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Colline Teatine IGT Pecorino Yare 2006 – Il Feuduccio di S.Maria d’Orni

Sottozona/Cru: Orsogna (Chieti)

Data assaggi: aprile 2009

Il commento:
Davvero luminoso questo giallo, giallo sgargiante. E’ un piacere guardarlo, perché sa esprimere pienezza e gioventù. Ampio il profilo aromatico, che irrimediabilmente inchioda all’ascolto: ne apprezzi l’energia tipica di un vino di struttura ma allo stesso tempo la vocazione alla “ariosità” e al fraseggio sottile. Flemmatico, compunto, roccioso, eppure prodigo di sfumature, colpisce per la dichiarata impronta minerale, su cui si innestano richiami di agrumi e spezie fini, erbe alpine e clorofilla, vaniglia, nocciola e amabile fumé.

Egual compostezza, ed egual portamento, se lo bevi: saporito, continuo, cremoso, profilato, persino sfumato ed elegante nell’irradiante e sapidissimo finale. Nel frattempo, ancora la traccia minerale a dare segno di sé, e quella freschezza acida pervasiva a sorreggerne l’impalcatura e a stemperare in una beva di classe la dote impegnativa del corpo. Qui una nobiltà d’animo sorprendente, con la densità del vino aristocratico, tal da richiamare un Borgogna, pur nella diversità dei sapori. Un tocco di rovere speziato accompagna soavemente l’incedere e armoniosamente ispira, senza ridondanze. Grande pulizia d’impianto, coinvolgimento, compattezza, per un vino diverso e conquistatore.

A 10 euro o giù di lì, mi arriva dall’Abruzzo uno dei bianchi italiani più buoni mai assaggiati negli ultimi tempi, che mantiene solo nel nome (Pecorino) l’insolenza ingenua di richiamare qualcosa d’altro. Già dal primo sorso però scompaiono tutte le ambivalenze e i già deboli fraintendimenti ironici. Resta il vino, con i suoi ineludibili attributi, ivi compreso il nome: Pecorino. Un vino-vitigno che reclama a piena voce attenzioni e dignità. Se queste sono le avvisaglie, come dargli torto!

La Chiosa:
Tributare elogi ad un vino abruzzese in un momento come questo, alla luce di ciò che sta succedendo in quella terra, non può che suonar patetico, me ne rendo conto. L’Abruzzo, il nostro Abruzzo, nel bel mezzo di una tempesta. Ai timori fondati di uno scardinamento radicale  – e senza ritorno – della sua innata vocazione agricola (in sintesi, smantellamento dei vigneti a fronte di sporchi interessi petroliferi), si aggiunge ora, imbarazzante, la tragedia del terremoto, tragedia che ha portato a migliaia e migliaia di vittime, perché vittima non è soltanto chi muore.

In queste circostanze misuro per intero tutta la mia inadeguatezza. Non so che fare e non so che dire. Di certo sono cambiato, se solo penso alla mia gioventù nervosa ed “interventista”. Non mi consola osservare che ciò che pensavo allora, ovvero ad una radicata ingiustizia nei confronti dei più deboli, sia ancora tremendamente realtà, né tantomeno aggiungere nel conto l’ennesima assenza, ché se solo ci fosse il padreterno, come molti si ostinano a pensare, col cavolo che avrebbe consentito simili prove agli essere umani! Come se non bastasse, continuo pure ad illudermi che la speranza possa aggrapparsi persino ad un bicchiere di Pecorino; mi picco cioé di intravvedere un segno (pagano vivaddio) laddove per gli altri segni non ci sono.  La tivvù mi inonda di immagini di morte. Non indulge ed insiste, fra pietà e cinismo. Eppure mi sto accorgendo che se la morte appartiene alle cose, fatte macerie, non appartiene a quegli uomini e a quelle donne. Non appartiene certamente ai bambini. Dalla fierezza, dal commovente pragmatismo (di stampo contadino) e dalla volontà indefessa di saper ricominciare ogni volta della gente d’Abruzzo, imparo ciò che ho perduto un giorno e che non trovo più. E bruciando d’invidia per una forza d’animo che io non avrei, comprendo anche perché da quella terra nascano vini così.

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