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I vini della costiera amalfitana, elementi di forza e di debolezza

Il patrimonio ampelografico della Costiera: una viticultura antica ed eroica come strumento moderno e vincente di marketing territoriale.

Ambienti naturali di rara bellezza e viticoltura eroica caratterizzano la Doc Costa D’Amalfi. Oltre 1800 ettolitri di vino per una produzione totale di circa 250.000 le bottiglie, oggi, suddivisa tra un pugno di piccoli, agguerriti produttori. Tre sottozone (Ravello, Furore ed Amalfi) per tredici comuni, in cui le situazioni di dissesto idrogeologico, la scarsità del terreno disponibile, la natura rocciosa dei luoghi ed i terrazzamenti in pendenza disegnano un paesaggio tanto ostile alla coltivazione della vigna quanto favorevole alla qualità dei vini prodotti.

La base varietale è strettamente legata alla tradizione. Per i rossi sono previsti piedirosso, sciascinoso ed aglianico, ma sempre più apprezzate e proposte sono le varietà minori non ancora ufficializzate dalle carte da bollo della macchina burocratica statale. Parlo di tintore e tronto. Per i bianchi dominano falanghina e biancolella ma anche in questo caso è rilevante l’apporto di uve locali solo nominalmente “minori” quali ginestra, fenile, pepella, biancazita e biancatenera. Grazie agli studi recenti su questi vitigni sconosciuti, essi potranno presto essere inclusi nel Registro Nazionale delle Varietà.

Questo scrigno di tesori ampelografici – come qualcuno l’ha, più volte, definito – se da un lato contribuisce a conferire ai vini spiccata personalità ed accentuata originalità, dall’altro può facilmente diventare motivo di dispersione comunicativa nei confronti del consumatore. Mentre nel mondo ancora si discute della necessità del ritorno allo sviluppo dei vitigni autoctoni piuttosto che dirottarsi sui grandi vitigni internazionali, i produttori della Costiera Amalfitana non sembrano avere dubbi sulla via da seguire, avendo definitivamente optato per la valorizzazione dell’autoctono. Tuttavia, ancora poco efficace sembrerebbe, ad oggi, la loro comunicazione.

FALANGHINA COSTA D’AMALFI: una provocazione intelligente.

Stando a quanto appena riferito, i produttori della Costiera sembrerebbero poter disporre di un gran numero di frecce al proprio arco ma non ancora opportune strategie di marketing su cui fare affidamento. Abbondanza di risorse da un lato, inadeguatezza di strumenti per potersene avvalere dall’altro. Anzi, in questi casi l’eccesso di possibilità rischia di essere ancor più deleterio frammentando la disponibilità all’investimento, alla comunicazione, alla diffusione, provocando un dispendio di energie e disattendendo le regole per cui ci sarebbe una valorizzazione sinergica e virtuosa del territorio. La comunione di intenti è il punto da cui partire, ma non basta.

Quanti stranieri conoscono il fascino della Costiera, di località come Positano, Ravello, Amalfi? Se non tutti, quasi. Quanti stranieri sono a conoscenza della storica produzione di vino in questi stessi luoghi? Nessuno, o quasi. Un primo passo in avanti consiste nel creare sinergie con i flussi turistici: in questa direzione la Strada del Vino e La Casa del Gusto riusciranno a svolgere un ruolo significativo, ma che merita un ulteriore supporto. Più opportuno sarebbe stabilire rapporti di collaborazione complessi con la ristorazione locale che molto spesso sembra non ascoltare il richiamo del territorio, mostrandosi più interessata a far colpo con carte dei vini ricche di celebri quanto costosissimi toscani. Se ciò accade in ristoranti e hotel à la page o extra lusso, pullulanti di clienti facoltosi, il fenomeno diventa deprecabile spostandoci di qualche chilometro da Amalfi, quando compaiono nelle carte improbabili bottiglie “low cost” (campane o meno diventa un dettaglio) per il turismo “mordi e fuggi”. Contando su circa cinquecento tra ristoranti, alberghi ed altri esercizi commerciali presenti nei tredici comuni della denominazione, basterebbe che ognuno di loro stappasse due bottiglie al giorno per esaurire in un anno l’intera produzione della DOC. Di certo i produttori non possono obbligarli a comprare, tuttavia un’azione e una promozione ben meditata aiuterebbero a veicolare nella sua interezza un marchio non certo in declino come quello della Costiera Amalfitana, in cui non può non rientrare anche il vino, per il bene dell’immagine del territorio – che in questo caso apparirebbe finalmente coesa – e, di conseguenza, della sua economia.

Abbinare il vino di questi luoghi al nome di questa splendida terra è senza dubbio una mossa vincente, onde evitare la dispersione di cui si accennava. Inoltre, tra i souvenir, che i turisti recheranno con sé dopo le loro vacanze nella Terra delle Sirene, possono trovare benissimo spazio i vini della Costa d’Amalfi. Dunque questo discorso riguarda principalmente ristoratori, operatori commerciali del settore gastronomico, nonché enti territoriali.

Ma Come raggiungere, allora, tutti i consumatori italiani e stranieri che non arrivano sul territorio, oppure, prima che arrivino sul territorio? Come riuscire a trasmettere il fascino dei luoghi in un’etichetta?

È opportuno, inoltre, far leva sulle fiere di settore, che rappresentano sicuramente il
veicolo più funzionale e funzionante, trovandoci in questo caso di fronte ad un pubblico abbastanza specializzato, preparato a cogliere le peculiarità di questi vini. Missioni mirate possono puntare a mercati specifici, cercando però di comunicare un marchio evidente, riconoscibile, senza dispersione dei produttori. Privilegiare i Paesi dove ciò è possibile (contando anche e soprattutto sui flussi turistici e i luoghi da cui questi hanno origine), puntare su una precisa diversificazione per ciò che riguarda l’immissione sul mercato delle etichette, in riferimento ad un target specifico di acquirente. Privilegiare i segmenti di mercato più accessibili a questa tipologia di vini e fascia di prezzo: le enoteche e i ristoranti interessati ad un discorso di qualità piuttosto che la grande distribuzione. I costi per organizzare e condurre iniziative di questo tipo continuano ad essere proibitivi per un piccola realtà di piccoli produttori, anche mettendo insieme i propri sforzi e pur potendo contare sul sostegno di aiuti pubblici.

Un messaggio chiaro e diretto. Un suggerimento provocatorio ma intelligente sarebbe quello di modificare la denominazione creando Costa d’Amalfi Falanghina per i bianchi e Costa d’Amalfi Aglianico per i rossi alzando, eventualmente, i minimi percentuali di presenza negli uvaggi previsti per entrambi questi vitigni. Tale idea non sarebbe contraddittoria rispetto a quanto detto circa i vitigni “minori” diffusi in queste terre; si tratterebbe piuttosto di un’integrazione: non un aut-aut, ma un sia-che. Non dimentichiamo che la falanghina è, sicuramente, insieme e più dell’aglianico, l’autoctono campano più conosciuto fuori confini regionali e nazionali e l’aglianico stesso è l’uva che ha consentito ai rossi della regione di affermarsi nel competitivo panorama qualitativo nazionale ed internazionale. A questo punto potrebbero da un lato realizzarsi progetti di più ampio respiro con gli altri produttori della regione impegnati su queste stesse varietà autoctone e, dove possibile, aderire a quelle già esistenti. Sfruttare il richiamo del vitigno per farsi conoscere potrebbe essere un altro importante passo, accanto alla comunicazione del marchio Costiera Amalfitana. Sarà, successivamente, compito dei produttori riuscire a trasmettere la superiore qualità e l’originalità dei propri vini, le peculiarità di un territorio ed i maggiori costi legati alle difficoltà di lavorare queste vigne, per spiegare un prezzo, talvolta, più elevato ma quasi mai impegnativo.

Solo una volta innescato il circolo virtuoso della domanda e dell’offerta si potrà assicurare la rinascita di una cultura rurale e salvaguardare il futuro agricolo di questi magici luoghi di confine tra mare e montagna.

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