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Gozo-vagando

di Lola Teale

“Per conoscere veramente l’isola di Gozo è necessario uscire dalle strade battute e percorrere a piedi parte della sua costa”. Così recitava la guida turistica che avevo comprato prima di partire. E senza pensarci troppo decido di perdermi fra viottoli abbandonati, rocce, acqua, muretti a secco, campi appena concimati, mucche magre, fichi d’india e paesaggi mozzafiato che non potrò mai dimenticare.

La mattina molto presto prendo l’autobus che da Sliema, cittadina vicino a La Valletta (capitale dell’isola di Malta), mi porterà al traghetto per Gozo. Una volta arrivata a destinazione dopo un viaggio di quasi un paio d’ore, mi stacco dalla folla vociante, determinata a raggiungere la capitale Vittoria con un giro alternativo rispetto a tutti gli altri turisti. Dritto davanti a me una stradina sterrata sembra essere quella giusta, almeno dalle indicazioni della guida.

Mi accorgo, dopo mezz’ora di cammino, che la situazione non era proprio quella che mi ero prefigurata, cioè non c’erano indicazioni a strisce colorate come nei nostri sentieri attrezzati. Così senza lasciarmi impressionare continuo a procedere lungo un sentiero appena battuto. Chiedere indicazioni, poi, era praticamente fuori discussione visto che quel lato di costa era pressoché deserto, o meglio a bassissima concentrazione di popolazione. I miei strani incontri sono stati solamente due in quella prima parte di viaggio. La canicola cominciava a farsi sentire e l’aria era tanto calda da far sembrare il panorama avvolto dalla nebbia, ad un certo punto da dietro una collinetta apparve una donna grassa con un camicione sgargiante che si dirigeva lenta e silenziosa ad una baietta poco distante, in cui le onde si infrangevano sulla roccia a picco sul mare. Solo una scaletta di metallo permetteva l’accesso a quello specchio d’acqua blu. Una figura davvero felliniana che camminava sulla polvere giallastra in un paesaggio riarso di fine estate. Poco dopo, da una macchia formata da fichi d’india carichi di frutti maturi e spine, mi si para davanti un cacciatore di frodo, con due cani, un fucile, cartucce a bizzeffe, pantaloni corti, canottiera e ciabatte di plastica. Ci siamo osservati da lontano e poi ognuno ha continuato silenzioso per la propria strada.

Mi allontano un po’ dal mare seguendo il dislivello del promontorio. Da un lato grovigli di fichi d’india e dall’altro i casotti per i cacciatori di uccelli di passo. Piccoli casotti di pietra con vista mare. Appostamenti per ignari uccelli di passo. Una serie infinita. A settembre il sole picchia ancora forte e si fa sentire sulla testa e sulle braccia nude già riarse dal vento salmastro e dalla sabbia. La strada appare e scompare sotto i miei piedi sempre più impolverati. La terra si è fatta spazio tra le cuciture delle scarpe e le calze bianche ora sono ocra. Il minimo spostamento d’aria riempie occhi, bocca e orecchie di terra fine.

Decido di pranzare in una piccola baia con qualche barca a remi lì ormeggiata, e mi siedo all’ombra di alcuni casotti per attrezzi. Avevo un po’ di tutto: dalle profumate fette di pane maltese (questo pane tipico si prepara con l’impasto del giorno prima e viene cotto nei forni a legna che regalano una crosta profumata e mollica saporita) spalmate di gbejniet (formaggio di latte di capra prodotto a Gozo) e accompagnate da capperi e pomodori locali – che non avevano mai visto un bell’acquazzone – a due golosi pastizzi (sorta di panzerotti di pasta sfoglia fatta a mano) uno ripieno di ricotta e uno di spinaci. Dulcis in fundo mi ero regalata un Qaghaq Ta’l-Ghasel, una ciambella farcita con zucchero, cacao e semola e ricoperte di miele. Dopo una lunga pausa pic-nic addolcita dal rifrangere delle onde, mi rialzo per finire “la passeggiata” e tornare in tempo al traghetto – questa volta con l’autobus come tutte le persone normali.

Prima di abbandonare la costa alla volta della città di Vittoria (oltre che la capitale di Gozo, in questo frangente assumeva anche un significato simbolico!) la cui cattedrale si scorgeva già in lontananza, un vero e proprio “fiordo” apparve davanti ai miei occhi e sotto i miei piedi. Una ferita della costa in cui l’acqua scorre e leviga la superficie delle rocce. Un ammasso roccioso grigio e sgretolato dalle tempeste, acqua blu e silenzio. Due splendide ville si guardano da una estremità all’altra attorniate da qualche albero ancora verde. Che spettacolo! La strada asfaltata è al di là del fiordo, così mi lascio scivolare col sedere lungo la roccia declinante verso il basso, e attraverso di corsa un campo arato per paura che un vecchio contadino mi spari a sale. La strada asfaltata mi catapulta in un mondo diverso dal precedente. Campi arati, e concimati in modo molto naturale, la mano dell’uomo si vede ovunque. Il sole sull’asfalto picchia a tal punto da rincretinire e le scorte d’acqua calano a vista d’occhio. Il mio morale a questo punto inizia a essere ‘lievemente’ più basso di quando sono partita. Il dubbio si insinua in me e inizio a temere che non riuscirò ad arrivare alla meta. La strada sembra non condurre da nessuna parte e dietro ogni curva ce n’è subito un’altra, dopo ogni dosso ce n’è subito un secondo e dopo ogni salita c’è subito una discesa. Non ci sono cartelli e non passano auto. Ma, per fortuna, dopo qualche chilometro di scoramento totale, finalmente attraverso una fattoria e ad un bivio mi appaiono davanti due stinti cartelli con le agognate indicazioni stradali per Vittoria. Meno male, sono sulla strada giusta, ma un problema rimane: continuo a camminare parallelamente a Vittoria quando invece dovrei raggiungerla. La sorte mi viene in aiuto e presto una strada incrocia perpendicolarmente la mia. La prendo senza pensarci due volte.

Ancora un chilometro ed attraverso un piccolissimo centro abitato, poche case, un bar, una scuola di musica, una chiesa e bagni pubblici. I bagni pubblici incustoditi più puliti che abbia mai visto in vita mia: tendine, profumi e fiori, pavimento asciutto, carta igienica, sciacquone funzionante e acqua corrente! Mi sarei fermata anche se non ne avessi avuto bisogno. Dopo la sosta al bagno e la tanto attesa merenda con un succo di mirtillo e un pastizzi sotto un alberello dall’ombra stenta, il morale torna alto e la strada è ormai praticamente finita, Vittoria e la mia vittoria sono lì ad un passo. La città sembra molto più bella della visita precedente a causa della fatica fatta per raggiungerla e la sosta a comprare maglioni da marinaio e miele locale in un piccolo negozio con una donna baffuta e cordiale è un intermezzo di piacevole vita da turista.

Sul traghetto che si allontana lento dall’isola di Gozo mi rendo conto di aver visto, annusato, gustato e sentito sulla mia pelle un luogo che in un solo modo posso definire: di una dolce e solitaria bellezza.

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