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Idromassaggio in botte

Matìe guardò la sveglia sul comodino.
Come ogni mattina era già tardi.

Si scaraventò giù dal letto, e con soli tre passi entrò nel bagno, la sua casa per fortuna non superava i 50 metri-quadri da vuota. Aprì l’acqua calda della doccia e subito dopo accese la radiolina gracchiante che mandava musica jazz. Si tolse il pigiama, diede una sbirciatina nello specchio tanto per essere sicura di essere sempre lei e poi si tuffò sotto il getto d’acqua fumante. Si strofinò con il suo sapone al fico e mosto d’uva fino a poter sentire chiaramente l’odore del vino in fermentazione, l’odore delle bollicine d’ossigeno che scoppiando spargono in lungo e in largo per le cantine quell’inconfondibile aroma che colpisce e stordisce le narici, mandandole in fibrillazione.

L’odore si faceva sempre più intenso, non veniva più dal sapone ma da qualcosa fuori dalla cabina della doccia, fuori dal bagno e fuori da casa. Proveniva dalla strada, ne era sicura perché il mosto si mescolava con l’odore della pioggia rendendolo umido e con un tono di sottobosco. Chiuse l’acqua, uscì dalla cabina della doccia, infilò il suo accappatoio color crema e raccolse i capelli in un asciugamano rosso.

Si sporse dalla piccola finestra ma non vide nulla di diverso dal solito, tutto sembrava tranquillo, come ogni mattina sonnacchiosa d’inverno, così chiuse la finestra e andò a vestirsi. I soliti vestiti eleganti e professionali da segretaria di redazione l’aspettavano appesi nell’armadio, sempre allo stesso posto, sempre loro. Avrebbe desiderato tanto mettere jeans e maglione magari con un bel paio di stivali, ma le direttive del suo capo su questo aspetto erano tassative – “la serietà della rivista passa anche per l’abito” diceva sempre – e lei si era dovuta adeguare, pur storcendo il naso tutte le mattine davanti a quella divisa da hostess che la faceva sembrare professionale ma senza cervello. Gonna o pantaloni, grigi o neri, giacca dello stesso colore; l’unica cosa che lei non aveva rinunciato a portare erano camice vistose e dai colori più disparati.

Aveva talmente fretta che non fece subito caso all’ombra che sfrecciò davanti alla finestra mentre si infilava la gonna, ma quando questa la saluto con il suo inconfondibile “heilààà!”, Matìe trasalì.
Incredula si girò verso l’ombra che se ne stava a cavalcioni della finestra, e che, senza spessore e profondità, si dondolava tranquillamente avanti e indietro.
“Heilààà!” disse di nuovo l’ombra da cui proveniva l’odore di vino in fermentazione che Matìe aveva sentito.
“Buongiorno, hai intenzione di startene lì ancora per molto?”
“Finchè non mi stufo!” rispose l’ombra sfoggiando il sorrisetto furbo di chi nascondeva qualcosa.
“Perché hai questo profumo di mosto?”
“Stanotte sono caduta nella botte di un delizioso Rosso di Montalcino che volevo in verità osservare più da vicino, ma ho perso l’equilibrio e mi sono ritrovata a bagno in un liquido rossastro e profumato. Ho fatto un bagno alcolico e spumeggiante che mai avrei immaginato, un idromassaggio in botte…che sensazione unica!”
“Ci credo…” rispose Matìe mentre cercava di farsi la riga dritta con l’eye-liner.
“Un vero peccato che non ci fossi!”
“Hmmmm…e perché avrei dovuto venire con te?” adesso era il momento del mascara.
“Per il semplice fatto che ci saremmo divertite, avremmo fatto qualcosa insieme come ai vecchi tempi, ahhh, che tempi! Ricordi?” e si stiracchiò.
“Li ricordo eccome, ma gli anni sono passati e non ho più spazio per i giochi…vedi che non riesco nemmeno a trovare un minuto per fare colazione?”
“Questo è il motivo per cui me ne vado in giro da sola senza nemmeno interpellarti, io ho bisogno di vivere, sentirmi viva, non ho intenzione di ammuffire sotto la scrivania di un piccolo ufficio con la finestra che dà sulla strada e l’unica cosa che allieta la giornata è lo squillo del telefono…driiinnnnn!”
“Così è, e non puoi cambiare le cose!” rispose Matìe, che nel suo intimo non poteva che dare ragione all’ombra.
“Io posso sempre licenziarmi…le ombre sono richiestissime sul mercato” disse ammiccando.
“Questo è da vedere, pur di non farti andare via sono disposta a cucirti a me con filo d’acciaio. Non te ne puoi andare!”
“Se ti interessa sta arrivando l’autobus…nessuna disgustosa broda fredda e marroncina oggi?”
“Per il caffè non c’è tempo, su vieni…”
“Sono stanca, non puoi fare senza di me oggi? Mi sento ubriaca, massaggiata e molto, mooolto leggera!!”
L’ombra fece una capriola in volo per andarsi a fermare a due passi da Matìe.
Le fece l’occhiolino e sorrise.
“Non farmi fare ancora più tardi, dai vieni!”
“Vengo se mi giuri che andremo insieme a fare una scorribanda notturna o diurna nei prossimi giorni!”
Matìe la guardò solo negli occhi. Sbuffò.
In quel momento l’autobus suonò il clacson per annunciare la fermata.
L’ombra si distrasse, e Matìe scattò in avanti – “presa!” – e la strinse a sé in un potente abbraccio finché non fu sicura che le si fosse attaccata addosso alla meno peggio. Anche per quella mattina era riuscita a riprenderla.
Matìe e la sua ombra corsero verso l’autobus. L’ombra si dimenava e tentava inutilmente di distrarre Matìe in modo da sfuggire e andarsi ad infilare sotto le coperte per dormire tutta la giornata.
“Grazie di avermi aspettato…” disse Matìe trafelata al conducente.
“Oh, non c’è di che, signorina, ormai arrivo già in ritardo a questa fermata, ma è uno spasso vederla correre fin qui tutte le mattine, e col sole basso sembra che la sua ombra vada per sghimbescio. Ha, ha! Tutto ciò mi mette il buonumore!”
“Oh, mi creda non è colpa del sole basso…”

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