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Chianti Classico DOCG 2006 – Isole e Olena

di Fernando Pardini

Sottozona/Cru: Isole e Olena – Barberino Val d’Elsa (FI)

Data Assaggi: Agosto 2008

Il Commento:

Il rubino vivido, puro e senza forzature, non mi nasconde le sue belle trasparenze, e di questo gliene sono grato. Di più, questo bicchiere “osa” racchiudere le sue ragioni in un naso ugualmente puro, tenero e rilassato, direi disarmante per incanto e sincerità, perché è un naso cristallino, lo senti. Minerale, floreale, elegiaco… uno di quei nasi da odorare senza sosta né pentimento, ché dalla facilità con cui ti circuisce hai sempre timore di perderti qualcosa.

La bocca risponde da par suo con motivata coerenza, chiudendo il cerchio e aprendo alla bellezza: di garbo e levità, è bocca carnosa, sensuale, profilata e soffusa nella dote tannica. Da questi presupposti appare consequenziale che la beva se ne esca irresistibile e istintiva.

A 15 euro una idea di Chianti ispirato e ispiratore, che “attacca” prepotentemente il presente al futuro: quella che si dice una bella compagnìa.

La Chiosa:

Il terreno ci è dato. Il terreno va studiato, capito e protetto. Al vignaiolo una missione: riuscire a capire il senso di un territorio; a lui il compito di trasportare e consegnare conoscenze“. Sono soltanto passaggi illuminanti estratti dalle conversazioni fitte avute di recente con Paolo De Marchi, anima e corpo di Isole e Olena; quelle conversazioni dalle quali -immancabilmente- te ne torni via con la certezza di aver imparato qualcosa, così lontane esse si muovono dalla prosopopea professorale e saputella oggi tanto di moda nel mondo mio amato vitivinicolo, piena zeppa di luoghi comuni e di ovvietà.

Perché se conosci la persona Paolo De Marchi, che poi è un tutt’uno con il vignaiolo Paolo De Marchi, capisci che dietro l’esteriorità di una frase evocativa ci stanno sostanza e scopo; dietro la scorza un’elaborazione lunga e meditata che ha alla base una cosa sola: l’esperienza. Sai che c’é? c’é che dalla persona De Marchi senti fluire una tensione emotiva che scava in profondità e tocca le ragioni più intime di un mestiere che tenacemente vuole elevarsi a mestiere “consapevole”. E così parlare con lui, per noi scribacchini mediocri delle cose della terra, contribuisce maledettamente ad alimentare quella idea struggente e magnifica che dalla terra tutto dipenda, e che avvicinarsi ad essa (sia per chi vi lavora, sia per chi ne scrive) richieda una superiore esigenza di purezza, nei gesti e nei modi. In cuor mio so di essere lontano dalla meta, ma Isole e Olena ha il potere di lenire struggimenti e regalarmi nuove parole da scrivere.

Paolo De Marchi è una persona stimolante e “dialettica”, di innata umiltà, capace soprattutto di ascoltare, oltre che di elaborare pensieri che si traducano coerentemente in azioni. I vini di Isole e Olena, in piena corrispondenza euritmica, prendono molto dal loro autore: levità, sfumature, mancanza di orpelli. Sono pur essi fedeli traduttori del terroir, qualunque sia il vitigno in gioco.

Di dichiarato ascendente chiantigiano, sono testimonianze liquide dell’arte del “saper togliere”, perché sembrano confidare su tutto ciò che quella vigna, in quella stagione, ha inteso regalare al cantiniere. Raccolgono così per intero gli umori di quella natura, restituendoli nel bicchiere con sincera generosità. Per questo, annata propizia o meno, hanno sempre qualcosa da dire, ben oltre (e ben sotto) la manifattura e l’esecuzione tecnica; qualcosa che tocca e scuote, come un monito. Sono loro, in fondo, i preziosi insegnamenti non scritti di una terra da prendere e portare a casa.

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