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Rossi da sud: poker d’assi!

di Fabio Cimmino

Aglianico, negroamaro, gaglioppo e nero d’Avola. Se mi trovassi a dover giocare una mano di enopoker con colleghi del nord Italia e d’Oltralpe non avrei alcuna esitazione sui miei quattro “Assi” nella manica da calare sul tavolo verde. Un serie di assaggi recenti mi hanno convinto ancora una volta di più. Queste bottiglie sono la prova liquida dell’ormai raggiunta consapevole autorevolezza nonché della straordinarietà di queste uve e di questi territori. Non si tratta più di un potenziale da esplorare, di vigne da scoprire, di un futuro da costruire. Il futuro è, finalmente, adesso! Vi voglio presentare questi quattro campioni che hanno rinnovato (qualora ce ne fosse bisogno) il mio entusiasmo ed il mio amore per le vigne del sud. Vini che interpretano magistralmente varietà e terroir. Produttori grandi, medi, piccoli. Etichette, talvolta, lontano dai riflettori se non del tutto fuori dai circuiti mediatici. Etichette che possono essere considerate un valido punto di riferimento.

Aglianico del Taburno Riserva 2004De.vi

Dal 1978 Vincenzo De Cicco produce vino nel comprensorio delle DOC Taburno e Sannio, sulle falde della collina S. Vitale, nelle vicinanze della città di Benevento. I vini sono prodotti esclusivamente da uve aziendali. I vigneti si estendono su una superficie di circa 16 ettari. Vini dal sapore antico, precisi e puliti dal punto realizzativo, spudoratamente veri nella loro naturale e ruspante espressività. Vini lontani dai riflettori mediatici proprio per la loro stessa essenzialità, la loro rustica e sfuggente personalità contadina non sempre facile da riconoscere ed afferrare. Vini che soffrono (come io stesso ho avuto modo di accorgermi in alcune occasioni ufficiali), più di altri, le degustazioni in batteria. Subiscono l’intensità stordente di altre interpretazioni più furbe, ruffiane ed immediate, loro che richiedono un ascolto più lento e meditato. Nessuna scorciatoia, nessun compromesso. Un appunto solo, devo farlo, qualche esasperazione alcolica di troppo che finisce inevitabilmente con il condizionare la beva e limitarne la tenuta a bottiglia aperta. L’Aglianico Riserva del 2001 vola sopra i 15 (quindici) gradi dichiarati in etichetta. Il naso è ampio, complesso. Le note fruttate lasciano subito posto ad un profilo più spiccatamente terziario di cuoio, tabacco e liquirzia. La beva non è compromessa dall’alcol esuberante grazie ad una buona acidità rinfrescante in grado di mantenere una vivace tensione gustativa. Un produttore interessante per chi ama vini di stampo tradizionale figli di una sincera e verace artigianalità.


Cirò Classico Superiore Riserva Ripe Del Falco 1991
Ippolito 1845

Ripe del Falco

Ippolito 1845, storico produttore calabrese, continua ostinatamente a proporre questa straordinaria etichetta d’antan. Siamo di fronte alla più antica realtà vinicola calabrese che sforna un milione di bottiglie l’anno di una correttezza esecutiva e di una naturalezza espressiva disarmanti, proposte a prezzi più che convenienti. Il Ripe del Falco è la sua punta di diamante: da uve gaglioppo in purezza, affinato in barrique per un anno circa, il vino sosta in acciaio poi in vetro, prima di essere commercializzato quando ritenuto pronto, solitamente non prima che siano passati quattordici, quindici anni dalla vendemmia (attualmente in commercio la 1993). Il Ripe del Falco dovrebbe essere un’etichetta obbligata in una qualsivoglia lista dei più grandi rossi italiani di tutti i tempi. Una strepitosa Riserva (con la R maiuscola in tutti i sensi), un Cirò Rosso Classico Superiore prodotto solo in annate considerate veramente meritevoli e commercializzato dopo lungo affinamento e… attesa. Ecco, così, materializzarsi un sorso di storia nel bicchiere. La vera essenza del Cirò, o almeno, quello che ho sempre immaginato e cercato in un Cirò. Un rosso nobile che attraverso la sua forza, la sua intensità, i sui profumi e la sua struttura rispecchia fedelmente la terra dove nasce. Sentori di cuoio, tabacco, liquirizia e spezie dominano l’austero quadro olfattivo. E’ ancora possibile afferrare l’integro ricordo del frutto, della ciliegia rossa dolce e matura. Al palato è lungo, interminabilmente persistente. Fresco, dai tannini setosi ed astringenti, chiude conducendo ad un finale secco, pulito ed asciutto. Cercatelo, il prezzo è molto più accessibile di quanto possiate immaginare e sarebbe lecito aspettarsi.

IGT Salento Carminio 2003Carrozzo

Quando penso al vignaiolo mi viene sempre in mente lui: Pino Carrozzo. Penso alle sue mani callose e segnate, al suo volto scuro e serio. Siamo a Magliano, a pochi chilometri da Lecce. Vigne vecchie che, ormai, sempre in meno hanno voglia di lavorare. Il classico alberello pugliese. Una volta scherzando dissi a Pino che quando lo vedevo mi sembrava di vedere un alberello pugliese… Non si offese, gli brillarono gli occhi per poi ridere di gusto. Il figlio Alessandro, ogni volta che mi vede, si diverte a ricordare questa battuta mentre Pino ogni volta risponde con il suo sguardo orgoglioso. Il Carminio è un negroamaro in purezza ottenuto da una vecchissima vigna ad alberello nella zona di Carmiano (nomen omen) in provinica di Lecce nel cuore del Salento. E’ l’etichetta di punta della famiglia Carrozzo e riflette questo carattere terragno e fiero. Il colore è denso e concentrato da vero vino del sud, figlio del sole. Eppure non assomiglia per nulla a quei bomboloni smorti e caricaturali che al meridione come in ogni altra parte d’Italia si continuano a produrre in nome di una presunta modernità e di un improbabile stile internazionale. Il colore del Carminio è vivo, vivace, trasparente e luminoso. Anche in annate difficili come la torrida 2003, pur confermando, al naso, un frutto molto maturo e decisamente concentrato, il calore alcolico non diventa mai prevaricante o eccessivo. Un frutto dalla gioiosa naturalezza espressiva esaltato dalla carnosità delle sensazioni: una polpa fresca e succosa. Sentori di prugna secca e piccoli frutti di bosco, dolci e suadenti, marcano la fase olfattiva. Le sensazioni terrose ed una sottile speziatura esaltano la tipicità, varietale e territoriale, di questo straordinario rosso. Al palato c’è perfetta corrispondenza d’intenti con l’olfatto. Morbido, strutturato e vigoroso. Tannini moderatamente pronunciati con acidità e sapidità, perfettamente, integrate, lavorano per sostenere la massa, donare equilibrio e regalare piacevolezza.

Neromaccarj 2000Gulfi

NeromaccarJ

“Non si capisce il motivo per il quale un’uva così grande come il Nero d’Avola venga tagliata da molte aziende siciliane con vitigni minori quali Cabernet Sauvignon e Syrah…”. Verso la metà degli anni Novanta Vito Catania decide di non cedere più a terzi le uve nero d’Avola coltivate nei vigneti posseduti in Chiaramonte Gulfi, e di procedere all’imbottigliamento e alla commercializzazione in proprio. Oggi le selezioni di Nero d’Avola prodotte da Gulfi provengono da due distinti tenimenti aziendali, che rappresentano due terroir distinti e alternativi per la produzione di grande nero d’Avola. Il nucleo vitato più importante, per qualità ed ispirazione agronomica, si trova in Val di Noto, nei dintorni del villaggio di Pachino, considerato il centro di propagazione della grande cultivar siciliana. Quin nascono le selezioni di punta dell’azienda da quelli che sono ritenuti i “Grand Cru” del Nero d’Avola: Bufaleffi, Maccari, Archi, Baroni e San Lorenzo. La vigna Maccari si estende per circa 3 ettari nell’omonima contrada. Il terreno è calcareo argilloso, il clima temperato-caldo mediterraneo. Le vigne, allevate ad alberello, hanno 30 anni con resa che non supera i 50 quintali ad ettaro. Alla vista è di un bel rosso rubino impenetrabile, denso, compatto e consistente. All’olfatto si apprezzano i sentori floreali e di frutta rossa matura, spezie dolci, liquirizia e grafite. Al palato è un vino che stupisce per equilibrio ed eleganza. La sua è una complessità sottile giocata tra la morbidezza del tannino e la freschezza acida. La persistenza finale è assicurata dalla spinta sapida che mostra un’indelebile traccia salmastra. Il rovere appare fuso in maniera magistrale nel complesso profilo di questo grande rosso siciliano.

Les jeux sont fait. Rien ne va plus…

3 Comments

  • Pietro Romano ha detto:

    In totale sintonia con l’estensore dell’articolo, una piccola perplessità per quanto riguarda il vino salentino ma forse è una questione di gusto personale ed in quanto tale estremamente soggettiva. D’accordissimo poi per il nero d’Avola, è un gran vino. Non sarebbe simpatico far sapere anche a noi lettori e frequentatori dei siti “vinicoli” i prezzi? Mi incuriosisce infatti la citazione sul prezzo per il vino calabrese.
    Un saluto e… complimenti.
    Pietro

  • Pietro Romano ha detto:

    nel mio precedente commento manca il punto interrogativo alla fine del periodo riguardante il prezzo del vino calabrese: questo ne stravolge il senso, Speriamo venga capito dall’estensore dell’articolo.
    Pietro

  • L'AcquaBuona ha detto:

    Caro Pietro, ci siamo presi la libertà di correggere il tuo commento come da te indicato, così è più comprensibile. Per quanto riguarda il Ripe del Falco 1991, o il 1993 che è ora in commercio, si dovrebbe trovare intorno ai 15 euro o anche a meno!

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