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Vini di Vignaioli 2008

di Leonardo Mazzanti

FORNOVO (PR) – Quando la sveglia è suonata ho guardato fuori e mi è venuta istintivamente voglia di girarmi dall’altra parte per continuare a crogiolarmi nel tepore del letto per il resto della mattina. Poi mi sono fatto forza ed ho guidato, sotto una pioggia incessante, per più di cento chilometri su e giù per la Cisa per raggiungere Fornovo.

D’altronde Vini di Vignaioli lo fanno lì e, a chi come me sta nella costa toscana, tutto sommato va più che bene, sempre meglio di Verona, Milano, Torino o Merano che sono le altre città ospitanti manifestazioni di questo genere: vini biologici o biodinamici ma fondamentalmente “sani” per l’uomo. Il fatto che la scelta della location sia ricaduta in un paesino alle pendici dell’Appennino tosco-emiliano, lontano dai riflettori di altri famosi eventi o dal richiamo delle grandi città, mi ha sempre incuriosito. Il motivo, oltre il forte legame alla zona degli organizzatori, trova ragione anche nel numero inizialmente esiguo di produttori che, per un semplice momento di ritrovo e confronto costruttivo tra vignaioli sulla stessa linea di pensiero come nella filosofia della manifestazione, non richiedeva aree particolarmente vaste e attrezzate.

Vini di vignaioli nasce nel 2002 sul modello di manifestazioni francesi già da tempo consolidate, divenendo così capostipite del genere in Italia. All’origine erano 10 produttori francesi e 10 italiani per poi arrivare all’attuale tetto di circa 65 con predominanza italiana; ogni anno le richieste di partecipazione sono ben maggiori ma, volendo mantenere orgogliosamente lo spirito “rurale” dell’evento, i produttori vengono selezionati attentamente. Questo per garantire al pubblico la qualità ed un rapporto umano con dei vignaioli che si identificano con i loro vini, che li curano con le proprie mani in tutte le loro fasi, dalla vigna alla vendita finale, ed ai quali si illuminano gli occhi quando fanno assaggiare il frutto del proprio lavoro.

Questa aria di festa solidale, respirabile anche dal pubblico intervenuto e cresciuto esponenzialmente nel corso degli anni, risulta essere il valore aggiunto di questa manifestazione. La stessa Christine Cogez-Marzani, in sintonia con il resto dello staff ed avvalorata da alcuni produttori amici in seguito interpellati in proposito, ha voluto sottolineare l’importanza di tale aspetto, la forza e l’energia di questa ragion d’essere. Riguardo al futuro ha escluso tassativamente un allargamento del numero dei produttori (semmai una rotazione degli stessi per promuoverne di nuovi) ed ha ribadito il mantenimento della struttura così piacevolmente näif.

La giornata è iniziata con un acceso dibattito su “I lieviti”, tema particolarmente sentito da una parte dei molti produttori presenti, in quanto argomento molto vasto e oggetto di varie interpretazioni. La conferenza è stata abilmente gestita tra italiano e francese poiché, come già accennato, la manifestazione ha sempre avuto come base il confronto tra vignaioli francesi e italiani ed in sala era alta la partecipazione d’oltralpe sia tra il pubblico che tra i relatori. Un po’ per la lingua e un po’ per il fatto di essere giunto in ritardo mi sono perso (forse) il più ed il meglio dei punti trattati ma, tra quello che ho sentito, mi ha colpito la problematica, legata alle annate “cattive”, di come riuscire ad ottenere una corretta fermentazione tramite l’uso esclusivo di lieviti autoctoni ricorrendo a particolari strategie, soluzioni scaturite dalla tenacia dei produttori a voler perseguire comunque il loro credo, indipendentemente dagli eventi climatici avversi.

Dalle dodici in poi è stato possibile accedere alla fiera-mercato perché, oltre la degustazione, è stato possibile acquistare vini direttamente dai produttori. E quì voglio soffermarmi un attimo per promuovere questa bellissima pratica: perché privare un semplice appassionato o mero curioso che sia, della gioia di godere di un vino che lo ha emozionato? Vuoi mettere la soddisfazione di comprare un vino di difficile (se non impossibile) reperibilità e magari risparmiare qualche euro rispetto ai soliti canali? Sarebbe bene che le manifestazioni aperte al pubblico prevedessero anche la vendita diretta, effettuata casomai dagli organizzatori in modo discreto in altra area adiacente anziché allo stand del produttore tra scatole e bottiglie varie e con troppe distrazioni per la giusta cura degli astanti. A fronte di uno sforzo organizzativo tutto sommato sopportabile, si otterrebbero diversi risultati positivi: dalla parte dei produttori un immediato riscontro di preferenze e di cassa (che non fa mai male…) e dalla parte dei presenti, oltre quanto già premesso, un beneficio della loro considerazione, risultando più difficile sentirsi porre (per fortuna prassi sempre più in disuso) quella fastidiosa e discriminatoria domanda: ristoratore o enotecaro?.

Entrando nel vivo degli assaggi ho trovato una qualità media dei vini piuttosto elevata, probabilmente dovuta alla selezione effettuata per poter accedere alla manifestazione, ed alcuni prodotti che, per qualità o particolarità di cui desidero raccontare, hanno destato la mia attenzione, contando nella benevolenza dei tanti produttori trascurati perché già noti o per raggiunti limiti fisici di degustazione.

Domaine de Gressac, La Rousse 2006 (roussane 80%, grenache blanc 20%): un bianco che si fa ben valere in mezzo ai rossi certamente più famosi nella zona della Languedoc/Roussillon, vino asciutto, dai sentori delicati ed eleganti ma con una struttura, sapidità e mineralità che ne determinano una profondità notevole.

Podere Pradarolo, Vej 2005 (malvasia di candia): 90 giorni di fermentazione sulle bucce! Colore ambrato scuro ma vivido e trasparente, al naso e in bocca si rivela una vera bomba aromatica con sentori di rosa canina ben distinguibile. Vino molto intrigante e dal non facile abbinamento, l’ideale per palati smaliziati. Velius 2005 (barbera 90%, bonarda 10%): a differenza dei vitigni solitamente usati per vini giovani e talvolta mossi, si presenta fruttato e vinoso senza tralasciare delicati sentori terziari; un vino di corpo e rotondo grazie a tannini fini.

Monte Dall’Ora, Valpolicella Classico Superiore 2007 (corvina 30%, corvinone 30%, rondinella 30%, saldo di oseleta e molinara): nella più classica delle tradizioni rimarca una elegante austerità senza compromettere la frutta rossa matura e polposa che insieme a una leggera speziatura ne ammorbidiscono il carattere. Amarone Classico 2004 (corvina 30%, corvinone 30%, rondinella 30%, saldo di oseleta e molinara): naso complesso di ciliegia matura e cuoio, sul finale risaltano le spezie e la vaniglia; in bocca non tradisce confermando una struttura ed una morbidezza suadenti. Amarone Classico “Stropa” 2003 (corvina 50%, corvinone 20%, rondinella 15%, croatina 10% e oseleta 5%): ancora più complesso e profondo del precedente, mantiene l’eleganza in un annata difficile. Recioto Classico “Sant’Ulderico” 2004 (Corvina 40%, Corvinone 30%, Rondinella 20%, Croatina, saldo di Molinara e Dindarella): rosso rubino intenso quasi impenetrabile sprigiona un bel repertorio di frutta rossa e nera quasi marmellatoso. In bocca la beva è agevolata dall’ottimo l’equilibrio tra dolcezza ed acidità.

Le Petite Domaine de Gimios, Rouge Fruit 2006 (16 vitigni autoctoni): ancora un vino della Languedoc/Roussillon, come Arlecchino (per il numero di vitigni impiegati) si muove delicato tra il naso ed il palato solleticando con note fruttate e floreali molto eleganti; in bocca richiede attenzione per non perdere un evolversi di sensazioni dovute all’apporto dei singoli vitigni e all’età delle vigne che raggiungono anche i 100 anni. Buon finale leggermente astringente.

Champagne Raymond Boulard, Les Rachais (chardonnay): pur non amando i blanc de blancs questo vino mi ha colpito per i sentori di fiori bianchi, di frutta fresca di mela cotogna ed albicocca oltre ai sentori tipici di frutta secca; uno champagne versatile. Cuvée Petraea (60% pinot noir, 20% pinot meunier, 20% chardonnay): champagne vinoso, un mélange di sentori e sensazioni al naso come in bocca che dimostrano un equilibrio notevole, lo stesso avvertito tra morbidezza e acidità. Un vino elegante e persistente godibile a tutto pasto.

In conclusione invocherei uno standing ovation per due produttori che più di ogni altro mi hanno emozionato.

In primis l’Azienda biologica Montagnana, produttrice di parmigiano, che mi ha entusiasmato con una “verticale” fino a 60 mesi di invecchiamento. Un parmigiano, quest’ultimo, che in bocca si trasforma in poesia, oltre ai profumi e ai sapori eccelsi sono la raffinatezza e la cremosità a stupire, sensazioni paragonabili a quelle trasmesse da uno champagne millesimato d’antan dal perlage fitto e finissimo.

Infine Domaine Binner, azienda alsaziana di Ammerschwihr tra il Reno e la catena dei Vosgi, prima ti stordisce con un ventaglio di prodotti (14 su una produzione di circa il doppio) ben rappresentativi del territorio – riesling, auxerrois, muscat, pinot gris e gewurztraminer nelle varie tipologie – poi ti stende definitivamente con un uno-due fatto da Riesling Kaefferkopf 1997 (un monumento al riesling, una goduria per aromaticità, struttura, equilibrio e persistenza) e Muscat Kaefferkopf Selection de Grain Noble (un passito che già nel nome è tutto un programma, molto dolce ma sempre ben equilibrato).

Nonostante tutto sono riuscito a tornare a casa in condizioni accettabili…

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