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La neve scende e La Terra Trema, al Leoncavallo

di Luca Bonci e Paolo Rossi

MILANO – Il timbro col trattore e la bandiera col teschio ce l’abbiamo ancora sulla mano, contromarca assai meno tecnologica di quella visibile solo ai raggi ultravioletti che segna i visitatori del Festival di Merano, e questa non è certo l’unica differenza tra la “strafiga” manifestazione altoatesina e la parata dei contadini che ogni anno si tiene al Leoncavallo, storico centro sociale e, per alcuni, inguaribile bubbone purulento della Milano da bere. La Terra Trema non è che il nuovo nome di quella Terra e libertà/Critical Wine ispirata dal Gino Veronelli per esaltare i veri prodotti delle terra, presentati con il loro chiaro prezzo sorgente, e unire la campagna più vera alla parte più in ebollizione della città. Una manifestazione che da allora si ripete, attirando un pubblico numeroso e non così diverso da quello che popola le manifestazioni più seriose, frotte di appassionati che però, in questo ambiente ex-industriale, preparato per l’evento con box di legno grezzo e tavoloni, si comportano e confrontano coi produttori in maniera assai diversa, complice l’atmosfera “complice” del luogo che fa sentire chi il vino offre e chi il vino beve molto più dalla stessa parte della barricata.

Al Leonka ci siamo andati lo scorso venerdì 28 novembre, la sera di una bella (e ormai rara) nevicata su a Milano. Con la città divisa tra chi gioiva per i tetti e le aiuole imbiancate e chi imprecava per il fango, i piedi gelati, il traffico in tilt, siamo arrivati al centro sociale un poco preoccupati per le oggettive difficoltà di mobilità. E infatti ci hanno accolto una sala in cui erano ancora numerosi i posti lasciati vuoti da vignaioli dispersi chissà dove e i racconti delle peripezie di quelli che invece erano arrivati “siamo partiti alle 9 dalla Toscana stamani, e siamo arrivati alle sei di sera!”

Poco male, ci siamo messi “al lavoro” in una atmosfera calma e rilassata, mentre continuavano gli arrivi dei produttori e aumentava anche il numero dei visitatori fino ad affollare completamente lo stanzone. Lo scambio franco coi vignaioli e il substrato ideologico che ordina l’evento ci hanno spinto a essere un poco indiscreti e a tartassare tutti i produttori che abbiamo visitato per capire come la pensassero su temi che al momento abbiamo particolarmente a cuore. Ecco così che prima di tutto chiedevamo cosa ci facessero lì, o meglio, in che senso pensavano che la loro fosse un’azienda “da far tremar la terra”, se, in poche parole, si sentissero contadini, e poi quanto fossero biologici, biodinamici, naturali…

Il primo a sottostare all’interrogatorio è stato Corrado Dottori, viticoltore (come recita il suo biglietto da visita) dell’azienda La Distesa di Cupramontana (AN). Il suo Verdicchio dei Castelli di Iesi Terre Silvate 2007 si presenta con una volatile non irrilevante, ma anche con una bocca carnosa, sapida, leggermente tannica a segno di una breve passata sulle bucce in macerazione. La coltivazione delle uve tende al biologico, anzi, pur senza certificazione, Corrado si dichiara biologico integralista e opera in cantina per diminuire il più possibile gli apporti di solforosa, senza rischiare naturalmente di mandar tutto il vino in aceto. Un esempio di questo sforzo lo si ha col secondo vino, il Verdicchio dei Castelli di Iesi Riserva Gli Eremi 2006 che proviene da tre successive vendemmie, la prima leggermente verde e molto sana che serve a far partire la fermentazione senza lieviti e con pochissima solforosa, poi una seconda giustamente matura e infine una surmatura per aggiungere grassezza e maturità di frutto. Il naso de Gli Eremi è più composto, fruttato, segnato da una nota volatile molto più tenue, e persistente. In bocca il vino ha gran presenza, sapidità e struttura. Un’altra prova di tecniche “meditate” l’abbiamo col 99, un vino da tavola composto da trebbiano, malvasia e verdicchio passiti, ossidato come un Solera, ovvero con fermentazione in piccole botti scolme e aggiunta della madre mantenuta nella prima botte di questo “esprimento,” che risale appunto al 1999. Profumi di pasticceria e frutta matura, note di cenere e bocca molto precisa che, in delizioso equilibrio tra dolcezza e acidità, chiude molto lunga. Un contadino piuttosto acculturato Corrado, che dichiara anche un certo interesse per la biodinamica, anche se “è troppo complicato farla bene” e utilizza un paio di volte l’anno il preparato 500.

Con l’Azienda Agricola Foffani ci spostiamo ad Aquileia e a una vignaiola che si sente decisamente contadina pur non aderendo totalmente a una coltivazione biologica per i troppi rischi che comporta. Il suo Friulano 2007 ha 13%, un naso verde intenso e la bocca grassa dei miglior Tocai, pur senza grandi complessità. Il Pinot Grigio Superiore 2006 profuma di buccia di pera e dona impressioni di dolcezza olfattiva, è saporito, lungo, leggermente tannico. Per lei la biodinamica è solo un nome “non ne so nulla!” Assaggiamo anche un terzo bianco abbastanza peculiare, il Tervinum 2005, “withe body red blood,” da uve merlot (68%), chardonnay (17%), pinot grigio (15%). I profumi sono di anice e miele, non molto intensi, e in bocca c’è corpo e una asciutta pulizia.

Saltiamo ad Alessandria, con la Cantina Zerbetta e il suo Quattrocento 2007, da sauvignon e müller thurgau. Macerato sulle bucce e senza lieviti, supera i 15% alcolici, profuma di mele cotte e presenta una leggera speziatura. Bocca cremosa e matura. Si sentono contadini e sono biodinamici certificati Demeter.

Valleponci è una azienda agrituristica di Finale Ligure e Giorgio Guidotti, insieme a Daniela Bassani, ci fa assaggiare una bella verticalina di Pigato. Il Riviera Ligure di Ponente Pigato 2007 ha 13,5% e un naso mielato e mediterraneo, cresce bene in bocca e chiude croccante con leggera ruvidità tannica. Per Giorgio è il suo miglior Pigato da quando, nel 2004, si è lasciato convincere da Fausto de Andreis (altro grande “pigatista” dell’azienda Rocche del Gatto) a fare vino; prima faceva il creativo pubblicitario, ma “non ne poteva più”, e così ha comprato i vigneti nel suo luogo natio e è diventato vignaiolo, “ma contadino no!” perché tale aggetivo gli ricorda troppo quei vini imbevibili che gli propinavano da ragazzo: “voglio lavorar bene, facendo attenzione alla terra, ma sul biodinamico non so che dire, non lo conosco abbastanza.” Il Pigato 2006 ha un gran naso di frutta in cui fa capolino una nota idrocarburica e di cera, ha una bocca bella e tesa, è un bel vino! Più evoluta l’annata 2005 che mostra evidente l’aspetto minerale, con note di cera ma anche di incenso. Un vino molto acido, agrumoso, spigoloso. Ed eccoci infine al 2004 che pur condividendo con l’annata seguente le note terziare di idrocarburi, si mostra più fruttato e rotondo, burroso, sa di uva secca (non uvetta passa, proprio di acini secchi) e piace per il bell’equilibrio gustativo. Vini interessanti così come il Vermentino 2007, vegetale e vivace al anso, sapido al gusto, e la Granaccia 2006, dal colore rubino chiaro e dai profumi di fragola e macchia mediterranea, balsamici, a cui segue una bocca scorrevolissima, molto asciutta, beverina.

La Marca di San Michele, ancora un’azienda marchiginana di Cupramontana (AN), ci si presenta come un’azienda sconosciuta, ma ci vuole poco per scoprirne la nobile origine, visto che la simpatica e giovane vignaiuola che ci sta di fronte si chiama Beatrice Bonci. A parte l’omonimia con chi scrive, il Verdicchio Vallerosa Bonci ha sempre rappresentato uno dei miei ricordi più belli, e Beatrice non è che la figlia di quel Bonci, ora “contadina in pieno” con la sua piccola azienda di 13 ettari che conduce, insieme al fratello, senza chimica e con tanto sforzo: “per non usare diserbanti abbiamo zappato la vigna e i nostri vicini contadini ci hanno detto che loro era da dieci anni che non prendevano in mano la zappa…” Il suo Verdicchio dei Castelli di Iesi Classico Superiore Capolvolto 2007 è il primo vino che fa e quando è nato “pur non essendo ancora madre, ho provato una sensazione come se avessi partorito.” Il vino è molto fresco, l’acidità sgargiante quasi lo fa confondere tattilmente con un vino mosso, e questa estrema giovinezza ancora nasconde le doti dei miglior Verdicchio, che vengono fuori col tempo. E’ bella comunque la nota di miele d’acacia e la incisività al gusto. Biodinamica? “Mi affascina, ma è tanto estrema, va conosciuta meglio e bisogna capire se dietro questa storia delle certificazioni c’è del marcio…”

Ci prendiamo una sosta analcolica, con l’Olio extravergine di Biancolilla di Claudio Cinquemani da Ribera, Agrigento (www.agrivent.it). Olio fruttato e rotondo, maturo, prodotto con questa varietà che Claudio ci dice essere la più difficile da raccogliere ma anche quella che dà maggiori soddisfazioni.

Non dimentichiamoci però che siamo al Leoncavallo, e così anche la politica non può macare, e accanto allo spazio NoTav ecco quello NoTang, contro la costruzione della tangenziale che attraverserebbe il Parco Ticino e il Parco agricolo Sud Milano, mettendo in gravissimo pericolo i fontanili, le rogge e le colture tipiche di questa area, in cui le risorgive sono da sempre una risorsa fondamentale. Un progetto che, ci spiegano, era fino a poco tempo fa osteggiato sia dal Ministero all’Ambiente, per la questione dei fontanili, che dalla Sovraintendenza alle Belle Arti per l’impatto visivo, ma che ora sembra essere stato accettato da entrambe le istituzioni, un po’ un segno dei tempi… Comunque sia l’Azienda Agricola Alberti di Vicomarino, Ziano Piacentino (PC), sostiene la lotta offrendo i suoi vini per la causa. Diamo il nostro obolo e ci beviamo un bel bicchiere di Malvasia della Val Tidone 2007, questo sì un bel vino contadino, con un naso di penetrante acidità volatile e una bocca vibrante, sorretta da un sensibile residuo zuccherino e da un corpo non trascurabile.

Andiamo in Toscana con la Fattoria Majnoni Guicciardini, il cui patron Pietro Majnoni, un istrionico romano emigrato in Toscana nel 1985, ci accoglie dicendo che apprezza chi prende note mentre beve, “perché così ci si ubriaca di meno, visto che si butta fuori l’opinione sul vino e si è più pronti ad assaggiare il vino successivo.” Il suo Spareto 2007 e fatto con malvasia e chardonnay, ha profumi metallici e una bocca in cui il citrino dello chardonnay la fa un po’ da padrone. L’azienda conta 200 ettari di cui 20 a vigneto e oltre 100 a seminativo, Majnoni si sente un “aspirante contadino” e, alla parola biodinamica risponde “religione! Io non sono al loro livello, ci vuole la fede per fare cose così difficili.” Il suo Chianti 2006 è il suo “primo vino” che ottiene da vigne in cui fa una pre-vendemmia anticipata, per alleggerire la pianta, da cui ottiene un vino che, talvolta, quando viene bene, imbottiglia. Il Chianti è rubino limpido, ha un frutto molto nitido al naso e una bocca di bella beva, chiusa da un tannino non irrilevante, sangiovesista. Infine assaggiamo il Chianti Riserva 2006, in cui un 15% di colorino si affianca al sangiovese e che passa piu tempo in legni piccoli. Il frutto è sempre bello, leggermene vanigliato, e, in bocca, la nota terziaria dei legni ora è forse eccessiva.

Capalbio, l’azienda è Il Cerchio e lei, la vignaiola, è una milanese fuggita dalla città, una “profuga volontaria,” che ora vive in campagna e si sente bene “da quando mi alzo al mattino, a quando vado a letto, stanca morta, la sera, ma mi basta dare un’occhiata alla campagna intorno…” L’azienda, il cui nome ricorda il cerchio sacro degli indiani d’America, è certificata biologica dal 1994, ma già da prima la prassi in campagna era la stessa. “Contadina? Va benissimo, ma per quanto riguarda la biodinamica sto leggendo per tentare di capire cosa fanno di diverso da quello che faccio io…” L’Ansonica 2007, che contiene anche una piccolissima percentuale di vermentino, è un Costa dell’Argenario DOC, profuma di mela, anice, fiori, e ha una bocca viva, vera e semplice. Meno convincente il Val Marina 2007, un sangiovese rubino limpido, leggero e acidulo nella sua magrezza.

L’azienda Pernigotti in Carezzano (AL) è biologica, e ci offre uno strano Brut & Cattiv, vino mosso da uve barbera e timorasso. I profumi, in riduzione, sono di menta piperita, tanto da mettere quasi in imbarazzo un assaggiatore al nostro fianco che dichiara un “tappo” rivelatosi poi inesistente… il vino è proprio così, molto aromatico, fresco in bocca, di poca struttura. Tutta un’altra storia il Derthona 2006, un timorasso in purezza da 13,5% che emana profumi minerali e di anice, e ha una bocca morbida, grassa, dal frutto dolce, veramente molto persistente.

“Io mi sento molto contadino! In campagna ci sono nato, i miei facevano vino da cisterna e sapendo quanto era dura han fatto di tutto per tenermi lontano. Mi hanno fatto studiare, ho girato un po’, anche all’estero, e quando tornavo a casa salivo sì sul trattore, ma della vigna non mi importava. Poi nel 92 successe una cosa che ha dato una svolta alla mia vita. Le vigne erano piene d’uva e i miei erano preoccupati perchè avevano ancora tanto vino dell’annata precedente. Allora lo svendettero, ricavandoci pochissimo. Ma settembre fu piovosissimo e tutto il raccolto fini in nulla, uva marcia, che non si sapeva cosa farci. Io percepivo la disperazione dei miei genitori e allora andai da Walter Massa (un vignaiolo cult dei Colli Tortonesi, ndr) per chiedergli cosa si poteva fare per aiutarli. E da lì, parlando con lui, mi sono ammalato di quella malattia meravigliosa che è il vino e non ho più smesso di parlarne… persino la mia fidanzata si lamentava, non parlavo di altro! Siamo biologici dal 1999, da quando è nato mio figlio e ho iniziato a fare attenzione alla cosa. Della biodinamica non so che dire, nel 2002 venne un consulente e non ne sapevo nulla. Mi decisi a provare e questi mi arrivarono a casa con un serbatoio di acciaio inox e un agitatore a motore… beh, mi cadde la poesia! Già avevo capito che era una stregoneria… se almeno avessimo mescolato con una mestola, ma senza poesia che senso aveva?”

Ultima tappa di nuovo in Toscana, da Nadia Castagnedi e Dante Lomazzi dell’azienda Colombaia a Colle val d’Elsa. Biodinamici convinti, nella prassi e nella spiritualità, producono vino in una azienda che conta 4 ettari e Dante, alla domanda se si sente contadino, risponde “vignaiolo!” il Colombaio Bianco 2007, da trebbiano e malvasia ha un naso acetico di frutta macerata e una bocca molto tonica, vivacissima. Simile, seppur su note rosse, il Colombaio Rosso, vinoso e sapido.

Avremmo voluto continuare, ancora molto c’era da assaggiare e ascoltare, ma quì ci siamo fermati, incastrati in una discussione tra spirito e materia, prassi e forze astrali, realtà e speranze, in un crocicchio a più voci che da noi, Nadia, Dante, si è esteso a Giovanni, irpino coltivatore di castagneti a Mondella, esperto nell’innestar castagni e non solo… a Ephanie, guastatrice portoghese che si inseriva con le sue provocazioni verbali, a Ilaria, irpina anch’essa, stilista di moda emigrata a Milano e pronta a lasciarla di nuovo per nuovi mondi, e ad altri che, passando, inserivano il loro contributo, in tema o meno, come solo alla Terra Trema può accadere.

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