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Zucchero caramellato alla moda della Languedechat

Rapita dal desiderio di fare le valigie e sparire per qualche giorno, mi sono ritrovata da un’ora all’altra in una cuccetta su un treno diretto a Marsiglia dove mi aspettava una coincidenza che mi avrebbe portato nella piccola cittadina di Villeneuve nella regione della Languedechat. La Languedechat è famosa per essere perennemente avvolta dall’ovattato abbraccio della nebbia, e i suoi abitanti sono così pigri e diffidenti che raramente lasciano la terra natìa. Secondo loro non esiste niente di meglio che un fiume melmoso a regime torrenziale, montagne che franano e un sole pallido per undici mesi l’anno. Solo in agosto la Languedechat si spoglia del suo manto latteo e accoglie una gran quantità di turisti. Io purtroppo avevo scelto il periodo peggiore dell’anno per avventurarmi in quella zona: nebbia e pioggia battente. La mia speranza, però, era tutta riposta nella cena di degustazione che, mi avevano assicurato all’agenzia, sarebbe stata degna di Gargantua e Pantagruel.

Il mio albergo aveva solo cinque stanze abitabili, perché sul muro portante delle restanti cinque si era aperta una crepa di cinque centimetri per tutta la lunghezza della parete. Sono cose frequenti a Villeneuve, una cittadina costruita come Venezia sulle acque, ma qui non siamo in una laguna bensì sul corso di un fiume, perciò l’acqua scorre e ogni tanto porta con sé qualche pezzo di case o palazzi.

Quando si è in vacanza i piccoli disguidi di viaggio non sembrano mai troppo importanti così, anche se la mia stanza non aveva la doccia ma una vecchia tinozza con acqua corrente, ho fatto lo stesso un lungo e scomodissimo bagno. Asciugata e vestita di tutto punto sono scesa nella hall dell’albergo, che aveva il pavimento a gobbe a causa dell’umido, e mi sono diretta al bar per un aperitivo. Al bar un giovane dall’aria stanca e dagli occhi da cane bastonato mi ha offerto, ancora prima che gli chiedessi qualcosa, una bevanda semi-alcolica e dal colore fucsia: un misto di succo di uva spina, succo di fragola e un pizzico di vodka. Non male come inizio. Ho gingillato un po’ seduta al bar in attesa che le porte della sala da pranzo si aprissero, e poi ho atteso ancora che qualcuno osasse entrare per primo per paura di dover fare una sfilata solitaria fino al mio tavolo. Alla quarta persona ho deciso di entrare e mi sono seduta ad un tavolo davanti ad una finestra, da cui potevo osservare i visi dei miei sconosciuti commensali riflessi nel vetro senza essere vista. Quella sera a cena eravamo dieci e ognuno di noi ad un tavolo per conto proprio.

I camerieri sembravano fratelli gemelli del barista e infatti lo erano, sette gemelli e tutti naturalmente impiegati nell’azienda familiare, cioè l’hotel. Sembra che la Languedechat abbia la maggiore concentrazione al mondo di parti gemellari, dove altrove i gemelli sono normalmente solo due qui sono almeno due coppie. Alcuni ricercatori americani stanno studiando il caso da un decennio ma non hanno ancora dato nessuna spiegazione plausibile al fenomeno.

La prima portata finalmente: formaggio fresco di capra. Le capre locali portate sui pascoli di montagna e tenute all’aperto danno un latte molto denso che contiene un’altissima percentuale di caglio vegetale, così i contadini non hanno che da sistemare il latte in appositi stampi e aspettare due notti. La mattina del terzo giorno il formaggio fresco è pronto. Di contorno mi è stata servita un’insalatina di palude e ravanelli delle rocce condita con la famosa sauce vinaigrette. Il formaggio era decisamente gustoso anche se sono stata l’unica a mangiarlo perché gli altri hanno avuto paura che quel formaggio fosse pieno di batteri. Meno saporito invece il contorno non tanto per la tenera insalatina di palude che aveva un sapore piccante niente male, quanto per i ravanelli delle rocce che avevano lo stesso sapore del polistirolo e la consitenza del pongo. Forse è per quello che hanno aggiunto abbondante sauce vinagrette. Nell’attesa della seconda portata, ho attaccato bottone a un cameriere che mi ha riferito che mi sono persa per un pelo la corsa dei caprioli: una manifestazione che vede la partecipazione di caprioli e cavalieri di tutta Europa. La corsa è piena di insidie e nessuno nella sua lunga storia è mai arrivato al traguardo. Il percorso non è particolarmente impervio ma passa per la strada principale di Villeneuve dove regolarmente i cavalieri si fermano per un paio di cicchetti, dopodiché non trovano più né capriolo né percorso.

La seconda portata: zuppa di muschio e interiora di uccellini con crostoni di pane di grano saraceno e cenere. Un piatto tipico della valle mi assicura il cameriere che ora si lancia in un ampio sorriso. Una leggenda dice che questa zuppa, che devo dire abbastanza piacevole, è stata portata in queste zone da Saint Supplice nel suo peregrinare ed elemosinare. Questo santo, che è anche il patrono di Villeneuve, mangiava solo ciò che elemosinava durante la giornata e così spesso mescolava ingredienti selvatici a cibi donati. In seguito il suo esempio era stato copiato dai pastori e dai poveri della città, mentre i ricchi continuarono a mangiare interiora di uccellini con contorno di rape cotte nel vino di Provenza.

Il momento del dolce era quasi arrivato e i camerieri avevano deciso che era il caso di dare un’illuminazione più adatta all’ultima portata di questa stravagante cena. Abbassarono le luci e accesero una candela a forma di rosa appassita su ogni tavolo. Nel frattempo i nostri calici vennero riempiti di vin brûlè, vino rosso della casa addolcito con miele di infiorescenze di palude e servito tiepido. Decisi di gustarne un sorso prima di assaggiare il dolce. Molto dolce ma non stucchevole, con un retrogusto di mora acerba, mirtillo maturo e margherita appassita. La luce calda della candela ammorbidiva il colore testa di moro. Dalle cucine proveniva un brusio continuo, qualche piccola risata e il rumore dei piatti che faceva da sottofondo musicale ad una serata tutto sommato silenziosa.

Ad un tratto la porta basculante della cucina si aprì e in fila indiana uscirono tutti i camerieri gemelli, o gemelli camerieri, con altrettanto identiche porzioni di dolce. Non dolci qualunque ma piccole opere d’arte a portata di forchetta. Effimere, e non durature ma appaganti per l’occhio. In un piatto da dolce di porcellana campeggiava un millefoglie a tre strati. Crema color tortora ravvivava il colore della pasta e un alberello di zucchero caramellato con piccole sfere rosse cresceva dal millefoglie come un albero di mele. Davvero un capolavoro, quasi mi dispiaceva rovinarlo con la forchetta e farlo finire in fondo allo stomaco, ma dovevo assolutamente sapere se era più bello o più buono. Tentai più volte di rompere un bordo con la forchetta prima di rendermi conto che il dolce era finto. Pura plastica. I camerieri non riuscirono a resistere e si abbandonarono a una risata fragorosa, mentre noi commensali rimanemmo a bocca aperta davanti a un tale scherzo. Prima ancora che ritrovassi l’uso della parola, il mio cameriere mi offrì qualche biscotto al burro di capra da abbinare al vino ma preferii lasciare i biscotti al loro destino. Stavo per concentrarmi sul vin brûlé e abbandonarmi completamente alla sua dolcezza, quando un rumore assordante mi fece trasalire e versare il vino rimasto sul mio vestito nuovo. Mi girai e vidi che la sala da pranzo era diventata una veranda…il fiume si era portato via un altro boccone di hotel.

5 Comments

  • Luca Bonci ha detto:

    Lola, giuro che non riesco a capire se si tratta di uno dei tuoi racconti di fantasia o di una gustosa esagerazione di un viaggio non particolarmente fortunato. Complimenti, comunque sia!

  • Lola ha detto:

    La soluzione dell’enigma sta nel nome della regione Languedechat…prova a scomporla!

    Il tuo commento però mi dice che sono riuscita nell’intento, e cioè lasciare il lettore spiazzato…

  • Luca Bonci ha detto:

    Beh… Lingua di gatto… ma mica ci arrivo!!!

  • lola ha detto:

    ho seplicemente usato il nome fracese dei famosi biscotti! Non esiste la Languedechat!
    Il trucco era quello di usare una parola che ne ricordasse altre che veramente esistono, come Langue d’Oc, o Langue d’Oil. E poi il secondo passo invece stava nel descrivere un menù di piatti che ricordassero vagamente i piatti tipici e gli ingredienti tipici della Francia, in questo caso del Sud, e poi ultimo ingrediente la città di Marsiglia come esistente punto di riferimento geografico…in poche parole ho costruito un luogo che non c’è ma che potrebbe esistere nascosto tra le colline del Sud della Francia!

    Ho in serbo una nuova storia, ma stavolta di fantasmi e formaggio!

  • Matteo ha detto:

    Anche a me è capitato di andare in vacanza nella nebbiosa Languedechat. E devo dire che è tutto come lo descrivi. Complimenti!

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