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Prima di tutto, la terra. Parola della Unione Viticoltori Panzano

di Fernando Pardini

“L’Unione come insieme di persone; l’Unione come atto d’amore verso l’agricoltura e Panzano; l’Unione per cercare il senso del proprio territorio, rispettandolo” – Giovanni Manetti (vignaiolo)

E’ bello accorgersi, una volta tanto, che oltre al pur legittimo (ma di certo non originale) intento di promuovere i prodotti di un territorio, tipico di ogni unione fra agricoltori, ci sia qualcosa di più e di meglio, magari di nuovo. Per esempio che possa dimorare lì, in un coacervo di individualità e percorsi formativi e professionali anche sostanzialmente differenti, un messaggio più profondo e nondimeno accomunante che non quello strettamente correlato alla valenza commerciale o alla visibilità sui mercati. Perché quando ti accorgi che il portato delle singole esperienze può fornire propellente ad un pensiero diverso, allargato e CONDIVISIBILE, che riguardi concetti fondanti e futuribili quale quelli della “ruralità consapevole” di veronelliana memoria (non che sia un’egida, ma a me piace ricordarla così) o, per dirla con il tema di un interessante convegno a cui mi son trovato a partecipare un mesetto fa proprio a Panzano, della agricoltura ecosostenibile, ecco che le orecchie si drizzano, ecco che l’esperienza in atto merita l’onore della cronaca e il racconto.

A Panzano, di fatto, l’Unione Viticoltori di questa prestigiosa sottozona chiantigiana (siamo nel comune di Greve) ha partorito qualcosa di importante, grazie soprattutto alla voglia dei singoli di confrontarsi apertamente sui temi cari (volontà mai venuta meno fin dalla nascita della associazione), temi che non potevano escludere, a ben vedere, la salvaguardia e il rispetto del bene più grande: la terra. Interrogarsi quindi sul presente e sul futuro di una viticoltura razionale che fosse sì economicamente sostenibile ma nel contempo ecologicamente sostenibile, è stato un passaggio obbligato (qualcuno lo definirebbe di valenza etica, io – più illuso – continuo a pensarlo cumsustanziale all’essenza stessa di un mestiere) che nel tempo ha trovato un respiro e un ascolto sempre più ampi. E’ così che dalle prime significative esperienze panzanesi maturate nell’ambito della agricoltura biologica e in certi casi biodinamica (fra le quali ricordiamo Rampolla della famiglia Di Napoli, Casaloste di Giovan Battista d’Orsi, Renzo Marinai..), portate alla conoscenza degli altri produttori come materia di dibattito o semplicemente per parlare di sé, è cresciuta – insieme alla consapevolezza che altre “strade” agronomiche sono possibili – l’esigenza di tentare un salto di qualità alquanto singolare, che portasse ad una unicità grande quanto il carattere dei migliorin vini di Panzano: spingere (non forzare) gli associati verso pratiche ecosostenibili in campagna.

Questa idea, questa possibilità (questa bella illusione) è stata fatta propria, fra gli altri, dall’instancabile presidente dell’Unione, Giovanni Manetti, proprietario della celebre Tenuta Fontodi, e a distanza di qualche anno i risultati appaiono concreti e indiscutibili, dal momento in cui ci dicono che il 50% del territorio vitato panzanese (quasi interamente destinato alla produzione di vini imbottigliati) è stato convertito (o è in via di conversione) al biologico. Scorrendo l’elenco dei nomi interessati, se ne comprende ancor di più la valenza: Fontodi, Montebernardi, Le Cinciole, Panzanello, Cennatoio, Candialle….altri si stanno aggiungendo al coro (Il Molino di Grace, La Massa, Rignana…). La strada sembra alfine tracciata, e in suo nome si inserisce a pieno titolo la recente fondazione, in Panzano, della Stazione sperimentale per la viticoltura sostenibile, capitanata dall’agronomo bio Ruggero Mazzilli, nata per supportare tecnicamente le aziende vinicole (non soltanto del territorio) nelle pratiche agronomiche biologiche o a basso impatto ambientale. E proprio nel corso dell’evento inaugurale, precisamente durante l’affascinante outing pubblico a cui hanno partecipato pressoché tutti i vignaioli della Unione, ho raccolto le suggestioni più stimolanti che hanno contribuito a suggerirmi questo pezzo. Non so perché, ma lì ho respirato autenticità. Nessun cliché, nessuna voglia di apparire. Perché a parlare, per una volta, sono stati i fatti. E così, in una carrellata frammentaria e non esaustiva, mi piace ricordare l’appassionato, a tratti esilarante racconto (capacità attoriali innate, di matrice napoletana) di Giovan Battista d’Orsi sulla sua “miniera di rame” a Casaloste; la puntuale, organica descrizione di una esperienza preziosa quale quella messa in atto a La Massa dal pignolissimo (e ottimo viticoltore) Giampaolo Motta per conoscere in profondità la sua terra (15 terreni differenti, emblema della “anomalia panzanese”); il percorso esistenzial-professionale, quanto mai umanamente partecipato, di Luca Orsini a Le Cinciole; le parole semplici e dirette di un emozionato Renzo Marinai; l’emblematica, spiazzante mini-lezione zen di Luca Di Napoli del Castello dei Rampolla, sulla superiore esigenza di saper ascoltare (sé stessi e la terra). Sì, sono volti e briciole di varia umanità, sono gesti e modi, sono sensibilità che emergono e che intendono rivelarsi. Per la prima volta però ho avuto la sensazione che una unione di vignaioli abbia avuto il potere di sinergizzare i singoli estri nel nome di un obiettivo più “alto” e trasparente. Questa sensazione mi ha fatto stare bene. Nel frattempo, nella campagna panzanese, i “lavori” sono in corso. Nel frattempo, la terra panzanese ringrazia.

Foto: la prima foto a commento (fortemente voluta) è stata estratta dal sito dell’azienda agricola Le Fonti di Panzano; la seconda offre una delle innumerevoli viste di cui è prodiga la Conca d’Oro panzanese.

22 ottobre 2008

11 Comments

  • @Fernando,
    molto di quello che dici è vero e coinvolge anche me. L’unione uomo e Natura è fondamentale e deve essere trainante. Tuttavia, come astrofisico, vorrei tenere sempre ben “scollegata” la biodinamica dal biologico. Mentre il biologico è un tentativo (spesso rovinato dalle condizioni al contorno) di seguire trattamenti e regole con il minimo impatto ambientale, riducendo la chimica e le altre sostanze non-naturali, la biodinamica è essenzialmente una presa di posizione filosofica basata su superstizioni e concetti esoterici. Non confondiamole! Gli stessi biodinamici “veri” (seguaci giocoforza di Steiner e della sua visione dell’universo) dicono che a niente vale una coltivazione biologica se non gli si accoppiano le “forze occulte” provenienti dal cosmo. Queste forze vengono “create” all’interno di certi composti (leggere il 500 e poi cercate di non ridere), sfruttando gli effetti astrali della Luna, dei pianeti e delle stelle. E no! Qui non ci sto più!! Lascino parlare di universo chi l’ha studiato da 40 anni e non facciano gli imbonitori alla Vanna Marchi… Nessuna forza “occulta” (così venivano chiamate dallo stesso Steiner) può agire sul nostro pianeta. La forza, la volontà e la saggezza dell’uomo si. Ben venga quindi la coltivazione biologica, anche se spesso è un’utopia se chi sta intorno continua a fare come prima. Ma ribelliamoci alla biodinamica che altro non è che una presa in giro degli agricoltori e-spesso-un metodo per vendere inutili composti preparati dai “santoni”. Non mischiamo due concetti che sono agli estremi. Io mi sono letto molti volumi di Steiner e soprattutto la sua applicazione all’agricoltura. Ho anche scritto delle considerazioni. Vi posso garantire che chi dice “io seguo solo la parte biologia e me ne frego del resto” non è biodinamico, ma solo biologico. La vera biodinamica si basa essenzialmente su atti di fede e su regole non spiegate (Steiner era una specie di visonario, leggermente nazista). Scusate, ma ci tenevo a differenziare chiaramente le due cose…

  • Luca Bonci ha detto:

    Caro Enzo, questa discussione con Fernando, e con altri, l’abbiamo già fatta. Io da buon materialista posso sottoscrivere parola per parola le tue considerazioni. La Biodinamica condivide con la sua sorella Omeopatia l’irrazionalità, la professione di fede, la illogicità anche di fronte al semplice buon senso senza scomodare la scienza.

    Da anni mi accapiglio con le persone sensate che mi dicono che si curano con l’Omeopatia (quelle insensate le lascio perdere, per risparmiare fiato), ma alla fine ho assunto un atteggiamento più pragmatico che riesco a spiegare bene coll’esempio della panificazione. E’ molto diffusa, e ha origini remote, l’usanza di segnare le pagnotte da mettere in forno col segno della croce. Lo si faceva (fa) per credenza, ma quel segno aiuta poi la lievitatura e il pane viene meglio.

    Allo stesso modo, se qualcuno ha bisogno di credere in forze astrali, preparati magici e via dicendo, per poi, nella prassi, andare verso una coltivazione biologica e naturale, ben venga tutto questo! Certo, c’è il rischio che qualcuno speculi, vendendo preparati magici, così come speculano le aziende farmaceutiche e le farmacie con i preparati omeopatici. Ma la strada per la consapevolezza è lunga e non mi sembra neppure che la stiamo percorrendo nel senso giusto, accontentiamoci di quello che si può raggiungere.

    Lasciamo quindi che le persone si curino con pasticchette di zucchero e gocce d’acqua, male non gli farà, sperando che abbiano la coscienza (loro e i loro medici) di utilizzare poi le cure giuste quando serve, e lasciamo che alcuni viganioli mettano i loro preparati magici nella terra, meglio quelli dei fitofarmaci!

    Ah, dimenticavo, Fernando, a quel che rimane delle nostre discussioni, benché più propenso di me ad ascoltare la voce della terra (in senso simbolico), non mi sembra che la pensi troppo diversamente da me, ma lascio a lui la parola…

  • Fernando Pardini ha detto:

    Ma non dimentichiamoci del proverbiale pragmatismo dei contadini, che se non vi fossero i risultati sul campo col cavolo che si accontenterebbero dei soli conforti trascendentali e filosofici!
    Per quanto mi riguarda due piani di “ascolto”: da persona che cerca di vivere il suo tempo, non senza disagio, avverto un grido d’aiuto lugubre e squarciante arrivarci dalla terra tutta. Associandomi perciò al pensiero di Luca, prendo tutto il bene che posso dai gesti e dalle consapevolezze nuove che mi parlino di rispetto, vieppiù se in campo agronomico. Ben vengano, qualunque sia lo stimolo che innerva quei produttori a camminare certe strade. Da accanito degustatore invece, di fronte a certe pratiche ne osservo i risultati ( i vini). Non altro. A volte dubito, perché i vini li trovo confusi ( ma spesso ciò dipende dai trattamenti cantinieri incoerenti che hanno ricevuto, rispetto alla sottesa purezza dei gesti campagnoli; altre volte dipende dalla non elettività di un terroir, e qui c’è poco da fare, biologico o non biologico..); a volte esulto per gli squarci di autentica espressività senza filtri che quei vini sembrano dimostrare, ben più di altri. Questo secondo aspetto mi coinvolge e intriga, perché è linfa della mia curiosità. Perché mi illude che la terra sia ancora viva.

  • enzo zappalà ha detto:

    carissimi,
    avete ragione da un certo punto di vista. Io stesso, quando avevo scritto un piccolo manuale sulla Luna ed i suoi effetti avevo concluso che il nostro satellite niente poteva sulle coltivazioni e altre superstizioni. Avevo però concluso che se i contadini si sentono meglio a seguire certe pratiche secolari e se queste non ledono il loro lavoro, ben vengano. Tuttavia, la biodinamica è cosa ben diversa. Intanto, come accenna Luca, a volte specula. Poi non vedo perchè non si possa giungere al biologico e all’amore puro per la terra (come dice Fernando) senza far intervenire il mistero e l’occulto. E’ mai possibile che l’uomo di oggi abbia bisogno sempre e comunque di spettacoli come “Voyager” per accostarsi alla storia, all’archeologia, e via dicendo? Caro Fernando, apprezzo e condivido in pieno il tuo amore per la terra e per qualsiasi pratica ci avvicini ad essa e ci permetta di sentirla “viva”. Essa è viva, senz’altro, ma non ha bisogno di pratiche esoteriche. basta ascoltarla come fai tu, ed io, e tantissimi altri. Io rifiuto soltanto il bisogno di crearsi un alibi pseudo-scientifico (la biodinamica) per spiegare queste sensazioni che sono solo e soltanto parte integrante della natura che ci circonda, senza misteri. Basterebbe conoscerla meglio e con umiltà culturale e non ci sarebbe più bisogno di seguire pazzoidi come Steiner ed i suoi seguaci… Scusatemi, sarà la mia deformazione professionale, ma mi irrita vedere come “ignoranti” (nel senso puro del termine) si professino scienziati per imbonire il prossimo. E questo lo fanno quasi tutti coloro che istigano i contadini alla biodinamica. Perchè non istighiamo solo al biologico e sconfessiamo una volta per tutte le pratiche da streghe e fattucchiere? Non è poi così difficile… (a meno che non ci siano forti interessi da parte di chi divulga e sbandiera la biodinamica come salvezza e amore). Mi spiace per chi è in buona fede e per chi in fondo dice “è meglio che niente”. ma Galileo sarebbe finito nell’oblio se non ci fosse stata una reazione del pensiero. E il 2009 segna i 400 anni della rivoluzione galileiana e DEVO ricordarmelo!!

  • lamberto ha detto:

    Scusate se solo ora mi intrometto in questa discussione, che per altro mi chiama in causa come agronomo.
    Negli anni ’90 (precisamente nel 1993 ho dovuto tirare fuori i miei attestati per essere preciso), ho partecipato ad un corso di specializzazione in agricoltura biologica e biodinamica tenuto fra gli altri da professori provenienti dalla germania e dalla svizzera. Luoghi come sappiamo di riferimento per queste pratiche. Io che avevo concluso solo pochi anni prima il mio corso di laurea in agronomia mi ritrovai molto nelle pratiche di agricoltura biologica, in fondo bastava risfogliare in maniera innovativa il buon Bonciarelli ( testo di agronomia generale) per aver sotto mano molte delle pratiche propugnate. Ma in questo corso ci furono anche lezioni di biodinamica e soprattutto una visita ad una azienda biodinamica vicino Volterra che ricordo ancora con apprensione. Tutto sembrava frutto di forze esterne alle leggi che regolano la nostra realtà concreta ( chimica, fisica ecc.) e basavano molte delle loro considerazioni su prove empiriche assolutamente non confermabili. Ne cito una per tutte: ci stavano parlando dei preparati e della dinamizzazione degli stessi ed per confermare la grande efficacia degli stessi ci raccontarono che mentre distribuivano tali prodotti disciolti in acqua in soluzione 1 a 1000000 si ruppe il mezzo che distribuiva la soluzione e parte del liquido inondò il grano che era in fase di levata ( maggio). Ci mostrarono le spighe di altezza superiore alla media raccolte in quel punto come prova dell’efficacia del prodotto. La mia considerazione fu ed è che se si potesse irrigare il grano in quella fase sicuramente l’altezza delle spighe sarebbe maggiore e anche la produzione sarebbe più abbondante: ovvero è l’acqua e non il prodotto che ha sortito tali effetti. Ma c’è chi vuol vedere il dito e non la luna……..

  • enzo zappalà ha detto:

    caro lamberto,
    ovviamente hai ragione e condivido in pieno. Mischiare scienza, amore per la terra, utilizzo consapevole è più che sufficiente. Non abbiamo nessun bisogno di forse occulte e di imbonitori. Il mondo ne è già pieno!!

  • Manuela Sani ha detto:

    Lamberto, che memoria!!! Hai ragione, era il ’93 e, dopo quella visita nell’azienda biodinamica, eravamo tutti molto perplessi. A distanza di anni ho maturato la conclusione che, in quel caso, siamo stati tutti “gabbati” dalle chiacchiere di una guida sbagliata (se ti ricordi, lui stesso disse che non si occupava dei lavori agricoli, ma di un’associazione culturale o dell’insegnamento) e di un tutor ancora più sbagliato. Personalmente, io sono rimasta molto prevenuta verso l’agricoltura biodinamica per diversi anni, finché non ho conosciuto agricoltori veri, biodinamici, che fanno ottimi prodotti. Fra l’altro, in qualche mercatino, ho re-incontrato anche persone di quell’azienda, (quelle che effettivamente lavorano sulla terra o nella stalla) e l’impatto è stato molto migliore. Al di là di questo, pur restando dell’idea che l’agricoltura è una cosa e la filosofia un’altra, penso che dobbiamo essere aperti a tutto, e, se i ‘preparati’ biodinamici funzionano, nonostante la loro non dimostrata scientificità, perché preoccuparsi? A me, personalmente, interessa solo:
    – come CONSUMATRICE, che il prodotto sia sano, buono ed abbordabile come prezzo;
    – come agronoma, dalla parte degli agricoltori, mi interessa che sia redditizio per chi lo produce.
    – Come PERSONA, mi preme che ognuno sia libero di agire come vuole, secondo la sua esperienza ed anche secondo la sua filosofia di vita, in ogni campo, purché sussista il RISPETTO di ogni idea e non ci siano speculazioni e frodi più o meno camuffate.
    Quindi, ben venga la bio-diversità, anche nel campo delle esperienze e delle perone, perche è sempre un arricchimento (non monetario, ma secondo me più importante!).

  • Fernando Pardini ha detto:

    Le parole di Manuela, che apprendo essere agronoma ( se non ho capito male), mi appaiono piene di senso. Vedi un po’ il Lamberto che sane frequentazioni che ha?

  • Luca ha detto:

    Cara Manuela, non penso di poter essere d’accordo con te, né quindi con Fernando, per un paio di motivi principali.

    Intanto i preparati biodinamici non possono funzionare, visto che semplicemente “non esistono”, così come non esiste alcun principio attivo nei farmaci omeopatici che, infatti, non funzionano. Ovvero funzionano in parte, ma per un motivo completamente diverso, l’effetto placebo. Così, come nell’omeopatia è chiaro cosa ci sia di funzionante, dobbiamo sforzarci di capire, se la biodinamica funziona, cosa ci sia che la fa funzionare. Di certo non sono i preparati e tutto quel ciarpame medioevale (rifritto in salsa novecentesca) che dovrebbe giustificare il loro funzionamento.

    Perché “bisogna” capire? Perché ne va del progresso della conoscenza, perché senza questo bisogno saremmo rimasti alla bibbia e squarteremo agnelli in segno di sacrificio e non per mangiarseli. Pensare che si possa rimanere al libro sacro di Steiner, o a quello altrettanto visionario (in senso per nulla positivo) di Hahnemann (padre dell’omeopatia), senza progredire è una cosa da fedeli, non da persone razionali, e ti assicuro che tutti i vignaioli sono più che razionali, se non altro perché poi il vino lo vendono e sanno benissimo quanto farlo pagare, e quando far pagare anche le varie etichette che ci appiccicano (biodinamico, biologico, barriccato, ecc. ecc.)

    E qui andiamo alla seconda ragione: io non posso veramente tollerare che persone che vivono nel nostro terzo millenio, che ne condividono i modi, che, per ripetermi, vendono il loro vino e ne fanno una attività commerciale rispettabile e in alcuni casi lucrosi, non posso tollerare che mi vengano a dire che il loro vino è buono perché hanno preso del letame, lo hanno messo in un corno di vacca bigravida, abbiano guardato le stelle, poi lo abbiano rimescolato in un senso e nell’altro, lo abbiano diluito così tanto da far sì che non se ne trovi praticamente più traccia e … se uno mi dice così mi sta prendendo per i fondelli, molto di più di quello che mi dice che fa il vino diraspando grappolo a grappolo e poi invece usa le bustine. Il secondo è un truffatore, un delinquente, un bugiardo, ma almeno non mi prende per scemo (per parlar bene).

    La biodinamica funziona? Bene, tentiamo di capire perché funziona. Non mi sembra neppure così difficile, a dire il vero. Evidentemente inerbire, non concimare, lasciar che la vite segua il proprio ciclo vitale naturale fa bene ai vini di qualità. E allora, aspetto che un vignaiolo o un tecnico mi dica: “guarda, mi sono letto i manuali di biodinamica, ho lasciato perdere tutte le idiozie di contorno, e ne ho tirato fuori un bel manuale di coltivazione naturale, questo sì che funziona!”

    Il rispetto delle idee è una cosa, la rinuncia alla ricerca della verità (anche delle piccole verità) è un errore che non ci possiamo permettere.

    p.s. se non si fosse capito perché insisto sul paragone con l’omeopatia basti sapere che la biodinamica adotta le metodologie omeopatiche, a partire dalla famosa “dinamizzazione”, ovvero dall’agitare (mescolare nel caso della biodinamica) i composti sempre più diluiti affinché le “proprietà” della sostanza attiva passino all’acqua. Questa parte della biodinamica, così come l’omeopatia, sono acqua fresca, e che l’acqua faccia bene alle piante, così come agli uomini, è indubbio.

  • caro Luca,
    mi hai letto nel cervello? Hai detto esattamente ciò che ho sempre pensato e cercato di dire… Non si può accettare una cosa, soprattutto se idiota ed irrazionale, solo perchè funziona. Può funzionare per cento altre ragioni e quelle vanno studiate. Come già dicevo, se tirando un sasso ogni mattina contro un vetro, vedo sempre sorgere il Sole, non posso certo concludere che la nostra stella sale in cielo a cusa del mio gesto assurdo… E così via. Non ha nemmeno senso dire :”costa poco e allora perchè non devo farlo”. teoricamente può anche andare bene. ma è come se Galileo avesse detto: ” Tolomeo descriveva tutto perfettamente. Diceil falso, ma perchè cambiare? In fondo tutto continua ad andare come prima e tutti sono contenti”. Bravo Luca!!!

  • paolo rusconi ha detto:

    Nessuna forza “occulta” (così venivano chiamate dallo stesso Steiner) può agire sul nostro pianeta.

    Questo passaggio mi trova in completo disaccordo. Una forza non può agire solo perchè semplicemente non è ancora conosciuta e/o codificata? Ma per favore, la gravità non funzionava prima che un certo Newton la scoprisse?
    Giusto un paio di esempi, statistici, di come forze strane influenzano la vita di tutti i giorni. I parti aumentano in modo esponenziale al cambio di luna. Chiedere nei reparti di ostetricia per conferme.
    Oppure chiedete al vecchio contadino perché semina l’insalata con una certa luna e i pomodori in luna opposta? La risposta è perché così funziona, l’insalata fa foglia e il pomodoro frutto. O, parlando di vino, per ottenere un frizzante si imbottiglia in luna crescente mentre per evitare rifermentazioni in luna calante?
    Sicuri che questi saperi “perduti” siano solo credenze e/o superstizioni ?

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