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Chianti Classico DOCG 2006 – Le Cinciole

di Fernando Pardini

Sottozona/cru: Podere Le Cinciole – Panzano in Chianti (FI)

Data assaggio: novembre 2008

Il commento:

Nel mio bicchiere di oggi un rosso ispirato e “parlante”, di carattere e sensualità. Porta in dote una espressività sincera (non una ridondanza qui), in cui il sottile ma pervasivo corredo floreale accompagna e sfuma le emergenze di visciole e lampone, spezie e pirite, alloro e sottobosco. E’ vino da odorare, sicuramente, ed è vino cangiante. Perché, se non hai fretta, ti accorgerai che le brecce della prim’ora diventeranno squarci di individua grazia espressiva, nei quali volentieri confondersi. Ed è vino tutto da gustare sì, per la nonchalance (così ci direbbe Giampaolo Gravina) con cui traduce la sottesa sua complessità. La godibilità del sorso infatti ha a che vedere con l’istinto, dal momento in cui anima ed appigli territoriali appaiono conclamati. Non una discontinuità, non una incoerenza. Solo calore e finezza, polpa e profilatura. E’ il conforto di un approdo amico, di quelli che riconosci a pelle. Per i testardi come me, che hanno osservato le cento stagioni del territorio classico chiantigiano e dei suoi vini, alla ricerca ostinata (a volte contraria) di illusioni e certezze, questo bicchiere rappresenta un salutare ritorno al buon senso, alla misura, alla “bella nudità”, in cui tutto sembra alfine riappacificarsi nel nome di una fiera e ritrovata identità “sangiovesa”.

Da Le Cinciole un Chianti paradigmatico, capace di fondere con equilibrio tutta la freschezza delle sue “terre alte” con il tannino buono (e il succo) della annata che conta. Da Le Cinciole un vino dinamico e salino, di dettaglio e sottigliezze, innervato da un sentimento autentico. A 13 euro un’idea concreta di bellezza chiantigiana. Un’idea (una bellezza) da non disperdere nel futuro.

La chiosa:

Nella benemerita categoria umana di chi incarna a pieno titolo il groviglio esistenziale di fatica e stupore, slancio e ritrosia, genialità ed istinto tipici di una storia contadina “fai da te”, non possiamo non annoverare Luca Orsini e Valeria Viganò, anime del Podere Le Cinciole. Perché la caparbietà con cui hanno affrontato ogni tappa del loro percorso di avvicinamento all’essenza stessa di un mestiere non è stata mai disgiunta dall’umiltà e dalla comprensione dei limiti, ciò che ne ha reso semmai più forte la voglia di capire e più ispirata la sensibilità interpretativa. Certo, non si può dire che la loro avventura in terra di Toscana sia iniziata da “imparati”. Perché l’avvìo degli anni ’90, con i nostri appena trentenni, li vede sì assolutamente complici nel condividere una scelta condizionante quale quella di andare a vivere in campagna, con una sola certezza in tasca però: che di campagna, e di agricoltura, loro non ne sapevano niente. E a ben vedere, alla luce dei fatti, è stata (ed è) una bella storia contadina la loro, piena di senso, una di quelle sudate e conquistate passo dopo passo, una di quelle in cui le sconfitte, anche le più piccole, sembrano pesare maledettamente sulla schiena, e le conquiste quotidiane costituire incredibili iniezioni di felicità; un percorso che pian piano però si è ammantato di una idealità sempre più consapevole, per esempio da quando si è compreso che un amore forte quale quello riservato alla terra panzanese dovesse giocoforza tradursi in un rispetto ancor più “alto e tangibile” nei suoi confronti. Ecco quindi spiegata, e siamo nel 2001, la svolta decisa verso l’agricoltura biologica. Con questi presupposti, con queste persone, con queste teste, anche la focalizzazione stilistica dei vini ha attraversato fasi diverse, con un punto fermo ad indirizzare le scelte: la costante ricerca di una espressività che fosse individua e che fondasse la propria ragion d’essere sul sangiovese, ancora oggi indiscusso (o quasi) protagonista dei vigneti aziendali. Questo lavorìo di prassi e pensiero, dopo varie tappe, mi è parso approdare oggi ad una ritrovata “trasparenza” espressiva, che non si scorda degli esordi (indimenticabili alcune versioni di Chianti Classico degli anni ’90, stilizzate e longeve) e fa tesoro di una consapevolezza tecnica, in vigna come in cantina, ovviamente accresciutasi. Perché in questi vini il timbro di un territorio a suo modo estremo (altimetrie che non scherzano, prossime ai 500 metri) quanto caratterizzante (da questa “pietraforte” una altisonante freschezza acida e una marca salina “dura a morire”) batte un colpo e dichiara la sua presenza. So però che Luca sta in pieno fermento, e va elaborando da par suo le conseguenze di una svolta che non riguarda solo le colture, ma il senso stesso di un mestiere. Intanto le uve della vendemmia 2008 si sono avvalse solo e soltanto dei lieviti autoctoni in fase fermentativa. Luca sembra rincuorato dai presumibili, confortanti esiti. E’ una pagina nuova. Un tassello ulteriore per una identità più pura e senza filtri, in cui il “marchingegno enologico” assuma un rilievo meno invasivo e rimanga confinato negli alvei suoi propri, quale naturale accompagno per lo sviluppo e la maturazione dei vini. Di questa coscienza critica e di questa sensibilità, chissà, magari un giorno molti si saranno dimenticati. Non la terra però.

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