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Il vino outsider, questo sconosciuto. Terza parte: Piemonte

di Fernando Pardini

Questo pezzo, con gli altri già scritti (Toscana e Liguria) e con quelli che seguiranno, è dedicato a loro, ai vini outsider, quei vini cioè PICCOLI NEL PREZZO ma GRANDI NELL’ANIMA, capaci di tradurre con dignità e sentimento le ragioni della propria terra e, consapevolmente o meno, tracciare una strada. Una strada nella quale fedeltà (territoriale, tipologica, varietale ecc ecc) e trasparenza espressiva siano le voci narranti. Beninteso, non si tratterà di vini grandi in senso assoluto (anche se per qualcuno di essi l’aggettivo potrebbe essere “scomodato” tranquillamente, e il Piemonte è miniera di casi del genere), e magari per loro non si accenderanno le luci della ribalta come per altri “consanguinei” maggiormente dotati, ambiziosi o di buona famiglia, ma con la schiettezza di fondo che li contraddistingue sono vini che a parer mio disegnano il tratto ascendente di una parabola stilistica da non disperdere, sulla quale anzi fondare i presupposti di una “ispirazione” enologica finalmente ritrovata. Sono vini chiari e senza filtri, che non hanno timore di mostrare la propria nudità. Perché in fondo sta in quella nudità ingenua e pura la suggestione profonda di un ricordo che si vuole prezioso; lì la vibrazione autentica che insegna e scuote, ben oltre l’ovvietà.

Sulla scorta di questi interessanti presupposti, eccoci allora in Piemonte, ennesima regione cara (in senso affettivo naturalmente)!. Inutile nascondercelo, qui le suggestioni son millanta che tutta notte canta (come ci direbbe l’indimenticato Gino Veronelli), perdipiù “corroborate” da una predisposizione innata, da parte dei vignaioli di quei luoghi, a trattar di autoctonie e cose proprie senza troppo affaticarsi verso strade nuove, quantomeno in materia ampelografica. E i risultati sono tali e tanti che non soltanto troviamo qui, specialmente quando la stagione è di quelle buone, il meglio della enologia consapevole del nostro paese, non soltanto troviamo qui l’imbarazzo della scelta, ma troviamo qui anche una messe di vini ad alta dignità territoriale che rivendicano con fierezza la loro identità, le loro ragioni e la loro vocazione gastronomica, indipendentemente dalla loro “statura” o complessità tipologica. Epperò, se parliamo di vini outsider, mai come in questo caso ho sentito l’esigenza di sdoganare denominazioni quali Barolo e Barbaresco (o certi Nebbiolo di montagna, leggi Gattinara o Carema) dall’élite aristocratica dei vini d’autore, intesa in termini di prezzi inarrivabili ai più. Perché quando certe etichette stanno (ben) sotto i 30 euro in enoteca e se la giocano con il meglio dell’enologia nazionale (e non solo), beh, io non ho che da proclamarli outsider a tutti gli effetti ed invitare i curiosi e gli appassionati ad avvicinarsi a quelle bottiglie senza troppe cautele o crisi di coscienza (oltreché di portafoglio). Sono convinto che sapranno ripagarvi da par loro, tanto da farvi dimenticare il prezzo. Naturalmente, se così non fosse, non prendetevela con i vini bensì con l’autore maldestro che li ha (troppo) generosamente sopravvalutati. Perché, e mi ripeto noiosamente, in queste paginuccie non si tratta d’altro se non di elucubrazioni (suggestioni, illusioni) del tutto personali, che soltanto in cuor mio spero condivisibili.

Come si conviene nei consessi importanti: bollicinaaaa!

Brut Chardonnay Giuseppe Galliano 2004 – Borgo Maragliano

Avreste mai pensato di poter scovare bollicine elettive (e decisamente brut) a Loazzolo, avamposto astigiano culla di singolari Vendemmie Tardive nonché di Moscato d’Asti mossi e dolci? Beh, comunque la pensiate, Borgo Maragliano rappresenta un indirizzo sicuro, per affidabilità e costanza di rendimento. Ed è così che oltre al bel Moscato d’Asti La Caliera (realmente outsider con i suoi 6 euro e l’intrigante scia balsamica) se ne esce con un Brut ispirato e melodico, dalla beva reiterata e amica, dotato perdipiù di un finale lungo e articolato. La butto lì: a 13 euro in enoteca, per me, uno dei Brut italiani dell’anno.

Tripla ouverture in bianco:

Langhe Bianco 2007 – Adriano Marco e Vittorio

Se mi promettete di non ricercare qui l’originalità la più originale, ma siete disposti a lasciarvi circuire da un Sauvignon determinato, pragmatico e pimpante, eccolo qua, dalla Langa, come cosa rara.  Il vino eppure sprigiona energia, e la decisa impronta varietale non (s)cade mai nella trappola accomodante della banalizzazione aromatica in odor di accademia. A ben vedere, contrasto e sprint sono quelli giusti, così come il prezzo, questo sì invidiabile (6/7 euro).

Roero Arneis Cecu d’la Biunda 2007 – Monchiero Carbone

Teso, pulsante e sfaccettato – sono erbe aromatiche e agrumi a veicolarne il quadro aromatico-, è vino profilato, di nervo sodo, che fila diritto e cresce all’aria. La ricchezza è tutta interiore, ché ti sembra acqua di roccia. Nel frattempo sa concedersi sapido e vibrante, incisivo e bello. A 10 euro uno dei migliori Arneis dei ricordi miei, che mi arriva dritto dritto da una delle aziende di riferimento della left side del Tanaro, capitanata da un giovane altrettanto “vibrante ed energico”, a nome Francesco Monchiero.

Gavi del Comune di Gavi 2007 – La Smilla

Di polpa soda e animo citrino, è vino succoso, ritmato, godibilissimo, che profonde un senso di armonia e naturalezza invidiabili; soffuso nella sua aromaticità (da ascolto attento, anche per i soavi rimandi floreali) e coinvolgente alla beva, ti regala un finale lungo, di saldezza e sale. Da questa piccola realtà di Bosio, a parer mio ai vertici della denominazione, un Gavi sorprendente per nitore e melodia gustativa. Non un orpello qui, ma levità e dinamica pura. (8 euro)

Mondo dolcetto (uno fra cento. Meglio, due fra cento)…

Dolcetto d’Alba Bussìa 2007 – Fratelli Barale

Che bel dolcetto quello di Sergio Barale, del quale i conoscitori della Langa “meno urlata” apprezzeranno sicuramente il passo austero e “riccamente disadorno”  dei suoi Barolo di stampo tradizionale! Qui polpa, accoglienza fruttata e generosità certo, ma anche una struttura tonica e fiera, “pragmatica” e grintosa, a risolvere in allunghi e complessità la ricchezza manifesta del frutto. Chissà, forse è il nome del cru -inatteso per un Dolcetto e più consono al blasone di un Nebbiolo- a conferirgli il quid… Sarà, ma gli 8 euro dell’acquisto valgono prova e riprova.

Dolcetto di Dogliani Frairot 2007 – Luigi Ferrua

Da una denominazione storica e importante, quella capace di sfornare i vini più strutturati e longevi del panorama dolcettista piemontese, ti vado a pescare un vino paradigmatico quanto poco conosciuto, dotato però di grinta e dinamismo, il cui autore è un giovane vignaiolo di cui sentiremo parlare. La sua cascina non sta proprio nel centro nevralgico (diciamo classico) della produzione doglianese, ché potremo quasi parlare di vino di montagna, se faccio mente locale ai panorami contundenti di cui è prodiga Rocca Ciglié. E infatti, ben oltre la densità del frutto, e la polpa, ci stanno uno scheletro minerale e una vocazione alla scorrevolezza che non passano inosservati. Solo più tardi ho appreso del prezzo (7 euro): la suggestione di un bicchiere ben presto si è tramutata in curiosità e ricerca!

Non dimentichiamoci del Grignolino…..

Grignolino d’Asti 2007 – Cascina Tavijn

Ispirata dai dettami della viticoltura ecosostenibile, dalla sua cantina immersa nella campagna di Scurzolengo la giovane Nadia Verrua se ne esce con un  Grignolino encomiabile per espressività, equilibri, schiettezza: frutto rosso rosso, generoso e caldo, ma senza appesantimenti, perché la saldezza del telaio e la verve acida contrastano e rilanciano da par loro, rendendone dinamico lo sviluppo, naturale la beva, peperina la silhouette. 7 euro di “sana contadinità”.

…. e del Pelaverga!

Verduno Pelaverga 2007 – Fratelli Alessandria

Quale filologica interpretazione di un vino-vitigno poco chiacchierato ma amato come pochi in quel di Verduno, il nuovo Pelaverga della famiglia Alessandria ha tutte le carte in regola per piacere: colore tenue, gusto delicato, freschezza. Il pepe corrobora e vivacizza la beva, la rosa sfuma garbatamente e si fa circuizione sottile, il fondo officinale evoca e intriga. Il bicchiere finisce presto, e presto ne richiedi. Un vino che non può mancare sulla tavola degli amanti e dei sognatori. 10 euro.

Madre barbera:

Barbera d’Asti 2006 – Fidanza

Autore di vini di stampo moderno a cui non fan difetto garbo e personalità, grazie anche alle peculiarità di un territorio che “conta” quale quello di Calosso, Fabio Fidanza mi sorprende con questa Barbera intensa, generosa, di bella beva e dinamismo, fra le più eleganti assaggiate quest’anno nell’astigiano, che riesce a distinguersi per compostezza, naturalezza espressiva ed intrigante sottigliezza floreale, reclamando così attenzioni e dignità che vanno ben oltre la qualifica di “base” che si porta cucita addosso. A 8 euro , Asti in un bicchiere.

Barbera del Monferrato Superiore La Baldea 2006 – Marco Canato

Un profilo aromatico roccioso e senza fronzoli, austero e flemmatico, annuncia una Barbera di indiscutibile tipicità e sentimento. Senza forzature, istintiva e godibilissima, scorre che è un desio e rilancia da par suo le quotazioni dei vini ad alta dignità territoriale che sembran nati per assolvere felicemente al loro compito primario: essere fedeli compagni della tavola. 8 euro di franchezza e, ovviamente, di buona compagnia.

Barbera d’Alba Aves 2006 – Comm. G.B. Burlotto

Dalla sponda di Verduno -Langa classica, Langa albese- performance straordinaria per la Barbera della famiglia Alessandria/Burlotto: profonda e saporita, infonde calor buono e temperamento, rivelando sincera naturalezza nell’eloquio e nello svolgimento delle trame. Polposa, ciliegiosa, balsamica, dall’acidità integratissima e pervasiva, si concede a lungo in quel finale sostenuto dall’impronta sapido-minerale, tanto da lasciare il segno, e che segno! A 12 euro una Barbera di livello assoluto.

Padre nebbiolo:

Gattinara 2004 – Anzivino

Vino “trasparente”, classico e puro, sentitamente minerale e quasi marino nella traccia salina che rilascia; una lama di disadorna bellezza e tensione tutta interiore. Sono iodio e terra umida, sottobosco e menta: unico nel carattere, suggestivo nelle trame, profondo nella sua nudità. 15 euro di nordica nobiltà per un vino sans signature, fedele traduttore del terroir.

Carema etichetta Bianca 2004- Ferrando e C.

Teso, piritico, impettito, “segaligno”, sentimentale, sussurrato, tutto nervo & poca ciccia, fiori e catrame, eppure coinvolgente e prezioso come pochi. E’ cosa cara, capace persino di illuderti che le sue intimità siano tutte per te. 18 euro di fiera identità “montanara”, quella che smuove emozione e ricordi: devo infatti molto al mio primo Carema di diciott’anni fa. Non tanto per aver sparigliato da par suo le poche “certezze” enologiche della mia gioventù incuriosita, o elevato a ricordo indelebile una saporitissima carbonada valdostana, quanto perché contribuì a rischiarare gli orizzonti incerti di due ragazzi ai quali, delicatamente ma con forza, consigliò l’amore.

Barbaresco 2004 -Castello di Verduno

Raffinato, elegantissimo, “sferico” nella sua completezza, pieno di garbo e sfumature, ha una incredibile nonchalance, una spina sapida infiltrante, umori di iodio e menta da regalare. 21 euro di autenticità e belle speranze, racchiuse in un bicchiere grondante purezza. Da uve nebbiolo provenienti dai cru Faset e Rabajà.

Barbaresco Boito 2005 – Rizzi

Sottobosco e candore, tracce ematiche e radice di liquirizia; poi una bocca di freschezza étonnante: speziata, affusolata, dedicata e accorta, capace di slanci ed aperture inaspettate. Un soffio di bontà, ecco cos’é. Non ti stanchi di lei. A 26 euro un Barbaresco (sponda Treiso) orgoglioso, per niente propenso alle smancerie ad effetto, casomai felicemente sintonizzato sulle frequenze del rigore e dell’equilibrio. E’ un conseguimento raro, tal da proporsi fra le migliori uscite dell’anno, se mi parli di 2005.

Barolo 2004  – Luigi Oddero e Figli

Un tuffo salvifico nei vini dal respiro nebbiolesco autentico, in cui la tradizione la “mastichi” a cominciar dal nome: Barolo e basta, e dove la “concia cantiniera” sembra una pratica sconosciuta. Eppure qui non siamo di fronte a chissaqquali arcaismi enologici. Il vino se ne esce pieno di sottigliezze, sfumato, felpato, misurato e struggente. In una parola: attuale; in due parole: attuale e contestualizzato. Minerale e pervasivo, con leggere screziature artisan all’olfatto (oliva, che tanto fa Oddero style), è vino di materia sottile (“lamorrina”) e slancio inatteso, in odor di mandarino e menta, a dir poco rinfrescante. 25 euro di grandissima dignità territoriale da uno dei patriarchi del bere bene langarolo, ora  “in solitario” dopo la recente suddivisione delle proprietà avvenuta fra i fratelli Giacomo (che con la figlia Maria Cristina guida la casa madre, la celeberrima Cantine e Poderi Oddero) e, appunto, Luigi.

Barolo Bussìa 2004 – Giacomo Fenocchio

Magistrale interpretazione terroiriste per un vino rigoroso e solidissimo, trascinante eppur flemmatico. E’ vino di manifesta mineralità e carattere indomito Non fa una piega, la sua freschezza è una lama sottile, che traccia e incide, l’impalcatura tannica è matura e decisa, l’allungo perentorio e salino. E’ questo un grande Barolo, dinamico ed irresistibile. Dalla famiglia Fenocchio, dalla Bussìa Sottana, un vino elegiaco e incantevole, in odor di tradizione, a 26 euro o giù di lì.

Dulcis in fundo…

Malvasia di Castelnuovo Don Bosco 2007 – Cascina Gilli

Niente di meglio che terminare in freschezza: poco alcol qui, e spuma allegra, per un vino color cerasuolo/rubino di estroversa vitalità. Vinoso, pieno, intenso, non  si fa mancare il corredo prezioso dei frutti del bosco, a cui si aggiungono piacevoli fragranze floreali, a sfumare in eleganza l’impatto generoso del frutto. Pulito pulito, spigliato e beverino (qualche traccia medicinale in via di assorbimento), è vino “compagnone” dalla beva traditrice, che a parer mio contempla in sé due missioni: promuovere l’identità g-local della malvasia di Schierano -uva aromatica che ha poco da invidiare al più celebre brachetto- al di fuori dei confini regionali, aprendo brecce nella misconoscenza dei più; attrarre gli appassionati verso nuove partenze, stavolta in direzione Piemonte, magari via dalla pazza folla (leggi Langa albese). Sulla prima missione non posso fare che un augurio alla tipologia tutta, vista la bizzarrìa dei mercati, che sempre più non comprendo, da quando gli orientamenti prevalenti sembrano a volte sfuggire al buon senso e alla qualità intrinseca di un prodotto; sulla seconda invece vado sul velluto, perché dopo un vino così stai pur certo dei ritorni piemontesi! Ah, dimenticavo, 8 euro sugli scaffali.

Nota finale: qualche lettore mi fa notare che il termine outsider viene usato anche nella Guida Vini Espresso, della cui squadra d’autori d’altronde mi onoro di far parte. E’ vero. In quel contesto però OUTSIDER ha un’altra accezione e rappresenta una categoria di vini alla cui determinazione contribuiscono regole ben precise, che potrete ben capire leggendo la Guida stessa, e che chiaramente non sono quelle che stanno alla base della mia proposta acquabonesca (al punto che con sostanziale puntualità i “miei” vini outsider non coincidono quasi mai con gli outsider guidaioli). Ci sta che “masticare” di outsider in quel contesto, fors’anche inconsciamente, mi abbia ispirato nel trovare il titolo (e la sostanza) a questa piccola serie di articoli. Se così fosse, una volta di più, non ho che da ringraziare i curatori della Guida, Ernesto Gentili e Fabio Rizzari.

6 Comments

  • enzo ha detto:

    caro Fernando,
    mi trovo pienamente d’accordo con te sui barolo e barbaresco (oltretutto in cantina il prezzo scende sensibilmente…). Aggiungerei, a parer mio, il Verduno di Reverdito, di costo minore e di qualità spiccata e tipicamente speziato e pepato. Poi vorrei ricordare il barolo 2004 di Michelino Veglio (consigliatomi giustamente proprio da la guida de l’Espresso a cui mi affido spesso e volentieri -non lo conoscevo…-). Gran bel vino e soprattutto ad un prezzo straordinario per un vero barolo: 13 euro in cantina che il prossimo anno aumenteranno quasi sicuramente ma sempre dell’ordine dei 15. Chi passa da quelle parti non se lo lasci scappare …
    Tutti i barbaresco e i barolo che consigli hanno già una piccola rappresentanza a casa mia … Ma andate a trovare i produttori: sono persone squisite, come Luigi Oddero (vero “signore” d’altri tempi, ormai razza troppo rara), Fenocchio, Rizzi (quelli che conosco abbastanza): il vino varrà ancora di più ….
    Scusa l’intromissione, ma ci tenevo a sottoscrivere pienamente la tua visione del Piemonte “minore”, ma mica tanto…

  • fabio pracchia ha detto:

    Mi trovo pienamente d’accordo su tutte queste chicche;
    In particolare:
    Rizzi è emozionante.
    Ho fatto conoscenza con il Grignolino di Tavijn, domenica scorsa alla manifestazione di Fornovo, vini di vignaioli; era, SECONDO ME, insieme al Pirocchetta di Cascina Corte, di gran lunga il vino migliore….
    saluti Fabio

  • walter ha detto:

    concordo pienamente con l’articolo,
    ci sono ed e’ per modo di dire,piccoli vini ma che in realta’ sono grandi vini e fanno grande le langhe e tutte le zone vinicole del piemonte,
    a queste grandi case vinicole gli direi un gran GRAZIE.

  • Fernando Pardini ha detto:

    Per Enzo: eh sì, il Barolo 2004 di Michelino Veglio è proprio una bella sorpresa, outsider veriddio. Avevo pensato di inserirlo sai, proprio in virtù del prezzo amichevole, poi ho pensato che forse stavo dando troppo spazio ai Barolo e mi sono contenuto. Non pervenuto il Barolo di Reverdito, o meglio, assaggiati sia il Codane 2004 ( da cui mi aspettavo di più) che il buon Serralunga 2004, ma non il Verduno(?) che dici tu.
    Infine, annoto ( non so perché con un certo piacere) che nonostante la veste ufficiale sia quella di fustigaguide, qualcosa di stimolante in esse( perlomeno in qualcuna di esse) tu ci trovi ancora.
    Per Walter: dalle volte che ha ripetuto GRANDE nel suo commento, mi vien da pensare ad una profonda sua infatuazione per il Piemonte vinicolo. Difficile davvero dargli torto.
    Per Fabio: bene! Una conferma in più sulla “intuizione grignolina” avuta quest’estate. Buono anche il Pirochetta, e non è una novità.

  • enzo ha detto:

    per Fernando,
    eh si….sembra un controsenso. Ma in realtà quello che io vorrei fare è solo un’opera di sdrammatizzazione del mondo del vino inteso solo come punteggi, profumi, aromi…il tutto quasi maniacale. E tu capisci a che tipo di persone mi riferisco e a che tipo di …blog. Lo ammetto, a me piace la guida dell’Espresso perchè la utilizzo per sapermi orientare soprattutto fuori Piemonte. E devo dire che è l’unica che veramente scova gente “nuova” senza paure. Poi ovviamente procedo con i miei sensi. In realtà a volte faccio ironia anche su di me. Bisognerebbe farlo sempre. Su Reverdito, dici bene, ma non è uscito ancora con il Bricco Cogni e con il Moncucco (li ritarda di due e un anno rispettivamente). Invece il Verduno è in produzione da un paio di anni e te lo consiglio (magari lo tiene un po’ nascosto ?!). Va bene mi hai scoperto… Mi permetti comunque di continuare a fare il castigaguide? Spero di si… mi diverto un sacco.

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