di Fernando Pardini
Sottozona/Cru: Vigna Caselle – Rionero in Vulture (PZ)
Data assaggi: settembre 2008
Il Commento:
Ecco qui un vino che resta “appeso”, prepotentemente, alle ragioni della sua terra. Questa l’illusione mia per lui. C’è infatti un filo rosso, sensoriale, che ne accompagna le evoluzioni: una elegante quanto incisiva scia di cenere, come di camino spento, ad indicarci l’ascendente vulcanico della sua appartenenza; al palato invece l’austera, affascinante impalcatura tannica con l’elettiva timbrica minerale, che ci dicono quanto le piante del Vigneto Caselle affondino volentieri in profondità le loro radici e siano sensibili a quei nutrimenti. Per il resto, nonostante qualche lieve sferzata granata, il rubino è saldo e profondo, senza forzature. Il tempo sembra essere dalla sua parte. E poi c’è un naso compatto e fiero a rinfrancarmi, un naso che non ha fretta di emergere, lo senti, consapevole come si ritrova della sua vocazione slow: intimamente terroso, su concessioni misurate ai frutti del bosco, all’aria intreccia amorevolmente mineralità e florealità (fiori essiccati) e più apertamente si concede, rivelando un profilo chiaroscurale complesso e struggente insieme.
Al palato, fin da subito, ti accorgi della stratosferica sua pervasività, sapida e infiltrante, e del passo austero, flemmatico ma senza irrigidimenti, di cui è capace. Poi una sensazione di grande pulizia, con quel lungo finale di invidiabile integrità tannica. Sì, è un vino vestito a festa, che sa assumere il portamento da grand vin senza bisogno di sbandierare e dimostrare. L’acidità vibrante che illumina questo bicchiere – esalta pulisce e richiama alla beva- ci parla di gioventù e lascia immaginare un futuro radioso.
Un viaggio nel Vulture più autentico, senza che vi muoviate dal posto in cui state, a 16 euro o giù di lì. A questi prezzi poi, un viaggio da non perdere!
La chiosa:
Negli alfieri liquidi di Donato D’Angelo, non c’é niente da fare, la generosità senza filtri del vino di territorio. Non una concessione all’interventismo cantiniero, al make up “oltranzista” che pure sta facendo proseliti nel Vulture, denominazione dalla quale spuntano ambiziosi Aglianico dalla veste scura, massiccia, piena di sé, che tendono ad assomigliarsi un po’ tutti fino ad ammiccare ad altre terre, ad altri vini, quasi a disconoscere razza e sentimento. Qui respiro un’altra aria, come di una identità risoluta ed irriducibile, sanguigna e selvatica, perché sono lontane le sdilinquite morbidezze, le vertigini di anestesia tannica, i coloroni oltre misura e gli accomodanti toni dolci da rovere piccolo che innervano (e snervano) i vini new generation. Eppure, allo stesso tempo, di fronte a vini come quelli di D’Angelo, a tutto puoi pensare meno di trovarti a che fare con “chissaqquali” arcaismi enologici. C’è solo buon senso, misura, e una sensibilità interpretativa rara; sì, per la volontà di ricercare le vibrazioni più autentiche facendo affidamento sulla sola terra, e non sulle elucubrazioni cantiniere. So però che le mie sono esternazioni affettuose da degustatore ingenuo. Se solo penso agli intrecci fuorvianti di un mercato purtroppo a volte insensibile alla sostanza (altri direbbero condizionabile) e fin troppo accondiscendente verso le lusinghe e le abili operazioni di marketing, mi inquieto e mi intristisco, lo so. Eppure, per quanto possa contare la mia piccola difesa d’ufficio – avendo un giorno conosciuto e apprezzato la verve appassionata di Filomena Ruppi, moglie di Donato- io credo che la strada da loro intrapresa sia quella a più lunga gittata, quella che pone le fondamenta e che ci costruisce sopra il palazzo “resistente”, in barba ai terremoti modaioli. I vini targati D’Angelo (da conoscere anche quelli della Tenuta del Portale!!) non hanno niente da rimproverarsi, ci mettono la faccia, senza infingimenti. In questi vini io sento la droiture morale accompagnarsi alla bellezza, la complessità all’istinto. Il tempo, a ben vedere, se n’è accorto, perché al loro cospetto sembra arrestarsi come in ossequioso rispetto. Bene così, io sto con il tempo.

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









