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In vino veritas

Un racconto dedicato alla nostra nuova veste dall’amico Enzo Zappalà

Il vecchio proverbio latino potrebbe avere una ben differente importanza enologica. Ogni riferimento a cose, persone o fatti è ovviamente puramente casuale.

BaccoIn vino veritas“, la frase latina era diventata un proverbio di uso comunissimo. Il suo significato originale era rimasto immutato nel tempo: “chi beve troppo non ha più freni inibitori e si trova a dire la verità“. Aveva sempre mantenuto una valenza allegra e spensierata, come tutto ciò che si accomuna all’ebbrezza derivante dal nettare di Bacco. Ben pochi avrebbero pensato che potesse un giorno rappresentare un pericolo ed un incubo per molti professionisti.

Tutto era nato dalla competenza e dallo studio ossessivo della chimica da parte di un bravo e puntiglioso vignaiolo piemontese. Benché ancora giovane, era stato già parecchie volte tartassato dalla critica enologica. Avendo ottime vigne e lavorando molto bene, si sentiva trattato ingiustamente dalle votazioni apparse sulle riviste specializzate. Lui era convinto di fare un eccellente vino, non certo inferiore a quello di tante aziende più grandi e famose, che mietevano successi a non finire. Aveva anche cercato di fare polemica e di dirlo apertamente durante le degustazioni pubbliche. Ne era uscito ovviamente sempre sconfitto. Cosa poteva pretendere? Era ovvio che tutti si sentissero sottostimati. Chi mai credeva di essere? Un piccolo ed insignificante produttore borioso e pieno di sé. Ecco cos’era. Nessuna meraviglia quindi se si era fatto molti nemici, sia tra la critica giornalistica sia tra i colleghi.

Sicuramente diceva una sacra verità: i suoi vini erano veramente ben fatti e di alto valore, come d’altra parte quelli di molti altri produttori trascurati costantemente. Ma una cosa è pensarlo ed un’altra è dirlo. Doveva seguire le regole del gioco ed attendere fiducioso che un giorno o l’altro qualcuno lo cominciasse a valutare onestamente e senza pregiudizi. C’erano troppi vini famosi in Italia ed inserirsi al “top” senza avere Santi in Paradiso od almeno un’accurata gestione pubblicitaria alle spalle era veramente un’illusione. Ormai le guide avevano le pagine piene zeppe e non se la sentivano di escludere qualcuno per far posto ad un esordiente, per valido che fosse. Soprattutto poi un arrogante come lui.

Il nostro vignaiolo però non riusciva proprio ad accettare una situazione che lui vedeva come ipocrita e menzognera. E gli girava in testa sempre il vecchio proverbio “in vino veritas“, senza capirne ancora bene la ragione. Perché una meraviglia emozionante come il vino doveva subire quelle fredde ed a volte ingiuste condanne esterne? Non era giusto e lui voleva e doveva ribellarsi. Ma non ne vedeva il modo. Ed intanto continuava a studiare sempre più a fondo le infinite reazioni chimiche che governavano il passaggio da banale succo d’uva a bevanda dalle mille sfaccettature sensoriali. E più ne studiava e più ne scopriva di nuove ed impreviste. A lui la chimica dava un piacere quasi fisico ed ogni nuovo legame che inseriva nel contesto generale era un’ebbrezza meravigliosa.

In vino veritas“, continuava a ripetersi mentalmente. Nel contempo cercava anche di applicare al meglio le sue nuove scoperte, sia nella cura della vigna (ma quello lo aveva sempre fatto), sia nel controllo delle fasi successive. Non faceva niente di innaturale o di forzato. Si limitava a capire sempre meglio quello che stava capitando a quella materia che evolveva nelle sue botti. Al limite, dava solo maggiore libertà a certe reazioni e le aiutava ad esprimersi al meglio, senza però interferire minimamente con aggiunte esterne. La natura faceva comunque il suo corso.

Poi, un giorno, mentre stava studiando con particolare accanimento l’importante opera di alcuni batteri nella loro ambigua e sottile azione di catalizzatori, ebbe l’illuminazione. Ma si, poteva essere così! Andò a leggere testi che descrivevano le reazioni elettromagnetiche cerebrali e notò l’inaspettata, ma indubbia somiglianza. E allora capì perché gli girava in testa sempre quel famoso proverbio: “in vino veritas”. Non era solo una frase legata all’allegria ed all’ebbrezza, ma aveva un ben più profondo significato. Forse gli antichi greci o i romani l’avevano già capito, o forse ne avevano avuto una pallida intuizione. Sicuramente lui ora ne aveva la prova. Quei batteri agivano come una vera e propria macchina della verità. Se lasciati lavorare fino in fondo avrebbero obbligato il cervello a non poter dire menzogne. Normalmente nel vino questa azione era ridottissima. Solo bevendone una quantità enorme se ne poteva subire una qualche conseguenza, che veniva però mascherata da altri e ben più macroscopici effetti.

Ora lui era in grado di intervenire e scatenare fino in fondo l’opera dei misteriosi batteri, controllando sapientemente la temperatura e la pressione. Doveva solo agire al momento giusto e creare le esatte condizioni al contorno. Non avrebbe fatto niente di illegale o dannoso. Anzi, l’azione dei batteri portava anche ad un delicato ammorbidimento dei tannini ed all’insorgenza di raffinati profumi di erbe aromatiche. In fondo era una reazione del tutto naturale che lui sarebbe riuscito a domare e ad ingigantire con un minimo di attenzione supplementare. Ma i risultati sarebbero stati travolgenti. Si trovò a ridere ad alta voce.

L’anno dopo presentò come al solito il suo vino per le degustazioni delle maggiori guide, dove si sarebbero messe le basi per gli aridi e freddi punteggi dei super esperti. Il nostro vignaiolo non poteva certo entrare nelle sale attrezzate per quel fondamentale compito, ma poteva immaginare perfettamente la scena che stava accadendo un po’ ovunque. E questa seguì esattamente le sue aspettative. La seria e monotona trafila di brevi commenti e di coincise relazioni a seguito dei vari assaggi, più o meno alla cieca, ebbe un sussulto e prese una piega del tutto inaspettata dopo la degustazione del suo vino. Innanzitutto ottenne un punteggio per lui decisamente elevato, ma ancora più incredibile fu il vedere come celebri ed “intoccabili” fuoriclasse furono distrutti al pari della Corazzata Potiomkin di famosa memoria “fantozziana”. Ma i grandi critici sembrarono non rendersene conto (l’effetto scatenato dai batteri durava molti giorni) e non ebbero problemi ad esprimere i nuovi giudizi in modo ufficiale. Il caos che ne seguì fu incredibile, condito con cause legali, insulti, interrogazioni parlamentari ed anche con molte crisi familiari (quando si dice la verità si dice la verità su tutto …).

Nessuno seppe mai chi o che cosa avesse causato quel putiferio. Il vignaiolo tenne sempre la bocca ben cucita ed il fatto rimase un mistero insoluto. Ma la paura era ormai tangibile e nessuno osò più rischiare di esprimere giudizi, non avendone più alcun controllo diretto. I consumatori dovettero “purtroppo” decidere senza aiuti esterni ed iniziarono a divertirsi ancor più di prima. Ogni tanto qualcuno esagerava nella sua sincerità, ma le conseguenze “private” non furono mai molto gravi. In fondo, chi non sapeva che “in vino veritas“?

2 Comments

  • Vincenzo Reda ha detto:

    Immagino sia un semplice refuso,e non me ne voglia Enzo Zappalà – che peraltro non conosco: al penultimo capoverso le relazioni credo siano da intendere “concise” e non “coincise”.

  • Vincenzo Zappalà ha detto:

    @Vincenzo,
    hai ragione… anche se scappa a molti (basta guardare sul web….). Non so se riesco a correggere….probo

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