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Quelli che… il ControVinitaly. Omaggio ad Edoardo Valentini

di Leonardo Mazzanti

Durante un ritrovo dei soliti appassionati ho esordito dicendo: “Quest’anno non vado al Vinitaly!…” Attimo di silenzio e subito si sono manifestate premurose attenzioni sullo stato della mia salute così, per rassicurarli, ho continuato: “…andrò invece ai vari eventi che si svolgono nei dintorni di Verona nel solito periodo, il cosiddetto ControVinitaly.” Tirato un sospiro di sollievo, abbiamo iniziato a disquisire su vari aspetti del Vinitaly e alla fine anche altri hanno convenuto che la mia decisione non era dettata da pazzia, specialmente per alcune ragioni che tento di riassumere.

Non facendo parte delle persone che vivono di vino, direttamente o per tutto l’indotto che il vino crea, la visita risulta essere piuttosto stancante e poco produttiva. Code agli stand più blasonati senza riuscire, forse, ad assaggiare il vino top dell’azienda, lunghe camminate da un padiglione all’altro, interminabili visite agli amici produttori -comunque piacevolmente dovute- portano a fare un bilancio di fine giornata piuttosto povero di nuove aziende che abbiano suscitato qualche emozione. L’alternativa più valida è porsi degli obbiettivi, ad esempio per tipologia di vino o per zona geografica, ma è sempre tangibile l’impressione che tanti produttori siano quasi disturbati dalla presenza di “non addetti ai lavori”, che sono pur sempre utenti finali (ovvero quelli che a ben vedere fanno quadrare il cerchio), ma che al Vinitaly, fiera dove essenzialmente si va, a caro prezzo, a fare affari, possono essere un disturbo più che altro.

Così, memore delle esperienze degli anni passati, ho deciso di dirottare il mio intero pellegrinaggio verso quelle iniziative che privilegiano particolarmente il rapporto produttore/consumatore. Vini Secondo Natura a Villa Boschi, Renaissance des Appellation e Triple “A” a Ca’ Scapin, VinNatur a Villa Favorita sono state teatro di degustazioni molto interessanti, con una elevata affluenza di pubblico attento e consapevole, confermando il crescente successo di questo settore particolare. La filosofia che accomuna queste iniziative, detto molto brevemente, è quella di proporre vini figli della terra, intervenendo il meno possibile sia in vigna che in cantina, lasciando la natura al proprio corso, libera di esprimere il terroir. Vini biologici, biodinamici e non, comunque tutti rispettosi di severe regole che portano a dei prodotti unici, talvolta difficili ma mai banali. Vini che nascono da un amore sfrenato dei produttori, o meglio dei contadini, per le loro vigne e per il loro terreno, che lasciano percepire tutto il sudore, i sacrifici, le emozioni già nel bicchiere e ai quali si perdonano volentieri qualche spigolosità, qualche “puzzetta” di quando in quando.

Davanti al loro banco queste persone si aprono e raccontano di quello che è stato e di quello che sarà, di cosa vogliono trasmettere oggi e tramandare domani, dei loro sogni, facendoti partecipe di un modo affascinante di interpretare la vita, la passione, il lavoro.

Sicuramente qualcuno si domanderà come mai tre manifestazioni simili “sbriciolate” nel veronese anziché compatte per una alternativa più forte. La domanda trova risposta nell’umanità delle persone che le hanno concepite, in principio era solo Villa Favorita ma poi pensieri diversi su certificazioni, su rigorosità estrema dei metodi hanno portato ad una lenta scissione. Effettivamente, analizzandole sotto questo punto di vista, emergono delle sfumature d’interpretazione che però, alla maggior parte del pubblico, sono sostanzialmente impercettibili, anche in virtù del fatto che alcuni produttori erano presenti a più manifestazioni. Comunque la vogliamo vedere, questi movimenti non fanno altro che bene al vino, sia al cuore che allo spirito, e ben vengano altre occasioni da “separati” se non sarà possibile ritrovarli tutti insieme.

Opportunamente tralascio le note degli assaggi effettuati durante i tre giorni (più di 300!) e fortunatamente non verificati da etilometri vari, ma ci tengo a raccontare un’esperienza particolare avuta lunedì a Villa Favorita: la degustazione “Omaggio ad Edoardo Valentini.”

Perfettamente guidati dal direttore di Porthos, Sandro Sangiorgi, siamo entrati un po’ più in intimità con la figura di Edoardo che, purtroppo scomparso due anni fa, è stato degnamente sostituito dal figlio Francesco, già dagli anni ’90 sulle orme paterne. Evito volutamente di parlare della grandezza della persona e dell’importanza che la sua azienda ha avuto, ed ha, per l’enologia italiana, poiché qualsiasi frase o paragone sarebbero riduttivi ma due note sui vini assaggiati sono d’obbligo. Premetto che talvolta può capitare che nelle bottiglie ci siano sentori poco piacevoli, che una sia diversa dall’altra, vuoi perché il vino è vivo (a meno che non lo si ammazzi con la chimica), vuoi perché i lotti differenti usano botti di diverso invecchiamento. Comunque, alla degustazione, le bottiglie erano pressoché impeccabili ed omogenee. Detto questo parto e concludo con la scaletta dei vini in ordine di degustazione:

Montepulciano d’Abruzzo 2000

Rosso intenso con unghia leggermente sul mattone; al naso in evidenza marasca e poi i terziari con note animali, balsamiche, alloro e spezie, in particolare caffè. In bocca si avverte subito una buona corrispondenza, i tannini sono dolci, buon nervo acido che ne fanno un vino potente ed elegante. Ritorno leggermente alcolico e lunga persistenza.

Montepulciano d’Abruzzo 1997

Rosso rubino con riflessi violacei brillanti, sembra decisamente più giovane del precedente. Anche al naso troviamo la ciliegia più dolce, meno animale ed una bella freschezza grazie anche a note vegetali. Lasciandolo aprire emergono leggere spezie e cioccolato. Tutto confermato in bocca, dove risulta di notevole eleganza, morbido nonostante un finale leggermente asciutto, un vino che invoglia la bevuta e che ama svelarsi poco alla volta.

Trebbiano d’Abruzzo 1987

Giallo intenso, luminoso. Al naso denota una certa complessità, con frutta gialla, ginestra, finanche cioccolato bianco e brodo di pollo, ciononostante sembra chiuso ed anche dopo un buon lasso di tempo non è riuscito a sbloccarsi. Anche in bocca avvertiamo un potenziale non espresso, un vino che non è riuscito ad evolversi ma che anzi è regredito, anche se, mantenendo una buona corrispondenza ed una buona beva, questo lo rende ben differente da un vino ormai passato e piacevole.

Trebbiano d’Abruzzo 1990

Giallo intenso tendente all’oro, bello vivido. Al naso si dimostra piuttosto generoso, sempre frutta gialla ma accompagnata da quella esotica e poi piante officinali e ricordi marini. In bocca è vibrante, con una mineralità, sapidità ed acidità perfetti che, uniti ad una corrispondenza esemplare, ne fanno un vino grandioso.

Trebbiano d’Abruzzo 1999

Colore come il 1987; il naso evidenzia note vegetali, un po’ di legno e a seguire polvere da sparo ed una mineralità che lo rendono molto particolare e penetrante. In bocca è preciso e pulito con una acidità sottile e trainante, gioca meno sull’opulenza e più sull’eleganza. Sicuramente il vino che ritrae più fedelmente il carattere e la personalità di Edoardo. Superbo.

Trebbiano d’Abruzzo 2001

Con il colore torniamo a quello del 1990, curiosa alternanza tra le annate non certo voluta; al naso si sente tutta la ricchezza della gioventù, ginestra, miele, salmastro, cera d’api ed ancora mortadella. In bocca non può essere da meno, vino fisico molto corretto e corrispondente, la mineralità e l’acidità danno una bella spinta, il finale è lunghissimo.

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