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Etichette eccelse emozioni uniche. Orizzontale ’98 di quattro vini storici

di Riccardo Brandi

ROMA – Ancora una volta Flaviano e Raimondo, gli amici della “Gelardini & Romani Wine Auction“, casa d’aste specializzata nella vendita all’incanto di grandi etichette (www.grwineaucion.com), ci hanno sorpreso ed emozionato con una degustazione che proprio non si poteva perdere … e nemmeno si poteva evitare di raccontarla.

Come in passato, la degustazione faceva da introduzione all’appuntamento d’asta che anticipa a Roma l’ormai classico appuntamento di Merano (8 novembre), ma questa volta sono state fatte davvero le cose in grande, scegliendo quattro etichette d’eccezione per una orizzontale dedicata a pochi amici ed organizzata in modo tale da lasciare un segno in ognuno dei selezionati invitati. Per intenderci i vini proposti erano: Sassicaia, Gevrey Cambertin Lavaux Saint-Jacques 1er Cru di Dugat Py, Paulliac Château Latour e lo Chateauneuf du Pape di Paul Avril Clos du Papes, tutti rigorosamente 1998 e degustati alla cieca, nell’intrigante tentativo di riconoscerne al buio caratteristiche e sfumature. A dirigere la degustazione, con competenza e sprazzi di un anglosassone sense of humor, Paolo Baracchino, membro del Grand Jury Europeén.

Particolare e non proprio accademico l’abbinamento che Flaviano e Raimondo hanno voluto proporre per questi quattro gioielli enologici, in quello che loro stessi hanno voluto definire un “matrimonio morganatico”. Da Firenze è infatti intervenuto per l’occasione un maestro lampredottaio che ha preparato, secondo la più classica e segretissima ricetta della tradizione fiorentina, un succulento e speziatissimo Lampredotto. Fra i vini in degustazione, mi era capitato di provare lo scorso anno, in un’occasione analoga, il solo Clos du Papes nella pluridecorata versione 2004; potevamo cogliere questa seconda occasione per parlare del Domain diretto da Paul Avril, ma anche della storia della famiglia Incisa della Rocchetta, oppure questa potrebbe essere un’occasione per approfondire la grande espressività dei Bordeaux del Medòc o della moderna interpretazione della Borgogna di Dugat Py. Abbiamo scelto invece di spendere tutte le parole a disposizione per raccontare il brivido di ogni sorso, al fine di condividere il più possibile ogni emozione provata, frugando al meglio nel cassetto dei ricordi.

Tenuta San Guido Sassicaia 1998 (Bolgheri DOC)

Uno dei vini più famosi al mondo, espressione della grande vocazione del terroir di Bolgheri e perfetto esempio di come un vino possa diventare mito. Ignari (ricordo che le bottiglie erano coperte), accostiamo subito il naso e cogliamo un immediato spunto speziato, poi ci soffermiamo sul colore, che ci sorprende per una tenuta rubino ancora eccellente. Torniamo a respirare gli aromi liberati dal calice e ne apprezziamo un’eleganza sopraffina, la frutta si percepisce nitida, ma delicata, prevalentemente frutti di bosco a bacca rossa; ossigenando il vino, si apre un allungo speziato finissimo, con note pepate e di liquirizia. In chiusura sentori balsamici accompagnano un vellutato bouquet floreale intessuto perfettamente nel complesso aromatico. Lo assaggiamo.

Ancora l’armonia è la prima istintiva corrispondenza che avvertiamo, con un pizzico di presunzione ci sentiamo di poterlo riconoscere; non è l’estratto la sua peculiarità, piuttosto la finezza; non tanto la concentrazione e l’esplosività, piuttosto l’equilibrio e la struttura. Non ci sembra un bordeaux, non è certo un pinot noir e non è lo chateauneuf che ben conosciamo. Anche in bocca ribes e lamponi si adagiano su un letto di rose, freschezza ancora ben leggibile e tannini ben levigati introducono un crescendo speziato che ci porta al finale, di ampio respiro, che sa di tabacco, cuoio, liquirizia e noce moscata. Ma di descrittori potremmo trovarne in quantità, senza comunque rendere giustizia ad una splendida composizione gustativa.

Un vino che ci ricorda la maestosità di un cavallo di razza, la sua potenza, ma anche la sua docilità e la sua eleganza. Un’emozione unica.

Château Latour Grand Vin 1998 (1er Grand Cru Classè Appellation Pauillac Controlée)

Lo Château Latour ha fatto la storia del Medoc e dell’Appellation Pauillac, conta 78 ettari vitati, di cui 47 intorno allo château, che costituiscono il famoso “Grand Enclos” e che concorrono alla produzione del “Gran Vin”. Le condizioni ideali pedoclimatiche, la grande vocazione del terroir e la sapiente maestria dei produttori bordolesi hanno reso celebri i vini di questa regione; in particolare il Latour è stato esempio di straordinaria regolarità e ricchezza. Il vino si presenta con una livrea molto compatta, concentrato e denso; avvicinandolo al naso si percepisce un’importante componente fruttata, vigorosa e penetrante. La dominante sono i frutti di bosco come per il campione precedente, ma in questo caso le tonalità floreali sono molto meno amalgamate, quasi impercettibili e a base di viola, mentre le speziature arrivano solo alla fine con note smaltate, poi di caffè e cannella.

Al palato si presenta piuttosto opulento, anche in questo caso l’azzardo di indovinare il vino ci riuscirà, ma la vena prepotente e la tonicità ancora maschia dei tannini ci hanno consentito una lettura piuttosto confidente delle origini di questo vino. In bocca la frutta acquista la consistenza delle bucce ed una polposità apprezzabile, le gengive reagiscono alla presa del legno e la deglutizione regala un ghiotto complesso di fragranze. Per via retronasale ritornano infatti il cuoio, la liquirizia, la nocciola e il cacao.

Un vino che lascia trasparire un’esplosività solo in parte smussata dal tempo, che conserva intatte vitalità e mordente, ma anche ricco di espressività; lo associamo ad un bolide di formula uno, imperioso e potente, ma dalla grande tenuta di strada, non una sbavatura, non una sterzata violenta, e che pennella le curve del palato con grande controllo e autorevolezza. Dieci anni e non sentirli.

Domaine Dugat Py Lavaux Saint-Jacques 1er Cru 1998 (Appellation Gevrey Chambertin Controlée)

Il domaine di Dugat Py comprende poco più di 7 ettari di terreno vitato, che viene gelosamente e amorevolmente lavorato a mano in ogni fase del ciclo produttivo che, sia grazie a severe potature, sia per naturale predisposizione dei vigneti, presenta delle rese molto basse e di altissima qualità. In particolare le parcelle dedicate al nostro 1er Cru sono due ed i vigneti hanno un’età media di 35 anni, quindi non particolarmente datati, ma neanche troppo giovani.

Vogliamo accennare a qualche informazione in più per presentare questo vino, espressione di un’Appellation molto conosciuta, per spiegare dei riscontri organolettici particolari e per qualche verso equivoci, che ne hanno caratterizzato i riscontri sensoriali. Infatti Dugat Py dà vita alla bellezza di tre Grand Cru e tre 1er Cru, tutti interpretati in modo piuttosto modernista, facendo uso ad esempio di macchine per la concentrazione del mosto ed applicando metodiche di cantina diverse dal tradizionale “format” borgognone.

Il nostro vino ha un colore molto compatto e tonico, porpora intenso con riflessi rubino, sospettiamo che non possa essere pinot nero, ma stavolta, proprio a fronte di quanto appena esposto, scopriremo di esserci sbagliati. I profumi sono inebrianti, ancora frutti di bosco, ma ben marcati con amarena e lampone; l’apertura floreale è percepibile solo all’ossigenazione, dando seguito alla speziatura liberata con grande ampiezza. Un impianto olfattivo eccellente in cui si avverte il lavoro del legno e la nobiltà del complesso nel suo insieme.

In bocca, le avances inoculateci da aromi seducenti e piuttosto decisi assumono i connotati di veri e propri approcci, il palato viene subito avvolto da un velo accattivante fatto di fragranze fruttate, perfettamente intessute a sottili speziature che alla deglutizione restituiscono appieno anche il bouquet floreale. I tannini sono perfettamente integri, sebbene i dieci anni di invecchiamento ne abbiamo addolcito la presa; l’ampiezza aromatica e lo spessore gustativo stimolano l’intera gamma dei descrittori. La ’98 è stata un’annata piuttosto magra e ci rendiamo conto che, per un vino lavorato con tanta attenzione agli estratti, potremo aspettare altri dieci anni e ritrovarlo integro.

Davvero impressionante e travolgente, certo, non proprio una visione romantica e tradizionale del pinot noir di Borgogna, ma una poesia declamata con vigore, che ti rapisce e rimane indelebile.

Domaine Clos des Papes Clos des Papes 1998 (Appellation Chateauneuf du Pape Controlée)

Abbiamo già approfondito il tema dei vini della Valle del Rodano ed in particolare di questa Appellation. Abbiamo capito che il clima di quest’area dove soffia il Mistral e la sua composizione geologica, dove prima i mari e poi lo stesso Rodano hanno depositato nelle varie ere sedimenti alquanto eterogenei, rappresentano caratteristiche uniche. Non di meno abbiamo in quell’occasione provato ed apprezzato la versione 2004 di questo Tradition, blend di numerose varietà con prevalenza di grenache noir, trovandolo semplicemente “devastante”.

Affrontiamo in questa degustazione l’annata 1998 in versione magnum, dettaglio che alla fine avrà la sua importanza, portandoci “inopinatamente” fuori strada, a causa anche delle tecniche moderniste del nostro Dugat Py. Troviamo infatti questo vino decisamente evoluto alla vista, con una trasparenza scarlatta in progressione verso un granato lucido e tenue all’unghia. Al naso respiriamo essenze floreali lievemente passite, anzi di fiori secchi, la componente fruttata è altresì matura e lascia rapidamente il campo a note speziate proprie del cuoio, tabacco dolce, radice di liquirizia e sentori lievemente balsamici.

In bocca ritroviamo appieno la “terziarizzazione” aromatica che accompagna la gustativa in un morbido abbraccio al palato; le fragranze sono delicate, il tenore alcolico sopperisce ad un nerbo acido sotto tono, i tannini sono decisamente raffinati. Non è quel vino esplosivo che ricordavamo nella versione 2004, tant’è che abbiamo scambiato questo vino con il borgogna; e qui dichiaro tutta la mia l’ignoranza sui vini della Côte d’Or, che sto infatti cercando di ridurre, proprio in questi mesi, con l’aiuto dell’illuminante Armando Castagno. Davvero non pensavo che il Clos du Papes potesse evolvere in maniera così raffinata e decisa, ma in questo senso la scelta della magnum deve aver avuto il suo peso.

Il vino è stato comunque foriero di sensazioni struggenti, evocative e romantiche, ha trasmesso calore e finezza, dimostrando che un cavallo di razza invecchia sempre con classe.

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