Il più alto fra i Chianti. Anteprima Chianti Rùfina

Di • 12 Dic 2008 • Rubrica: Il vino in dettaglio
Stampa questo articolo

 

CANDELI (FI) – Lungo le sponde del fiume Sieve, fin giù dove confluisce nell’Arno, si trova una delle più piccole ma importanti zone vitivinicole toscana: il Chianti Rùfina. I momenti storici più rilevanti di questa area e del suo vino spaziano lungo un periodo che, passando dai primi scritti del XV secolo e dal riconoscimento ufficiale del 1716 di Cosimo III – che dichiarava il Chianti Rùfina essere tra i vini più buoni della regione – arrivano fino a tempi più recenti con l’assegnazione della DOCG nel1984. La zona di produzione abbraccia i comuni di Rùfina, Pontassieve, Pelago, Londa e Dicomano, con una superficie di 12.483 HA di cui 750 iscritti all’Albo (in attesa di altri 250), e una produzione di circa 3,4 milioni di bottiglie. Una produzione mirata più alla qualità che alla quantità, frutto di un attento lavoro in vigna e di un microclima particolarmente vocato a vini sorprendentemente eleganti e longevi, diretta espressione di un terreno composto da rocce calcaree, galestro e alberese, soggetto a forti escursioni termiche e ad una esposizione solare ottimale.

“Il più alto fra i Chianti” è stato oggetto di due giornate di studio, il 14 e 15 novembre scorsi, promosse dal Consorzio del Chianti Rùfina – paladino di questo tesoro dal 1980 – che ha organizzato nel primo giorno una degustazione di vecchie annate degli anni ’80/’90 e, nel secondo, un’anteprima del Chianti 2007 e Chianti Riserva 2006.

Andando per ordine, il primo appuntamento ha avuto luogo nei locali messi a disposizione dalla stupenda Villa Massa – storica villa medicea di epoca rinascimentale situata sulle rive dell’Arno in località Candeli – e ha visto giornalisti ed operatori del settore intervenuti godere dell’assaggio di otto millesimi, riserve di produttori diversi scelte per dare un quadro completo delle virtù e delle potenzialità del vino, sia da grandi annate che da quelle meno buone. La scaletta, dal più giovane al più vecchio, è stata:

Fattoria Lavacchio Riserva 1999: 85% sangiovese, 10% merlot, 5% canaiolo, affinamento in botti di rovere da 35 hl per 24 mesi, biologico dal 2000. Rubino con sfumature sul granato; naso di ciliegia e amarena con note dolciastre di caramello ed altre spezie, cuoio e leggero fumé. In bocca buon fruttato maturo e liquerizia, il rapporto acido/tannico lascia la bocca pimpante. Ancora in evoluzione. Riassaggiato a fine degustazione, lo stesso bicchiere ha denunciato un certo calo del quadro gusto-olfattivo.

Fattoria di Grignano Riserva 1998: 95% sangiovese, saldo di cabernet sauvignon e merlot, affinamento in barrique di 3° e 4° passaggio per 15 mesi. Bel rubino, al naso esprime un’eleganza di profumi notevole, frutta rossa e prugna iniziale per poi continuare con cannella, tabacco, china, leggero cuoio e terra. Sentori floreali sul finale. Grande corrispondenza in bocca, l’ottima spinta acida e i tannini fini contribuiscono ad una buona freschezza e ad una sicura longevità.

Marchesi Gondi Tenuta Bossi Riserva 1997: 90% sangiovese, 10% colorino, affinamento 10 mesi in barrique e 20 in bottiglia, grande annata. Alla vista il colorino fa il suo effetto regalando un rubino intenso, quasi impenetrabile e dai riflessi sempre violacei. Naso pieno e potente di frutta rossa e nera, a seguire rabarbaro, china caffè e note balsamiche. Di discreta austerità con tannini ancora scalpitanti, risulta essere ancora un po’ scomposto e dopo una certa persistenza, quando meno te lo aspetti, accusa una caduta verticale.

Marchesi De’ Frescobaldi Montesodi 1991: 100% sangiovese, 20 mesi di barrique, terreno sassoso di difficile lavorazione, annata intermedia. Granato brillante, al naso la frutta rossa rimane in secondo piano rispetto alle note speziate ed animali, sul finale piacevoli sentori balsamici. Al palato è vivace e sapido con ciliegia più marcata e bella nota di caffè. Tannini presenti e finale leggermente alcolico. Da segnalare che uno dei presenti è riuscito a sentire il profumo della radice di ciclamino… e pensare che io ho sempre annusato i fiori!

Marchesi Gondi Tenuta Bossi Riserva 1990: 90% sangiovese, 10% colorino, affinamento 10 mesi in barrique e 20 in bottiglia, grandissima annata. Granato carico e vivace, al naso bene la prugna, il ribes e la confettura di ciliegia, poi spezie dolci, corteccia, funghi e selvaggina. Bene anche la bocca di elegante austerità, tannini fini dal finale leggermente asciutto, piacevoli note fruttate, di tostatura e liquerizia. Riassaggiato a fine degustazione lo stesso bicchiere ha evidenziato una nota di caffè davvero persistente.

Selvapiana Riserva 1985: 100% sangiovese, affinamento in botti grandi, vigneto Bucerchiale, inverno freddissimo ma estate calda con buone escursioni. Color granato vivo; parte un po’ chiuso, leggermente ridotto, con note terziarie in evidenza, catrame, liquerizia, fungo e poi rosa appassita e note balsamiche. In bocca dimostra tutte le sue qualità risultando, alla fine, il migliore in degustazione, la conferma di un punto di riferimento di questa DOCG; bella struttura e finezza con tannini ben amalgamati, buon ritorno di frutta sottospirito e liquerizia. L’ottima spalla acida accompagna un finale lunghissimo.

Travignoli Riserva 1983: classico uvaggio chiantigiano, l’ultimo di questa azienda con l’utilizzo di uve bianche, affinamento 12 mesi in botte grande, annata equilibrata. Granato con unghia aranciata; naso fine di ciliegia sotto spirito e fiori secchi, di humus e selvaggina. In bocca gioca sull’eleganza e mantiene una buona corrispondenza, il finale è leggermente dolciastro e con una impercettibile nota ossidativa che poi è andata scomparendo.

Colognole Banda Rossa Spalletti Riserva 1981: 80% sangiovese, resto malvasia, canaiolo, colorino. Granato sull’aranciato comunque vivo, al naso predominano i sentori terziari con pellame, tabacco, chiodi di garofano, caramella mou. In bocca denota una discreta corrispondenza con punta di pepe, direi buona la tenuta al tempo e una persistenza sempre godibile.

La degustazione ha messo in risalto le vere potenzialità del territorio, dimostrando quanto siano ancora interessanti e piacevoli vini di quasi 30 anni, oltretutto vinificati senza l’aiuto delle tecnologie odierne. Quella tipica spina acida , quella freschezza riconosciuta ai vini di questa zona, oltre a renderli particolarmente eleganti e beverini li sostiene a lungo nel tempo facendo la felicità di chi sa aspettare.

La serata è proseguita sempre a Villa Massa con uno squisito buffet abbondantemente annaffiato dai vini delle aziende presenti e, tra questi, una piacevole scoperta è stata il Vin Santo Villa di Vetrice 1990, affascinante per la complessità di aromi, poi confermati in bocca, e il perfetto equilibrio tra dolce e secco.

La mattina seguente ho preso parte all’Anteprima Chianti Rùfina 2007 e Riserva 2006 che ha avuto luogo nella splendida Villa Poggio Reale, sede del Consorzio. Visto l’andamento delle annate piuttosto felice, non avevo timori di brutte sorprese in degustazione. Semmai i vini del 2007 sono apparsi disomogenei – limite intrinseco delle anteprime – poiché spesso i vini erano imbottigliati poche settimane prima o appositamente per l’assaggio. Diversamente, per le Riserve 2006, il tempo, seppur breve, ha giocato a favore di una maggiore coerenza. Nell’insieme comunque sono state confermate le caratteristiche peculiari di questo Chianti, il che fa ben sperare nella successiva evoluzione.

Tra i 2007 come al solito molto bene Selvapiana, con un naso di ciliegia matura, mora, note vegetali, cuoio, cioccolata e spezie dolci; una complessità rilevata anche in bocca e di notevole struttura e persistenza. Note di rilievo anche per Travignoli, succoso, fruttato e dalla bella trama tannica; I Veroni, di austera complessità, mantiene una buona beva; Lavacchio, con frutta polposa, spezie dolci e belle note di caffè. Tra le Riserve 2006 il livello generale è risultato alto e piuttosto compatto, vini contraddistinti dalla tipica freschezza ed eleganza, ad eccezione di qualcuno ancora un po’ acerbo o slegato e delle due riserve di Frescobaldi – Nipozzano e Montesodi – che, seppur ben fatti, risultano meno espressivi del territorio e di stile più internazionale.

“Il più alto fra i Chianti” ha tenuto fede al proprio nome, regalando due annate che continueranno a volare alte nell’olimpo dei vini toscani per molti anni a venire.

Share
Parole chiave: , ,

Lascia un commento