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Cronache, ricordi, assaggi, anticipazioni. A proposito di ABC

di Andrea Gabbrielli

Qualche tempo fa ero sulla costa toscana per la presentazione dei vini delle nuove annate. Terminata la degustazione la mia attenzione è stata attirata da alcuni commenti degli invitati, per lo più stampa e guide, che si lamentavano non tanto per la qualità di un singolo vino ma soprattutto erano annoiati dalla lunga serie di cabernet, merlot e altri, in purezza o in uvaggio, che gli era capitato di assaggiare. In sostanza, dicevano, si trattava di vini di scarso appeal e di cui non se ne poteva più. In poche parole invece del classico ABC, Anything But Chardonnay (Qualunque cosa basta non sia Chardonnay) di fortunata memoria, ora stiamo passando alla versione Anything but Cabernet (Qualunque cosa basta non sia Cabernet) con alcune variazioni possibili se si tratta di Merlot, Syrah e così via. Tutti i gusti sono gusti e non è questo in discussione.

La cosa che mi ha lasciato perplesso è che quel discorso si svolgeva in Località San Guido nel cuore della Doc Bolgheri e non nel territorio della Doc Valtellina o in quello di Ischia, quindi la presenza di vini ottenuti da cabernet e merlot era del tutto legittima visto che il disciplinare di produzione proprio queste uve prevede. Non solo, penso anche di poter dire con una certa sicurezza che questa è proprio la terra dove è nato il Sassicaia ma anche Ornellaia e tanti altri vini, di cui fare l’elenco sarebbe troppo lungo, in compenso tutti ottenuti da cabernet e merlot. Insomma questi colleghi cosa diavolo si aspettavano di trovare a Bolgheri?

Certo anche qui il sangiovese c’è, ma a parte rarissimi esempi non è che dia grandi risultati. Di sicuro non superiori a quelli dei vini citati in precedenza. Poi mi è tornata alla mente un’altra discussione avvenuta in occasione dell’assaggio dei Supertuscan presso San Felice. Anche quella volta non pochi commenti negativi erano stati rivolti alla presenza di cabernet e merlot nei vini assaggiati, decantando le virtù del sangiovese in purezza. Se poi qualcuno ha voglia di navigare un po’ nella Rete e consultare siti specializzati, blog e quant’altro si accorgerà che questo atteggiamento è sempre più diffuso.

L’esimio collega Franco Ziliani, per esempio, a proposito dell’assaggio dei Grandi Cru della Costa Toscana scrive sul suo blog: ”Qualche vino, direi una dozzina-quindicina, mi è sostanzialmente piaciuto pur senza entusiasmarmi, soprattutto alcuni Sangiovese in purezza (il neretto è di F.Z.) e altri vini dove la grande uva toscana è protagonista, ma sono stati tantissimi, la maggioranza, i vini, soprattutto i noiosissimi Merlot, Cabernet Sauvignon o Syrah in purezza, che hanno mostrato di voler continuare pervicacemente ad insistere su una strada vecchia, una presunta avanguardia che sa tanto di retroguardia (…) Ma c’è ancora per davvero un pubblico che vuole queste cose, scarsamente equilibrate e poco bevibili, che è disposto a pagarle decine di euro, magari seguendo il consiglio della stampa più tenace nel cantarne le lodi ?”

Ora, sul sangiovese o sul nebbiolo o sui tanti altri vitigni tradizionali – sulla validità del termine autoctono più passa il tempo e più aumentano i miei dubbi – non c’è assolutamente nulla da eccepire, ci mancherebbe altro! – a patto però di offrire buoni vini. Naturalmente lo stesso principio vale per le così tanto deprecate uve alloctone. Però continuando a metterle l’un contro l’altro armate, si corre il rischio di farla diventare una assurda petizione di principio, quasi una snobberia. Anche perché continuare a spostare i discorsi verso il vitigno, tradizionale o alloctono a questo punto poco importa, va sempre più a scapito del territorio che in definitiva è l’unico valore che conta.

L’impressione è anche che la abituale autoreferenzialità della stampa che si occupa di questi temi ancora una volta abbia esercitato tutto il suo peso scambiando il proprio dibattito con quello del mondo intero. Ma poi è proprio vero che il club ABC continua ad ampliare i suoi consensi e ad aumentare gli adepti? Qualche tempo fa mi è capitato di scorrere Berrys’ Future of Wine Report, una studio previsionale sul mondo del vino del 2058 di uno dei più noti e seri wine merchant britannici, la Berry Bros & Rudd, azienda che vanta un’anzianità di servizio di 310 anni. Tra le altre cose lo studio – che di certo non è la Bibbia – annuncia che in questi anni continuerà ad esserci un incremento della richiesta di Cabernet e di Chardonnay, cosa che d’altra parte confermano anche i dati sui nuovi impianti nel mondo. Ora per una questione di anagrafe difficilmente nel 2058 ci sarò, ma forse qualcuno consulterà qualche archivio e leggerà del dibattito di questi anni e sorriderà, magari sorseggiando un 2007 Bolgheri Rosso Superiore o un Montescudaio Cabernet Sauvignon oppure Morellino di Scansano, scegliete voi tra questi grandi vini italiani della Costa Toscana. E voi che ne pensate ?

P.S. Il mio testo è già stato pubblicato sul Corriere Vinicolo qualche tempo fa e ha dato vita ad un lungo dibattito. Vorrei continuarlo.

L’immagine è tratta dal sito www.dtftwid.qld.gov.au

6 Comments

  • enzo zappalà ha detto:

    non so…butto lì una prima riflessione a caldo. Poi magari ritornerò con maggiore calma. Mentre il nebbiolo e quindi il barolo, barbaresco e roero e gli altri del nord piemonte più la valtellina si riescono a trovare SOLO in poche zone italiane, non è assolutamente vero per il cabernet ed il merlot. Un po’ ovunque si potranno e forse si fanno già dei Sassicaia ed Ornellaia. Ma un Monfortino no… Discorso abbastanza analogo vale anche per il sangiovese. E questo non perchè non ci hanno ancora pensato, ma perchè il territorio ed il microclima nostri sono unici per quei vitigni. Ho già assaggiato vari nebioli, sia messicani che dell’arizona e di altre zone. Non pariliamone nemmeno… Forse questa è la forza di alcuni nostri vini ed è per questo che vanno salvaguardati al massimo. DI bordolesi o giù di lì ce ne sono tanti, troppi un po’ ovunque. Anche se poi tutti questi giornalisti che li criticano, li premiano in quasi tutte le guide… Si strappano le vesti per gli autoctoni (fa molto moda) e poi scopriamo i soliti noti su tante pagine (per me) inutili.

  • Luca Bonci ha detto:

    Caro Andrea, è tutto ovviamente un po’ una moda… la moda serve per vendere di più, per non far stufare la gente, insomma, è quasi sempre funzionale al mercato. Penso però che parlando dei vitigni internazionali, almeno per quanto riguarda il caso italiano, ci siano delle ragioni effettive che hanno portato a questa sorta di repulsa (partita tempo fa, ma ora diventata moda anch’essa). Il fatto è che l’affermazione di chardonnay, cabernet, merlot ecc. sì è avuta sull’onda della ventata edonistica della fine del secolo scorso. L’eleganza che nei costumi, nei comportamenti, nei film, nelle canzoni, era stata travolta dalla tracotanza, dall’eccesso, dal kitsch, dagli Schwarzenegger di turno, non poteva più appassionare neppure nel vino. C’era bisogno di qualcosa di super, di palestra, di bomboloni di vino vischioso dal colore impenetrabile e dalla consistenza pari alla melassa.

    Quella sì una moda, forse più forte di questa odierna, che cambiò il mondo del vino e permise, accanto all’aumento della concentrazione di coloranti il proporzionale aumento dei prezzi. Cabernet, chardonnay, specialmente merlot, furono i vitigni scelti per seguire quella moda, quelli, si diceva, che meglio reggevano l’impatto dei legni e le estrazioni spinte. Quelli che sembravano più facili degli spigolosi sangiovese e nebbiolo, subito rotondi, ma veramente IMBEVIBILI.

    Su quest’onda anche gli altri vitigni vennero sottoposti allo stesso trattamento, e infatti ricordo una visita all’esclusivo stand di Langa-In, al Vinitaly, intorno ai primi anni del 2000. Dopo mezza giornata di assaggi ero letteralmente schifato dai sentori legnosi che mi rimasero in bocca e nel naso fino alla mattina dopo.

    C’è voluto un bel po’, in alcune regioni, quali la Sicilia, almeno un decennio, per rendersi conto che non si poteva continuare con quei vini, non per moda, ma perché proprio “non se ne poteva più.”

    Ecco quello che è successo: che i vini pompati nessuno ce la fa più a berli ma, per una associazione casuale, o per malafede, la repulsa si è indirizzata verso la parte meno colpevole, verso i vitigni invece che verso le tecniche di vinificazione. E così oggi si dice di preferire il sangiovese al merlot, ma forse perché si pensa al sangiovese del Brunello di Montalcino, e al merlot di qualche appassionato barriccatore. Personalmente trovo buonissimi alcuni bordolesi bolgheresi (non importa fare i nomi, vero?) ma anche alcuni Cabernet del nord est, franchi nei loro sentori vegetali, limpidi nel colore, scarni nella loro bevibilità. Personalmente mi piacciono alcuni Chardonnay in cui il legno comanda, ma tanto anche versioni più fresche e citrine, dove la banana non la trovi neppure se ce la inzuppi. Certo, tra uno chardonnay senza legno e un verdicchio fatto bene, non so quante possibilità abbia il primo…

    Quindi lasciamo da parte mode e mala fede giornalistica, non vedo nulla di strano a impiantare vitigni internazionali anche in Italia per provare a fare buoni vini, ma mi sembra che con i nostri vitigni i vignaioli italiani se la cavino decisamente meglio, visto ch,e se devo pensare ai 20 vini italiani che più mi hanno affascinato in questo ultimo anno, faccio proprio fatica a trovarci tanti vini da vitigni “internazionali.”

  • maurizio de simone ha detto:

    sarà perchè sto dall’altra parte della barricata, sono enologo, ma ritengo che solo l’insieme del vitigno, più che autoctono parlerei di tradizionalmente allevato in quel territorio, e il suo ambiente, inteso come l’insieme dei fattori che influenzano la coltivazione delle viti, uomo compreso, potrà in futuro mantenere la posizione di prestigio che l’Italia riveste nel mercato. Condivido pienamente la tesi di Andrea, che non sempre alle storielle poetiche ed affascinanti su vitigni “autoctoni” è legato un vino buono, ma la tentazione di cavalcare le mode, in un momento drammatico per i bilanci delle aziende è predominante, è pur vero che se non c’è interesse di mercato probabilmente non avremo mai la possibilità di studiare e sperimentare i vitigni locali in modo da ottenerne vini corretti, e quindi è il cane che si morde la coda. Sono convinto che quando si potrà lavorare sulla conoscenza reale della variegata consistenza viticola, e conservarne solo le zone ad alta vocazione, ritorneremo a bere quei vini che hanno fatto la storia, e che hanno reso il nostro paese il punto di riferimento enologico prima della nascita dell’era della comunicazione. Il tutto si gioca, come sempre, alle spalle dei consumatori che, invasi da milioni di informazioni pilotate o poco professionali sono confusi e, alla fine bevono ” VINI DA VITIGNI CHE NON TRADISCONO”

  • Andrea Gabbrielli ha detto:

    Cari Amici,
    il senso del mio pezzo è che nelle cose ci vuole equilibrio e pur sapendo che nel mondo delle vino così come nella fashion, la moda e le tendenze hanno il loro peso ciò non significa che non bisogna tenere la barra ferma su alcuni criteri generali. Sparare a zero magari per partito preso contro gli alloctoni trovo che non abbia senso almeno tanto quanto una acritica esaltazione dei vitigni tradizionali. Probabilmente nel futuro – spero il più vicino possibile- si discuterà meno dei vitigni e molto più dei territori. E’ evidente che tra i due – territori e vitigni – la relazione è molto stretta ma in molte aree questo rapporto è profondamente in crisi perché la risultante – il vino- non riesce a dare reddito sufficiente ai viticoltori e non c’è Doc che tenga. E’ indubitabile, per esempio, che i rossi merlot e cabernet hanno risollevato le sorti di aree come il confine tra Lazio, Umbria e Toscana visto che i bianchi, tradizionali di questa zona, svolgono un funzione reddituale sempre meno importante. Ma di esempi di questo genere se ne potrebbero fare tanti. Il nebbiolo lasciamolo dove riesce a dare prodotti eccezionali come Barolo, Barbaresco, Gattinara, ecc. Un ‘ultima cosa a proposito della storia del Sassicaia. I primi tentativi di coltivazione e di vinificazione ebbero alterne fortune anche a causa della mentalità dei mezzadri poco propensi ad accettare le innovazione proposte da Mario Incisa: sesto d’impianto molto stretto e basso, potatura severa per ottenere poca uva, l’utilizzo delle barrique oltre al gusto erbaceo del cabernet erano mal digerite dai toscani perché, diceva il Marchese Mario, “they know better “. Insomma provare cose nuove e sperimentare non è solo un diritto ma anche un dovere. La tradizione nasce sempre da un’innovazione e non può e non deve essere un palla al piede.
    P.S. Il mio black out informatico è finalmente terminato.

  • gaetano scognamiglio ha detto:

    Si, di internazionali non se ne può più. Ma identificare il vitigno italia con il solo sangiovese o nebbiolo è veramente riduttivo.
    L’ aglianico prodotto nel beneventano, avellinese ( taurasi) , vulture si esprime su livelli eccezionali e comincia ad essere riconosciuto in tutto il mondo. Non da meno il Pallagrello casertano.
    Vorrei un commento di Ziliani se ci legge, con il quale ho condiviso una degistazine di barolo e brunello a caserta.
    Divulgate anche questi vitigni dell’ atra Italia.

  • Andrea Gabbrielli ha detto:

    Caro Scognamiglio,
    secondo le stime più attendibili i vitigni tradizionali in Italia sono più di 2000 mentre le varietà iscritte nel Registro Nazionale sono 343. Citarle tutte, in ogni pezzo che scrivo, lo ritengo piuttosto impegnativo: è questo il motivo per cui di solito si ricorre agli esempi (sangiovese e nebbiolo). Quanto agli internazionali, peccato che tu ti debba privare dei Franciacorta e in generale della grande parte dei metodo classico, di molti vini alto-atesini, di quelli di Bolgheri ma anche di Bordeaux, Borgogna, Loira e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma è un tuo sacrosanto diritto scegliere cosa bere. Cordialità

    Andrea Gabbrielli

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