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Sicilia en primeur 2008, anno di svolta?

MARSALA (TP) – 8 marzo 2008, quarta edizione di Sicilia en primeur: si presenta l’annata 2007. Nuova location, occidentale stavolta, dopo l’orientale Taormina, e nuovissimo il resort Baglio Oneto che ci accoglie in leggera collina, con una fantastica vista sulle Egadi, su Mothia, sulle saline.

La degustazione en primeur si svolge secondo una formula che, lo scorso anno, non ha mancato di raccogliere critiche: degustazione alla cieca di 23 vini selezionati da un’apposita commissione, sotto la guida di un enologo, Riccardo Cotarella stavolta. I 23 vini, di cui conosciamo i vitigni e la provincia di provenienza, non rappresentano tutte le aziende di Assovini (l’associazione di produttori che organizza questo evento), e non ne conosceremo la vera identità. Un modo per valutare la vendemmia, a nostro vedere assai difficoltoso data l’ampia disomogeneità dei campioni presentati, ma che si presta invece a analisi di tipo diverso, per esempio quella che si sofferma sui vitigni e sulle zone vinicole selezionate. Lo scorso anno, ad esempio, e nonostante la location etnea, non un solo nerello presente, o un carricante, una svista giustamente corretta quest’anno. Ampliando il quadro ecco apparire chiara la scelta di campo della commissione selezionatrice: su 23 vini solo 4 gli internazionali in purezza, solo due gli uvaggi tra vitigni tipici e internazionali. Sette i vini in cui il nero d’Avola è maggioritario. Insomma, la svolta è compiuta, se chardonnay, merlot, syrah hanno lanciato l’isola sul mercato del vino di qualità è definitivamente arrivata l’ora di affermarsi con la propria tipicità. Un cambiamento che ormai permea anche il sottostante culturale degli addetti al marketing delle aziende, insieme alla decisa ricusazione della barrique come mezzo per “aromatizzare” i vini: su quattro aziende visitate, quattro volte abbiamo ascoltato la stessa professione di fede verso l’utilizzo dei piccoli legni non per cedere vaniglia, spezie, chiodo di garofano, ma per affinare il vino tramite il maggior interscambio gassoso.

Tutto confermato, dopo la breve introduzione di Lucio Tasca, da Cotarella: “Abbiamo scelto le realtà più rappresentative e in maniera programmata abbiamo quasi escluso gli internazionali”, e, iniziando dai bianchi “abbiamo selezionato un viognier perché non c’è una vitigno che si adatta alla Sicilia come questo. E comunque, parlando dei francesi, loro mi dicono sempre di non discutere di uva, ma di territorio. E quindi non dimentichiamo che queste uve sono comunque fatte in Sicilia.”

Bell’incipit che cozza subito con la realtà della degustazione, dove i sei vini bianchi della prima batteria si dimostrano completamente diversi uno dall’altro proprio per il diverso vitigno utilizzato, ognuno con la propria spiccata varietalità. Ma non sarà l’unica contraddizione nel commento di Cotarella, forse un po’ spiazzato da una selezione non effettuata da lui o comunque condizionata da ovvie necessità di rappresentazione, territoriale come aziendale.

Mentre attendiamo che i primi vini vengano tutti versati c’è tempo per allargare la discussione, e Cotarella lancia il suo strale contro “i profeti del nulla, quelli che dicono che il vino è solo il frutto naturale dell’uva,” consigliando loro “di acculturarsi un momentino,” perché certo “il vino è frutto della terra e dell’uva ma anche della Scienza che ci permette di ottenere vini puliti e senza difetti. Io vengo da una famiglia di produttori di vino, ma offenderei mio padre a dire che faccio il vino come lo faceva lui, il mercato non richiedeva il livello qualitativo che oggi è richiesto, dobbiamo progredire culturalmente.” Un attacco rivolto ovviamente alla nouvelle vague dei vini cosidetti naturali. Critiche ripetute spesso ultimamente e che non mi trovano mai d’accordo, non perché sposi le ragioni di questi naturalisti, ma proprio nel nome della libertà di sperimentare nuove vie, visto che nessuno può arrogarsi l’esclusiva di rappresentare la Scienza.

Tant’è, assaggiamo i bianchi. dei quali meraviglia la varietà dei profumi, e nonostante il suggerimento di “dimenticare” i vitigni ecco la nera mineralità del carricante etneo, la netta impronta aromatica del sauvignon miscelato all’inzolia, l’eleganza estrema dei profumi di colonia del viognier. E poi la matura e ampia frutta del catarratto, il pungente agrumoso e minerale del grillo e, infine, l’esuberanza mielata e vegetale del fiano.

Al gusto poi è il carricante a mostrare stoffa, corpo, aggressività acida, quasi tannica. Quasi eccessiva la carica aromatica invece dell’inzolia/sauvignon; elegante, ancora, con finezze aromatiche veramente impensabili fino a qualche anno fa in Sicilia, il viognier, per risultando forse il più tecnico dei vini. Il catarratto che assaggiamo sfodera grande grassezza, su un quadro aromatico comunque moderno. Bella l’innervatura acida e sapida del grillo, sicuramente al momento il bianco più persistente della batteria. Un miele il fiano, morbido e burroso, ravvivato da piacevoli sferzate vegetali.

Cotarella loda il carricante per l’evoluzione che conosciamo di questi vini, il viognier che in Sicilia dà risultati inarrivabili nel resto di Italia, con estratti nettamente superiori al carricante, solo per fare un esempio, ma che vede meglio in unione ad altre uve che in purezza. Loda poi, grandemente, il grillo che lui stesso ha contribuito ad impiantare anche in Israele e che ha dalla sua l’acidità che, per fare ancora una comparazione, è una volta e mezzo quella del catarratto. E infine il fiano, che “non c’azzecca niente col fiano campano, eppure le marze sono state prese da un produttore campano che conosco bene. In questo senso penso al fiano come a un autoctono, perché esprime la Sicilia, e non come a uno stravolgimento di una azienda senza scrupoli.” Una definizione che suscita alcuni commenti critici dalla sala, a causa dello stiracchiamento del significato della parola autoctono. E comunque il fiano che stiamo assaggiando, il futuro Cometa di Planeta, questo è chiaro anche alla cieca, “è il vino con la più alta acidità, il più alto grado alcolico, il più alto contenuto di estratti (da vino rosso!) e di glicerina. E ‘più alto’ non vuol sempre dire migliore, ma sicuramente si tratta di un vino fortemente caratterizzato. Mi piace molto, è il frutto di una azienda rivoluzionaria che ha scoperto l’acqua calda, e dobbiamo essergli grati per avere avuto il coraggio di farlo.”

Ai commenti di Cotarella seguono gli interventi della sala, con un interessante coinvolgimento dei giornalisti presenti, in particolare degli stranieri tra i quali rileviamo una bella accoglienza per il fiano, ma anche per il grillo e il carricante. Commenti che mi trovano d’accordo, pur dovendo considerare che questo fiano è comunque un unicum che non so quanto sia possibile generalizzare, vista la forte impronta aziendale che sicuramente sta dietro questo vino. Futuro e successi quindi per carricante e grillo, e una sospensione di giudizio sulla possibilità del fiano di fare della Sicilia la sua terra di elezione.

Passiamo ai rossi, a cinque neri d’Avola in purezza provenienti dalla province di Palermo, Ragusa, Trapani e Siracusa, nei quali si evidenzia l’evoluzione sitilistica in corso in Sicilia, “e qui c’è poco da dire,” chiosa Cotarella “questo progresso è dovuto alla sensibilità dei produttori e degli enologi che ascoltano il mercato. Non vanno più i vini imponenti, qualcuno dirà <<era l’ora>> ma ricordiamoci che quei vini ci sono serviti per uscire dall’inferno…”

Grande varietà di aromi e consistenza in questi vini, dai profumi di cera, a quelli di prugna e confettura, alla frutta rossa fresca e vivida. Da vini beverini a quelli più corposi, sempre senza ricadere nei vini monumentali, su questo Cotarella ha ragione. Comunque questa ampia gamma di sensazioni, oltre a confermare le varie impronte territoriali di questa grande isola, fa anche sperare per il futuro di questo bel vitigno, con evidenti capacità di dare prodotti che dal vino di pronta beva arrivano alla bottiglia importante.

Si passa poi a una batteria eterogenea, che prende il via da due uvaggi di nero d’Avola, col frappato il primo e con tannat il secondo. Due campioni che non risultano completamente convincenti: in entrambi i casi, specialmente con la presenza di tannat, si nota un forte addolcimento olfattivo, su note di confettura e frutta molto matura. Ma mentre Cotarella si spinge a dire che il nero d’Avola è un vino da usare in purezza, noi crediamo che specialmente nel caso dell’unione col frappato la parziale delusione derivi dal particolare campione scelto, visto che la coppia nero d’Avola-frappato riesce a dare, nei Cerasuolo di Vittoria, vini di grandissima piacevolezza.

Seguono poi tre nerelli, i primi due dei quali Etna Rosso, a base di nerello mascalese e cappuccio, il terzo un IGT di solo nerello cappuccio, sempre catanese. Più profumati i primi due vini, molto simili, floreali, senza grosse intensità olfattive. Vinoso il terzo campione, meno dolce nei profumi. Grande ricchezza tannica negli Etna DOC, unita a un contributo del legno ancora particolamente evidente. Completamente diverso il nerello cappuccio in purezza, che rimane acidulo, ancora scomposto, ma più puro nella sua espressione fruttata. Una grande differenza comunque rispetto alla prontezza dei precedenti nero d’Avola, forse anche per le scelte realizzative aziendali.

Ultima batteria di rossi con cinque vitigni diversi: perricone, merlot, frappato, cabernet sauvignon, syrah. Tanta, tanta frutta nel perricone, associata a una sottigliezza gustativa che lo rende da pronta beva, in un ambito di piacevolezza. Il merlot ha invece evidente sovralcolicità e un tannino granuloso, non appare un campione piacevole tanto da spingere Cotarella, grande estimatore del vitigno, a dire che “se c’è un lato triste del mio lavoro di enologo è vedere come in tante zone calde si è ridotto un vitigno come il merlot, dovremmo riconsiderare se in certe zone valga la pena utilizzarlo.”

Il frappato è il vino più esile, con livelli bassissimi di tannini e un colore poco marcato, offre un floreale piacevole e una beva tenue, non gridata, fortemente personale. Il cabernet sauvignon risulta ancora molto verde, quasi nordestista, di frutto spiccato, seppur asprigno, e con una prevalenza, anche al gusto, della nota vegetale erbacea, di legno di sambuco, a cui segue una netta conclusione caffeosa. Un tentativo, forse eccessivo, di cercare la freschezza in una terra più adatta a dare maturità e corpo, un esito comunque sorprendente, in negativo, da queste parti. Syrah infine, con grande frutta, matura e nera, peperino, liquirizioso, e pieno in bocca, certo assai internazionale, ma molto piacevole per consistenza e bel tannino. Cinque vini che dimostrano come veramente in Sicilia si possa fare di tutto, nel bene e nel male!

Conclusione in dolce con frappato e zibibbo. Il primo dona profumi simili alla versione secca e in bocca rimane fresco, moderatamente dolce, poco dinamico per l’assenza di un tannino sensibile. per Cotarella è “un inutile accanimento terapeutico, da lasciar perdere,” mentre a noi sembra un tentativo interessante, da perfezionare, ma per niente negativo. Sempre simbolico il Passito di Pantelleria, colle sue note fungine, di capperi, mielate, rocciose e candite. La bocca grassa e cremosa, dolcissima: “qui non solo si riconosce il moscato, ma si respira l’isola!”

La degustazione è conclusa, positivamente a nostro giudizio, anche se continuiamo a preferire formule diverse, meno dipendenti dalla preselezione dei vini da assaggiare e anche meno mortificanti per molte delle aziende che, pur partecipando alla presentazione, non vedono inseriti i loro vini tra quelli in assaggio. Rimane comunque l’interesse per vini che mostrano potenzialità e piacevolezze in crescita, e anche una dovuta clemenza verso i campioni meno convincenti visto che si tratta pur sempre di campioni di botte, in alcuni casi ancora molto lontani dall’imbottigliamento.

Interessante anche la reazione dei giornalisti stranieri che, se pur in molti casi non consci delle caratteristiche ‘a regime’ dei vini siciliani, hanno mostrato buone capacità critiche, apprezzando, tra i bianchi, carricante, grillo e fiano, che in effetti sono le uve tra le più promettenti nell’isola. Tra i rossi invece lodi ad alcuni nero d’Avola, meno complimenti per gli Etna che sono in effetti rimasti poco decifrabili, e sempre un certo apprezzamento per cabernet e, specialmente, syrah.

L’annata quindi? L’annata è bella, indubbiamente, anche se tempo ha ancora da passare per poter assaggiare la gran parte di questi vini, che, del resto, rimarranno anonimi (l’organizzazione non prevede che vengano svelati i campioni assaggiati) e che possiamo solo tentare di indovinare. Ma, se in alcuni casi è stato semplice, per altri non ci resta che tirare a caso.

Immagini: la sala, Riccardo Cotarella e Lucio Tasca, immagini della degustazione.

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