettando, con bicchieri che vengono invertiti ecc ecc) non consentono ai giornalisti (neanche a quelli che decidono di non degustare alla cieca) di avere la certezza della corrispondenza, ciò che porta -come conseguenza principale- a poter scrivere di vini che in realtà non sono quelli che uno ha assaggiato. E’ una aleatorietà, una sostanziale leggerezza che un nome come quello del Brunello non si può più permettere. E a poco serve la sostanziale bravura e solerzia dei sommelier. Diretta conseguenza sul mio operato, non procedere più alla cieca in questi contesti ma con la piena consapevolezza di cosa ho scelto, confidando quanto meno nella speranza di poter “sentire” lo stile del produttore da quello che bevo, ché non mi sembri fuori luogo, e scrivere di rimando qualcosa sui vini che mi sono apparsi fra i più interessanti solo dopo riassaggio a bocce ferme, che in questo caso significa andare al banchetto del produttore e farsi mescere là per là QUEL vino selezionato. Solo così si può eventualmente evitare di “sparare” meno a caso, come mi sembra stia inevitabilmente accadendo. Però, metodo personale a parte, mi sembra chiaro che così non può andare, dal momento in cui penso che una soluzione quale quella praticata ad esempio durante l’anteprima Chianti Classico, in cui il sommelier si presenta al tavolo del giornalista direttamente con le bottiglie prescelte e mesce direttamente lì il vino nei bicchieri, possa già colmare la lacuna.

Sul piano più squisitamente tecnico e di merito invece, forse mi ripeterò ma febbraio non è assolutamente il mese più adatto per assaggiare le nuove annate di Brunello: la complessità del vino di per sé, la vicinanza con il periodo di imbottigliamento (o ringiovanimento), il fatto che in alcuni casi si ha a che fare con campioni di vasca (anche sotto questo aspetto una informazione al proposito nella lista dei vini no eh?) devono far stare cauti sull’esporsi in giudizi tranchant o definitivi.

Detto questo, non intendo certo esimermi dal fornire un giudizio di massima sulle annate in gioco, e stavolta non mi accodo – guarda un po’ – al coro di critiche imperanti sulla annata 2003 e scelgo il bicchiere mezzo pieno. Perché in diversi casi quel coro mi è parso francamente esagerato, fondato più su una serie di luoghi comuni legati alla presunzione di interpretare una annata solo sulla carta per attendersi perciò dai bicchieri obbligatoriamente quella risposta, senza distinguo, mettendo tutto in un calderone e non discettando magari sul fatto che l’area ilcinese è alquanto disomogenea sia come altitudini che come esposizioni che come piovosità e clima, che esistono pratiche agronomiche oculate e gestibili sapientemente anche in condizioni estreme, che esiste vigna e vigna, che qualcuno potrebbe aver fatto selezioni più drastiche ecc ecc. E così dedico il mio bicchiere mezzo pieno non solo ai Rossi di Montalcino 2006, dei quali ho già subodorato (80 i campioni assaggiati) la buona qualità complessiva che chiaramente fa aumentare in prospettiva le credenziali dei Brunello pari annata, quanto ai tanto vituperati Brunello di Montalcino 2003, dai più dati per persi, cotti e spacciati.

Sì, mezzo pieno, perché analizzando gli 80 Brunello 2003 scelti non a caso dai quasi 150 esemplari presentati all’assaggio io non ho ravveduto l’immane tragedia. Intanto mi conforta un dato: che se una annata del genere fosse capitata a Montalcino non più tardi di una decina d’anni fa i risultati sarebbero stati ben peggiori. Bella soddisfazione, mi direte voi! Sì, rispondo io, perché questa accresciuta padronanza nei mezzi non è oggi cosa da poco. Poi, che la situazione produttiva nel territorio sia disomogenea è un dato riscontrabile sia nelle annate buone che in quelle meno buone. Certo, non mancano i vini arrangiati, i vini cadenti o in stato di forma più precario di altri (non mancano mai però, neanche nelle annate top) e certo non si potrà parlare di annata memorabile, tale da offrirci dei vini longevi per esempio, ma io ho trovato almeno una trentina di vini che vanno da buoni a molto buoni, nei quali l’equilibrio e la reattività non mancano, e non mi sembra un dato deprecabile dal momento in cui mi sono fermato a circa la metà dei campioni proposti, tenuto conto del fatto che mancavano all’appello nomi che non sorprenderà poi tanto ritrovarli magari al vertice qualitativo della denominazione (Poggio di Sotto, Costanti, Biondi Santi, Salvioni, Cerbaiona, Salicutti, Case Basse, Pieve Santa Restituta tanto per citarne qualcuno..) e stanti le difficoltà di interpretazione che questo millesimo indubbiamente portava con sé; e questo perché in quei casi non solo non è venuta meno l’anima sangiovesista, non solo non sono venute meno le ragioni di un terroir rispetto ad un altro, ma anche – e questo a parer mio è l’aspetto più positivo- lo stile del vino e del produttore sono emersi con coerenza anche da una annata “tecnica” come questa. Poi, è anche vero che generalmente le zone nord e nord est hanno offerto vini dalla silhouette più equilibrata e sfumata, con percezioni di freschezza acida assolutamente non banali, rispetto ad altre evidentemente più “caloriche e corpose” (ma anche qui non mancano le sorprese); è vero che in cantina la consapevolezza tecnica in fase di vinificazione ed affinamento non ha ancora raggiunto quello che potrebbe/dovrebbe raggiungere, ma il risultato globale è che non ci troviamo di fronte a dei vini inevitabilmente/irrimediabilmente imbevibili, dai tannini verdi e dai profumi cotti.

SUI BRUNELLO 2003

Estrapolando quindi qualche suggestione di merito, con la sottesa speranza di non essere smentiti dai vini stessi quando li reincontrerò, sicuramente più “stabili”, fra qualche mese, dico che mi ha letteralmente stregato Sesti, e non tanto per il valore indiscusso di un talento artigiano che gli riconosco ormai da tempo, quanto per la reale consistenza del suo Brunello 2003, veramente profondo e struggente, un vino che ci proviene dall’area di Argiano, dove peraltro anche la maison omonima non ha tradito le aspettative con un Brunello di buon equilibrio, sapido e croccante, confermando le buone nuove in fatto di continuità e tipicità. Ma come detto è dalla zona nord che mi arriva una migliore omogeneità qualitativa: e allora una ipotetica batteria che annoveri Lambardi, Baricci, Il Colle, Le Chiuse, Fornacina, Pietroso, Il Paradiso di Manfredi, Canalicchio di Sopra, Canalicchio può costituire un bello spunto di riflessione, oltre che di godimento. Maurizio Lambardi ci regala in questa annata l’ennesima prova autoriale, cucendo un abito aggraziato sopra un Brunello splendidamente stilizzato; il grande vecchio Nello Baricci non rinuncia alle proverbiali introspezioni nell’assetto aromatico dei suoi vini, in cui il tratto idrocarburico e di carne frollata ci dice di non avere fretta, ma ci rivela una materia e un bilanciamento delle parti encomiabili; Caterina Carli (Il Colle) persegue con caparbietà la passione che fu del padre, sfornando un Brunello 2003 fra i più teneri e raffinati, che anche in questa annata non rinuncia agli emblematici fraseggi floreali tipici dell’areale del Colle al Matrichese (ma attenzione alla aleatorietà fra bottiglia e bottiglia!), così come il Brunello 2003 di Niccolò Magnelli e Simonetta Valiani (Le Chiuse) non rinuncia al fascino del suo rigore austero. Risultati molto interessanti mi arrivano da Fornacina, perché Simone Biliorsi ha realizzato un Brunello realmente ispirato nel cogliere l’anima più autentica e suggestiva del sangiovese grosso, da Il Paradiso di Manfredi, piccola realtà in odor di biodinamica capitanata da Florio Guerrini i cui vini hanno l’innegabile pregio di conservare naturalezza e beva non comuni oltre che di affrancarsi da una visione puramente merceologica del prodotto, e da Pietroso, che già mi aveva intrigato nelle ultime edizioni e che anche in questa annata (vigneti molti alti, zona fresca) sorprende per reattività e mineralità, lasciando percepire una acidità naturale confortante e bella. Buoni (anche se non all’altezza delle migliori edizioni naturalmente, ché quelle veleggiano solitamente ai piani altissimi della denominazione) i Brunello della “genìa Pacenti”, ossia Canalicchio di Sopra (profondo, elegante, sapido), Canalicchio- Franco Pacenti (boschivo, flemmatico, rigoroso, tannico) e Siro Pacenti (preciso, maturo, equilibrato, netto). Dal versante nord-est colpiscono le prove sia di Pian dell’Orino, grazie alla focalizzazione, alla veracità e al disegno sapido che da qualche stagione a questa parte innerva i Brunello della casa, sia soprattutto de Le Macioche, il cui Brunello mi è parso oggi uno dei più completi ed equilibrati, giusto compendio fra austerità ed eleganza. Realmente esplosivo poi, quasi vulcanico nella sua sapida asprezza, il Brunello 2003 de La Magia, una azienda di nicchia i cui vini andranno tenuti d’occhio.

Aggiungiamoci poi la veracità commovente di un Fattoi, la costante crescita qualitativa di Ventolaio (che, ricordiamolo, possiede vigneti ad altitudini elevate), le conferme de La Colombina, l’intrico old fashioned di Fornacella, l’ineccepibile esprit sangiovesista de Il Poggione, la razza dei vini de La Palazzetta (sia pur restii a concedersi in prima gioventù), le buone nuove della giovane San Lorenzo, le conferme di San Carlo e Ferrero……insomma, a ben vedere, non si muore proprio di noia.

SUI ROSSO DI MONTALCINO 2006

Note molto positive sulle qualità strutturali dell’annata e riscontri di conseguenza offrono un quadro confortante e lusinghiero, dal quale emergono diversi vini di personalità qualunque sia la zona di provenienza. Volendo forzatamente sintetizzare, butto là tre esempi fulgidi da altrettante microzone: Lambardi (nord), Fossacolle (centro) e Uccelliera (sud). Il primo ricorda la grazia espressiva e il rigore senza orpelli a cui l’autore ci ha abituati da tempo; il secondo mi coinvolge per via della sua tipica nota mineral-ferrosa e la sua visceralità, alla quale non so resistere; il terzo, grazie alla volitiva presenza scenica (immancabili l’humus e la terra del bosco), riunisce in sé le doti costitutive di un Brunello in fieri e ha dalla sua una dolcezza tannica invidiabile. Sono solo tre esempi, se ne potrebbero fare molti altri……

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