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Biodinamica. Giusto Occhipinti risponde

Ancora un intervento sulla biodinamica, una lettera di Giusto Occhipinti già pubblicata sul Corriere Vinicolo n° 43 in risposta agli interventi di Gabbrielli e Scienza, che grazie alla cortesia della rivista riportiamo anche sul nostro sito. La discussione ha già visto gli articoli di Vincenzo Zappalà e di Saverio Petrilli, la visita all’Azienda Caiarossa di Riparbella, i commenti a Prima di tutto, la terra. Parola della Unione Viticoltori Panzano, e l’intervento sul blog: Considerazioni “biodinamiche”

Caro Direttore,
ho letto con molto interesse sia la lettera di Andrea Gabbrielli, quanto l’autorevole intervento del Prof. Attilio Scienza, pubblicati sul Corriere Vinicolo. Ho parecchia stima di entrambi e devo ammettere di avere qualche difficoltà solo ad essere semplicemente dubbioso su alcuni dei loro punti di vista. Mi sorprende anzitutto che non si sia a conoscenza della ricerca che è stata condotta in svariati Paesi, quale la Svizzera, Stati Uniti o Australia a verifica dei metodi di coltivazione. Ad esempio nel 2004 proprio a Torino, in una sessione di Terra Madre, sono stati presentati alcuni interessanti lavori dove risultano misurati scientificamente la validità del sistema biodinamico messo a confronto con il metodo convenzionale, in particolare la lotta integrata, quindi una chimica controllata e con l’agricoltura biologica. Questa sperimentazione è molto significativa e illuminante. Dal centro FILB in Svizzera la sperimentazione è stata condotta per ben 28 anni di seguito, il lavoro è stato pubblicato su Science, visto che si parla di cose che per molti sono definite esoteriche.

Certo, è molto interessante aggiungere che in alcuni casi, non si è ancora capito del perché funzionano. Penso ci vogliano basi scientifiche e filosofiche estremamente profonde, però è stato stabilito su base sperimentale scientifica che l’effetto c’è, è determinato, è migliorativo. Esiste. Direi che il microscopio non ha accesso ad alcune realtà e questo, personalmente, mi affascina molto. Ma siamo chiari, la biodinamica non mette in discussione o si oppone ai progressi della scienza e della tecnica. Einstein, mi permetto di citarlo, disse: “La filosofia senza la scienza è zoppa, la scienza senza la filosofia è cieca.” Sono certo che Attilio Scienza, Andrea Gabbrielli e quant’ altri, troveranno molto utile consultare queste ricerche per colmare alcuni giustificati dubbi.

Non intendo entrare in un dibattito scientifico, ma non ho dubbi che la conduzione biodinamica dei terreni dona all’agricoltore un alto e insostituibile senso di libertà, di gratificazione, oltre gli evidenti risultati e senza i costi sostenuti per acquistare principi attivi di sintesi, con i prevedibili e spesso disastrosi effetti collaterali. La biodinamica fa recuperare all’uomo il concetto di osservazione e armonia con la Natura che trovo impagabili. Certo che far produrre alla terra la giusta quantità senza forzature può avere, secondo da dove si osserva il problema, dei costi maggiori, ma il beneficio è un beneficio sociale. Di contro vi è una ingiustificata forma di “terrorismo” da parte di una “consulenza” che spesso priva di buon senso obbliga, abitua l’agricoltore all’uso della chimica in quantità talvolta squilibrate e sistematiche. La cosa più grave è che tutto questo favorisce la pigrizia e l’allontanamento dalle cause che generano un problema. Questo vuol dire anche un agricoltore sempre meno libero, meno colto, impaurito e chimico dipendente.

Cerchiamo di essere realistici, il più delle volte la nostra è un’agricoltura gestita da consorzi e negozianti che hanno nelle vendite il loro unico fine, il tutto saggiamente supportato dall’industria chimica. La Francia, che ha qualche anno in più sul dibattito, accusa i colpi di una gestione sconsiderata. Pensate che delle 80.000 tonnellate di insetticida, diserbanti ecc. (senza parlare dei fertilizzanti chimici) ben il 50% sono utilizzate in viticoltura che occupa solo il 3% della superficie agricola del Paese. Questo ha determinato l’inquinato delle falde idriche raggiungendo limiti al di sopra della soglia consentita (dato ufficiale dell’Istituto di vigilanza francese). Se questo non è un disastro!

Insomma, spero che siamo tutti d’accordo che ci sono mille motivi e altrettante sconfitte che giustificano un nuovo modo di pensare all’agricoltura se non all’intero sistema produttivo.
Mi dispiace dover dare un taglio che potrebbe apparire “sessantottino”, ma stiamo parlando della Terra, la stessa che i nostri Padri ci hanno consegnato, la stessa che dovremmo consegnare ai nostri figli. L’aggressione che abbiamo in atto sul nostro Pianeta, non ha mai avuto precedenti ed è visibile che la Scienza, finanziata ormai e purtroppo, quasi esclusivamente dall’industria, non ha molti margini di indipendenza per verificare alternative che metterebbero l’agricoltore in uno stato di maggior indipendenza, sensibilità e responsabilità.

L’Economia, l’Industria, quella grande davvero, riunita costantemente attorno ad un tavolo costruisce cultura, determina tendenze (quelle vere, che fanno business)…. e noi dietro ad avvelenare, ad avvelenarci, a dibattere sul sesso degli angeli, per raccogliere briciole. Assistiamo così, praticamente indifesi, a logiche sbilanciate e comunque a meccanismi che che nulla hanno a che fare con gli equilibri che Madre Natura ci impone. Personalmente sento che si dovrebbe difendere il divario culturale, umanistico e qualitativo del lavoro di una certa agricoltura, dei loro pensieri e perché no, anche dei loro dubbi. Altro che ironica critica, qui dobbiamo tentare di far crescere un esercito di pensiero e cercare alleanze con quella parte indipendente della Scienza e delle Università. Non sarà semplice è vero, ma non lo è neanche la vita che viviamo ogni giorno.

Sull’analisi che il Prof. Scienza fa sui consumatori di Vini Veri, Triple “A” e affini non entro nel merito, ma non ho dubbi che i vini provenienti da una agricoltura e da una vinificazione “non chimica” sono una fonte di complessità, di slancio e purezza supplementare. Da questo dipendono a mio avviso l’autenticità dei vini di domani, ma soprattutto la giusta ed onesta difesa della biodiversità.

Siamo seri, voglio vedere come giustificheremo fra qualche anno che il Sangiovese cinese è meno “buono” del nostro e costa 2 dollari, quando il protocollo di lavoro, la chimica applicata e le biotecnologie, sia in vigna quanto in cantina sono le stesse.

Onestamente devo ammettere di essere stanco dell’aspetto modaiolo che ciclicamente coinvolge il mondo del vino. Sento un molliccio e diffuso atteggiamento di superficialità e tante voci che non vogliono dialogare. Sento una ingiustificata solitudine e forti individualismi anche tra noi produttori che forse inconsciamente temiamo il giudizio dei pochi. Essere viticoltori, agricoltori, significa essere anche delle sentinelle non solo del territorio ma anche nei confronti di una produzione sempre più soffocata dalla omologazione, dalla globalizzazione. Significa tenere alto il dibattito, alta la tensione, alto il senso della critica anche nei confronti di un mare di vino senza anima.

Grazie per l’attenzione, cordialmente
Giusto Occhipinti

Chi scrive è insieme a Titta Cilia, il titolare dell’azienda COS di Vittoria (RG)

3 Comments

  • federico ricci ha detto:

    Buongiorno, sono un agronomo enologo e trovo molto interessanti le parole di Occhipinti.
    Sono convinto che un viticoltore distratto e poco attento ai segnali che la vite gli invia non possa produrre grandi vini e arrechi, col tempo, danni al territorio.
    Condivido anche l’osservazine che i vini del “futuro” saranno quelli intrinsecamente legati al territorio (che per me comprende anche la personalità del produttore) da cui provengono. Dico questo pur amando molto i vini a base di Cabernet sauvignon e franc, Merlot, Syrah, Chardonnay, Sauvignon affinati in barriques, i classici vini “internazionali”, ma trovando incredibilmente affascinanti i profumi e i sapori di vitigni “territoriali” (Sangiovese, nebbiolo, grechetto..) e “minori” (Pollera, luadga, barsaglina, timorasso, Pelara, Sangiovese aromatico..), che soli possono esprimere l’unicità di ognuno dei mille e più territori viticoli italiani e del mondo.
    Non entro nel merito della conduzione biodinamica dei vigneti, ma sono convinto che qualunque azione riduca l’impiego generalizzato della chimica e miri ad ottenere un vigento in “equilibrio” gioverà al nostro pianeta e nel futuro migliorerà la qualità dei vini.
    Federico Ricci

  • Carlo Merolli ha detto:

    Seguo le problematiche della biodinamica ( sia nella viticoltura ma anche nell’agricoltura in genere) da almeno trentacinque anni. Se agli inizi era comprensibile qualche alzatuccia di spalle perché poco se ne capivano i fini ed i sistemi e perché molti dei vini immessi sul mercato erano – mi si perdoni la semplificazione “fatti male”, oggi non c’é nessun appoggio scientifico o filosofico per non prendere in seriissima considerazione la biodinamica. L’agricoltura tradizionale non solo non riesce a sconfiggere la fame nel mondo, ma , dati alla mano, sta togliendo sempre piu´ terra a questo progetto. Dal punto di vista dei costi essa presta il fianco a speculazioni di tipo finanziario-industriale con accaparramenti di copyright sulle semenze e con vere e proprie speculazioni sui prodotti agricoli visti come commodities e non come sano cibo. Il problema dell’ inquinamento delle falde – l’acqua che beviamo – é di proporzioni enormi in tutta Europa ed uno degli argomenti meno trattati e piu´ oscurati dai media. Parlare di costi non ha senso se non si parla di TUTTI i costi: forse il vino da colture biodinamiche sará piu´caro sullo scaffale, ma i costi che l’agricoltura convenzionale scarica sulla Natura oramai non possono piu´essere lasciati fuori dal cartellino dei prezzi. Una considerazione: la maggior parte di quelli che leggono queste righe credo siano dei buongustai, degli intenditori. Avete mai provato ad assaggiare un’ arancia da coltivazione biodinamica ed un’arancia da coltivazione convenzionale ? La differenza di gusto si sente ed é grande. Giá questo dovrebbe cominciare a fare riflettere.

    In un paese come l’ Italia dove il clima e la biodiversitá sono invidiate da tutto il mondo, la via all’agricoltura “pulita” e´una punto di forza ed una fortissima leva per conquistare spazi di proficuicitá in quei mercati che sono attenti alla qualitá del prodotto alimentare. Veramente molti dei produttori di qualitá pur non dichiarando apertamente la propria “appartenenza” alla coltivazione biologica ed alla biodinamica lavorano con grande attenzione, perché hanno capito l’importanza che queste hanno sull’eccellenza del prodotto finito.

    Allora ? da domani tutti in conversione ecologica se non proprio biodinamica ? Mah, oggi l’opzione ancora é aperta, tra qualche anno chissá ?….

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