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Degustando con un importatore americano

In questi anni di scorribandeenoiche ho conosciuto tante persone interessanti. Con alcune sono ormai legato da rapporti di sincera e duratura amicizia. E tra questi non tutti sono dei semplici appassionati prestati al giornalismo come il sottoscritto (che si guadagna da vivere facendo tutt’altro) ma svolgono attività di vero e proprio business all’interno del mondo del vino. Sarà perché sono stato sempre un po’ esterofilo e anche perché ne approfitto ogni qualvolta mi si presenta l’occasione per praticare un po’ d’inglese, ma tra questi amici diversi sono stranieri e quasi sempre si tratta di importatori di vino che vivono e lavorano in altre nazioni. E’, decisamente, interessante poter degustare con questi addetti ai lavori perché ti rendi conto che, al di là dei gusti personali di ciascuno, gli importatori devono fare i conti, nelle loro scelte, con tutta una serie di altre variabili spesso ben più importanti e decisive. Ed è soprattutto chi fa scelte radicali proponendosi di trattare solo vini che rispondono ad una ben precisa filosofia di cantina a dover fare particolarmente attenzione. Andare, infatti, incontro ai gusti del mercato è sicuramente più facile, per il riscontro immediato, mentre educare enotecari e ristoratori proponendo etichette, vini e vitigni fuori dai soliti circuiti è impresa molto più difficile anche se ripagata da soddisfazioni molto maggiori (non solo economiche). Così ogni qual volta che posso dedicare e trascorrere un po’ del mio tempo a degustare qualche vino insieme ad uno di questi cari amici ne approfitto per farmi spiegare, sforzandomi di capire, i meccanismi, i passaggi logici ed emozionali che portano ad una bottiglia piuttosto che un’altra.

Il mese scorso dopo circa tre anni di sola corrispondenza elettronica ho potuto reincontrare un giovanissimo buyer che opera sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Sono, per il momento, poche le aziende che ha in portafoglio (esclusivamente italiane) e preferisce crescere facendo piccoli passi: non gli interessano i volumi ma fare qualità. Seleziona piccole aziende preferibilmente a conduzione familiare e rigorosamente vini di vitigni autoctoni che siano fedele espressione del territorio dove nascono. Un segmento sempre più ricco (qualcuno direbbe affollato) di opzioni ma che molte volte riserva belle e inaspettate sorprese, anche se non sempre è in grado di garantire la massima affidabilità. Trattandosi di un pranzo informale, i vini che ho deciso di fargli assaggiare sono usciti direttamente dalla mia cantinetta di casa senza alcuna “premeditazione” né secondo fine, ma solo per poter accompagnare degnamente il cibo, rendere più piacevole la nostra chiacchierata e stimolare punti di discussione.

Al momento non era in cerca di ulteriori etichette per ampliare il suo portafoglio, o meglio aveva già alcuni contatti in corso, quindi abbiamo bevuto per il solo gusto di un buon bicchiere. Ho evitato, inoltre, volutamente di inserire etichette e tipologie di vino che potessero sollecitare il confronto con quelle che già attualmente comprende nella sua offerta e che reputo validissimi ed irreprensibili prodotti di territorio. Abbiamo così cominciato con i due grandi bianchi campani: Fiano d’Avellino e Greco di Tufo. Ho puntato senza esitazione sui vini base di Sabino Loffredo, patron di Pietracupa, dal rapporto qualità-prezzo straordinario.

Il Greco 2006 è un bianco sensazionale per tipicità e forza espressiva. Il naso minerale e austero, elegante, preciso e rigoroso. Lo sviluppo verticale non concede spazio a ruffianerie o ammiccamenti. Quello che però lascia veramente di sasso (in tutti i sensi, anche quello organolettico, della parola) è il finale secco, asciutto, sapido, roccioso, tremendamente lungo e persistente che mi ha ricordato alcuni grandi Vouvray della Loira. Una sola parola è uscita dalla bocca del mio amico: “delicious.” Penalizzato, forse, dalla prestazione magistrale del Greco, il Fiano quasi sembrava timido e imbarazzato a proporsi nel bicchiere. Il naso più ricco e aromatico tradiva una maggiore inclinazione all’esuberanza del frutto e con quell’apporto di “ciccia” in più che tendeva a farlo prevalere sui tratti minerali. Nessuna concessione al palato dove ritornava ancora protagonista un’acidità viva e ben calibrata. Da un lato il fisico statuario, tirato e longilineo, di un atleta dell’antica grecia (neanche a dirlo si chiama Greco), lo sguardo fiero del futuro guerriero, dall’altro quello di un bel giovanotto ben vestito, dai muscoli più generosi e lo sguardo più dolce e sereno. Non c’è stato bisogno di attingere ad altri bianchi e siamo potuti da qui procedere subito ai rossi.

Il Sommarrello 2002 di Castelmagno è una chicca rara e curiosa. Un biotipo dell’uva di Troia acclimatatosi nei vigneti di confine, dove la provincia di Benevento tocca Molise e Puglia. Un vino che ha provocato nel mio amico il delinearsi di suggestioni borgognone o, senza voler arrivare a tanto, comunque da Pinot Nero. Colore scarico, profumi sottili, delicati, sfumati. Piccoli frutti rossi, rosa canina, spezie selvatiche. Al palato una bella struttura acido-sapida per un finale di buona ed appagante persistenza. A seguire un Negroamaro di razza, il Carminio 2003 di Pino Carrozzo. Il mio amico si domandava come abbia fatto, tanto a sud e in un’annata calda e siccitosa, ad aver prodotto un rosso così fresco e piacevole. Un rosso in cui soffia un alito di frutta rossa sotto spirito, umori selvaggi ed effluvi balsamici. Sostanza e struttura per un finale intenso e lungo.

Dal Salento al Sannio con il Tre Pietre 2001 di Corte Normanna, aglianico di razza di belle speranza. Il naso sembra quasi implodere su stesso prima di liberare tutto il suo potente bagaglio aromatico. Qui non c’è solo frutta scura e matura, c’è un’ampiezza e complessità di sensazioni ancora in divenire. Profilo olfattivo in odore di terziarizzazioni: cuoio, tabacco e spezie. Ricco e concentrato non delude le aspettative al palato dove la chiusura è succosa e dinamica. Prima di passare al dolce c’è tempo per divagare con un altro rosso beneventano fatto per stupire ed in questa prospettiva da considerare e valutare. Non c’è più posto per la tavola e per il cibo ma solo per il vino. Il Bue Apis 2000 è migliorato con gli anni fino a perdere il suo aspetto monocorde ed iniziare finalmente a respirare. Piuttosto monolitico nel suo incedere ci ricorda che c’è ancora un pubblico non sazio di questo tipo di vini, che continua a chiedere opulenza ed eccessi, che vuole lasciarsi impressionare. Democrazia del gusto.

Nel frattempo sono passati sotto le nostre posate e attraverso le nostre fauci affamate una “genovese”, piatto tipicamente domenicale e che, a dispetto del nome, più napoletano non può essere, una treccia di bufala (la diossina non ci fa paura!) accompagnata da melenzane a funghetto saltate in padella coi primi pomodorini del vesuvio. E’ giunto il momento, finalmente, di affrancare il palato con un nettare degno di concludere il pasto. Da solo dal momento che non è stato previsto alcun dolce. Mi permetto allora di uscire dai confini della mia regione per aprire un mio vino del cuore il Vin Santo di Montepulciano 1998 di Susanna Crociani. Il pranzo si chiude, così, con la stessa espressione con cui era iniziato: “delicious”…

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