Sotto-zona/cru: Duino-Aurisina (TS)
Data assaggi: Febbraio 2008
Il commento:
Su quel giallo paglia velato ma reattivo poggia sicuramente l’impronta sua macerativa, ribadita da un naso sulfureo, “artisan”, tutto roccia e naturalezza, che coinvolge e intriga per la sua sprezzante audacia minerale, per quel suo respiro genuino e senza compromessi in cui i profumi di erbe e macchia, nespola e albicocca, fiori e agrumi si intersecano e susseguono profilandosi, rilasciando un senso di rigorosa autenticità e di purezza senza orpelli.
La bocca, in piena coerenza, è bocca schietta, dagli umori semiaromatici, dove quel sentimento vegetale così ben integrato altri non è se non uva sotto ai denti. E’ bocca dalla salinità incredibile, questo è, dal coté roccioso manifesto, in cui energia vitale (freschezza acida) e bevibilità vanno a braccetto, senza corrugamenti tannici di sorta. Trascinante e succosa, riesce a trasmettere la vibrazione minerale che attiene soltanto ai luoghi individui, gli elettivi, le cui intimità devi letteralmente strappare alla terra. Nel frattempo mi scopro a sorprendermi della ginestra selvatica e della lavanda, mentre una nota fumé da pietra spaccata rischiara la strada dei sapori. Mi appare così indomabile lo spirito “carsico” di questo bicchiere, quasi fosse una nobilitazione di un animo contadino. Perché, a ben vedere, è proprio una contadinità ingenua e struggente che ogni sorso non si stanca di rivendicare.
A 15 euro o giù di lì nelle enoteche d’Italia, un vino di frontiera. Per capire, una volta di più, la bellezza della (nella) diversità.
La chiosa:
Uno di quei (pochi) vini che puoi intuire al volo da dove provenga, ché non te la manda a dire la sua appartenenza. E’ un vino “senza firma”, traduttore talmente fedele delle ragioni della propria terra da (r)accogliere persino un po’ del vento che c’è là. Qui è dove il terroir non è retorica. Qui è dove la poderosa spinta salina, la verve acida “aguzza” e vivace, la simpatica carica tannica derivatagli da una macerazione calibrata sulle bucce, bellamente si armonizzano rendendo tutto il fascino e l’istintiva complicità di un bere amico, ben oltre la fierezza indomita con cui ti presenta il conto. E’ uno di quei vini di cui faccio fatica a fissarne il tempo, non riesco cioé a spiegarmi fino in fondo a quale tempo appartenga, ma a lui non so rinunciare. Perché la chirurgia enologica non vi dimora e a quel suo librarsi libero, affrancato dai cliché e dalla sudditanza, senti appartenere l’ìnsegnamento senza tempo. Dentro il mio bicchiere di oggi sai cosa c’è? c’è il passato, il presente e il futuro: c’è il cuore del discorso.
Sicuramente, ieri come oggi, il Carso ha trovato nella famiglia Skerk un alleato insostituibile. Quella terra di frontiera (rossa e salata) ne è consapevole, al punto da ripagare i suoi contadini con sapori che non perdi.

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









