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Lafite 1986: i conti col passato

Con l’età che avanza due “cose” mi vanno caratterizzando sempre più: la malinconia (a volte davvero contundente) e l’amore per il vino. La prima è impegnata, ineludibilmente, a subliminare qualcosa o qualcuno che c’era e non c’è più, o quantomeno si è trasformato. È struggimento costante. A volte bellezza. La seconda, che parrebbe più ovvia, non è di certo una novità dell’ultima ora. E lo sanno tutti coloro che mi conoscono almeno un po’. Ma la seconda, a ben vedere, sottintende qualcosa di più grande che non il vino,  qualcosa che ha a che vedere con la terra e la sua dignità, che si impregna dei suoi umori e te li restituisce con forza. È qualcosa che non ho ma che mi comprende, che scuote e commuove e che non so spiegare. So di dipendere da lei, e a lei vorrei dedicare ogni momento (o quasi) della mia vita, conscio di non avere abbastanza parole (e meriti) per parlarne compiutamente, felice per il piccolo privilegio di poterne tentare il racconto, attraverso l’incontro con i vini e con i vignaioli.

Ebbene, la mia passione per il vino non è scevra di accenti malinconici. Per cui, riformulando il tutto, direi: “con l’età che avanza una cosa mi va caratterizzando sempre più: la malinconia”.  Ritengo ormai sia ben più di un sintomo, casomai una confortevole patologia. E’ lei a consigliarmi di non derubricare mai niente sbrigativamente, come per esempio una storia, un passaggio di tempo, una memoria. È lei a consigliarmi di leggere grandezza e dignità in ogni gesto, per quanto fugace e approssimativo, che riguardi la terra ed i suoi frutti. So perché lo fa: lo fa per garantirsi una continuità e un adepto. La malinconia -mi dicono-  attacca chi è predisposto, per vissuto (non vissuto) e condizione psichica; la malinconica può non passare mai. La malinconia ti costringe costantemente a fare i conti con il passato, ecco cos’è. Certo, potrebbe fossilizzare situazioni straniandoti dal presente. O ingabbiare energie quando sei alla ricerca di vie nuove. Nei miei confronti però non funziona propriamente così. A volte me ne accorgo a posteriori, quando nell’aggroviglio dolcemente malinconico di un ricordo pesco cose che non c’erano nell’aggroviglio precedente. Pesco cose nuove. Pesco cose comunque belle. Per mia fortuna le pesco spesso. È che amo foraggiare la mia malinconia, e cerco – ostinatamente cerco – occasioni, persone, luoghi che siano ispiratori di malinconia. Senza di loro, senza di lei, io non posso stare.

E poi, predisposizione o meno, è anche vero che alcune circostanze ci mettono del loro per portarti dritto dritto a misurarti con il tuo passato. Prendi ad esempio il mio bicchiere di oggi: Chateau Lafite-Rotschild 1986. Fulminante! In un attimo mi è scorso davanti passato presente e futuro della mia esperienza di degustatore consapevole. E nel momento esatto in cui realizzavo di non conoscere ancora le parole per poterne “contenere” la grandezza, mi accorgevo che prima di lui c’era in me una idea di vino, dopo di lui non più.  O meglio, che avevo tante idee di vino in testa, ma non  quella! Ecco allora che, insieme alla idea nuova, si stavano aprendo nuovi traguardi emozionali. Poi ho pensato che per una volta era giusto non avere parole così come doveroso affidarsi ai silenzi. Perciò non so dirvi di lui, non ve lo so spiegare. Posso dirvi se volete che per due notti di fila mi sono sognato Lafite. In silenzio, naturalmente. Oddio, da quei sogni non ne uscivo così sollevato, perché lo scoglio da superare per raggiungere LA bottiglia assumeva attributi hymalaiani, e non solo metaforici: un costone di roccia, ripido e pericoloso, con gli scarponi che via via si disintegravano. Tutto un sogno (anzi due) per cercare di superare quel costone ed arrivare alla cima, alla agognata bottiglia. Che chiaramente non ho raggiunto mai. No, Lafite non è un sogno facile.

Ritornando in me, dopo le dovute imprecazioni, ho cercato contegno e spiegazioni. Mi illudo così di averle trovate, perché Lafite ’86 ha davvero rappresentato uno spartiacque didattico ed emozionale, un salvifico generatore di energia e di voglia di cercare ancora. E poi, quasi non bastasse, da quell’incontro ho avuto una fortuna in più: la scorta perenne alle mie malinconie. Fino al prossimo guado, con parole tutte nuove.

Assaggio del gennaio 2009.

Ringrazio Ernesto Gentili per la preziosa bottiglia e la volontà di condividerla assieme a me. Entrambe, bottiglia e gesto, restano.

2 Comments

  • ag ha detto:

    Buongiorno.
    E’ vero, nella propria vita capitano incontri che per la grandezza delle emozioni che danno segnano punti fermi dai quali la mattina successiva si parte più consapevoli. E’ questa la Vita.
    Buona giornata.

  • Renzo Priori ha detto:

    che sviolinata

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