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A zonzo per Vinitaly

Dopo molti anni di Vinitaly capita di chiedersi che senso abbia andarci. Certo, di stimoli se ne possono trovare tanti e, anzi, il problema è forse l’opposto, quello di non farsi trascinare dalle troppe cose da fare ed assaggiare, perché altrimenti non basterebbero neppure i cinque giorni completi della rassegna per realizzare i propri piani. Ma proprio questa abbondanza può generare un senso di disagio, una assuefazione che spingerebbe a restarsene a casa se non sostenuti da una chiara motivazione. Così, di anno in anno, le trasferte veronesi erano sempre state dedicate a un programma preciso, che fosse quello di rincorrere una tipologia di vino tra le varie regioni, o di limitarsi invece ad assaggi regionali o, comunque, territoriali. Forse solo tornando con la mente ai primi Vinitaly, a oltre dieci anni fa, riesco a ritrovare il ricordo di assaggi alla rinfusa, di corse tra un padiglione e un altro per cercare quel vino che mai avevamo potuto assaggiare prima, o che ci era stato consigliato da un amico o del quale avevamo letto una bella recensione. Vinitaly affannati ma anche piacevoli, vissuti come una avventura, alla scoperta di chissà quali sensazioni nuove.

Questo Vinitaly 2009 è stato, di nuovo, un po’ così, senza particolari premeditazioni, con solo poche ore a disposizione, giocato all’impronta. E se la freschezza delle prime volte non si ritrova mai, ho almeno un ricordo di una giornata piacevole, rilassata, trascorsa tra scoperte e riconferme, e tra amici (che lo fossero di già o che lo siano diventati in quel momento, di fronte a un bel bicchiere di vino).

Si parte presto! Alle 9,20 di mattino, complice un pernottamento a Verona, sono già al primo vino, in anticipo di dieci minuti sull’orario ufficiale di apertura. Mi accoglie Lucia Barzanò, della franciacortiana Mosnel, col suo Brut Rosè, un pinot nero, chardonnay, pinot bianco, che passa 24 mesi sui lieviti e ne esce fuori con un bel naso floreale e vanigliato, e una bocca sapida dal finale addolcito piacevolmente. Il Satèn 2005 è invece uno chardonnay in purezza, che passa 3 anni sui lieviti e per un terzo affina in legni piccoli. Molto intenso olfattivamente, sfoggia note minerali, bella morbidezza al gusto e lungo finale di pasta di mandorle. Abbiamo poi i due metodo classico ottenuti senza liquer d’expedition. Il Pas Dosé, ancora un melange delle tre uve del brut, ha una florealità veramente spiccata, con note di biancospino e di fiori d’agrume, mentre invece il Parosé, che per Lucia rappresenta la loro interpretazione autentica del rosato, è composto da un 70% di pinot nero fermentato in barrique e un saldo di chardonnay. Qui ai fiori si aggiungono le note piacevoli della frutta rossa in un olfatto che dimostra profondità e persistenza. Chiudiamo con l’EBB 2004, già Emanuela Barboglio, la punta aziendale. Chardonnay in purezza, fermentato in barrique non nuove, affina 3 anni sui lieviti. Un metodo classico dal naso minerale, strutturato, saporito, di notevole tono acido e grande classe.

Milena Pepe ci accoglie allo stenda della sua Cavalier Pepe, mille chilometri più a sud della Franciacorta. Il suo Coda di Volpe Bianco di Bellona 2008 è vino dalla facile piacevolezza. Fruttato, mielato, intenso, diretto e pieno al gusto. Non dubitiamo che sia facile venderlo all’estero, come Milena afferma. Il Fiano Refiano 2008 ha uno stile affatto diverso, un naso vegetale penetrante, una nota di glicine e una bocca di bella acidità e dalla chiusura minerale. Ancor più giocato sugli aromi il Greco Nestor 2008, che sfodera un olfatto floreale, di roccia e buccia d’agrume, un po’ sparato, per poi abbandonarsi a una bocca salina, acida, un po’ monocorde. Ma eccoci ai rossi, prima col Campi Taurasini Santo Stefano 2007, un aglianico che fa 10 mesi di barrique e che offre un naso sgargiante di frutta rossa ed erbe aromatiche. Al gusto è vinoso, diretto, non complesso, fresco. Il Taurasi Opera Mia 2005 è invece un aglianico dai grandi profumi, cosmetici e floreali, intensi. A questi segue una bocca composta, che cresce in un finale acido, adornato da tannini di bella finezza.

Paola e Bruno De Conciliis mi accolgono da amici, e per festeggiare stappano il loro brut, il Selim, da fiano e aglianico. Il colore è molto chiaro, carta, e al naso il primo impatto floreale è seguito da una bella nota di pera. La piacevolezza dei metodi charmat ben fatti ci accompagna anche in bocca, con un tono acido contrastato dalla dolce aromaticità. Piacevole anche il Fiano Donnaluna 2008, dal naso di erbe e miele e la bocca fresca. Più serioso il Perella 2006, sempre fiano, dal naso preciso di frutta secca e dalla bocca tesa, di media complessità. Vorremmo continuare coi vini “deconciliani”, ma ecco che ci presentano un loro ospite, Antonello Canonico, che produce vini, sotto la paterna consulenza di Bruno, nella Calabria cosentina.

Antonello ci presenta la sua azienda, l’Acino, e il suo vino bianco, il Mantonico 2008, da mantonico pinto, un’uva assai diversa dal mantonico “comune”, di cui in Calabria non è rimasto che un totale di un ettaro di vigna. L’etichetta è ancora temporanea ma il vino si chiamerà Oz, ovvero “forza e coraggio” in ebraico. Nome che la dice tutta, che parla dei 40 quintali di uva per ettaro che si riesce ad ottenere da queste vigne rare e delicate, coltivate a 600 metri sul mare a Frascineto (Frasnita in Arbëreshë), e dello sforzo per salvare questa uva così particolare. Il colore è paglierino ottone e il naso è delicato e sferzato di note balsamiche. Ma è in bocca che si comprende quanto questo vino sia promettente, per la freschezza e la sapidità, la nota tannica che dona piacevole ruvidità, la dinamica molto bella.

Ma siamo ancora dai De Conciliis e torniamo a loro per “il vino anticrisi”, il Bacioilcielo 2008, 70% aglianico, 30% barbera (!) e un piccolo saldo di primitivo. Un rosso che va sullo scaffale a 8-9 euro ottenuto lasciando un po’ di mano libera alle tecniche di cantina, a partire dalla criomacerazione iniziale. Un vino con tanto frutto, pulito, preciso, rinfrescato da una nota gustativa erbacea e chiuso da un fine tannino. Vorremmo passare agli aglianico ma non è ancora il momento, irrompe nuovamente la foga dialettica di Antonello, che ci presenta il suo Tocco Magliocco 2007, un IGT Calabria di 13,5% dal colore rubino limpido e dalle note olfattive di frutta matura e ferro. Solo 3.500 bottiglie per questo vino prodotto col “cugino bello del gaglioppo”, che offre una bocca di bella consistenza chiusa da note pepate.

Aglianico finalmente? “No, aspetta, ti ricordi quella vigna di primitivo che vedesti? Eccone il frutto.” Il Paestum Rosso Galationa ha un naso intrigantissimo di frutta nera e nafta. Aromi per nulla banali che si ripropongono in una bocca selvatica, di certo un primitivo peculiare ma che a me piace, con le sue note di mora di rovo non matura e di fondo di caffè. Teso, pieno e chiuso da un importante tannino. Ed eccoci al Naima, nella versione Peter Willburger 2004. Un aglianico dal naso intenso, maturo, avvolgente e dalla bocca importante, di ciliegia candita. Questo vino, che invecchia in legni di varie pezzature, fa un anno di botte grande in più rispetto al Naima “normale” che assaggiamo nell’annata 2005, trovandoci un frutto più diretto, una bocca ampia e molto piacevole, una bella sapidità e lunghezza. Trovandoci forse di più quello che ci aspettavamo, un bel ricordo, il giusto commiato.

Antoine Gaita, occupato in conversazione, ci saluta dal fondo del suo piccolo stand dicendo alla moglie “questi sono amici” e ci lascia alle cure di lei e alle parole dei suoi Fiano, in una bella verticale che parte dal Vigna della Congregazione 1998, all’epoca ancora imbottigliato in bordolese. Il vino è giallo dorato e si regge su note idrocarburiche e di nocciola di grande eleganza. Sempre molto vivo al gusto, dove offre sapidità e grassezza. Passiamo al 2003, dal colore paglierino leggermente dorato e dalle note citrine e minerali, eteree e mielate. Una bocca tesa e molto più acida di quanto ci si attenderebbe dall’annata, vino che ci impressiona per la grande progressione finale. Il Vigna della Congregazione 2005, anch’esso paglierino dorato, odora di mela renetta e roccia ma offre una bocca finanche troppo acida, ancora aggressiva… un bianco che dopo 4 anni deve ancora affinare! Simile a questo è il 2006, ma qui la maggior sapidità e grassezza bilanciano le sensazioni e al naso il vino emana piacevolissimi sentori di erbe e di glicine. C’è poco da fare, il Vigna della Congregazione va bevuto dopo qualche anno, chi ne ha in cantina non si spaventi a attendere. E, ad ulteriore dimostrazione, Antoine ci offre un ultimo confronto. Lo stesso vino, annata 2000, imbottigliato normalmente oppure tenuto in barrique senza ricolmare per sette anni. Il Vigna della Congregazione 2000 in bottiglia ha tanta frutta al naso ma anche chiari sentori ossidativi, che comunque non sovrastano la ricchezza del frutto. Assai più colorato il Vigna della Congregazione Cuvèe Enrico 2000, un giallo dorato che bene si associa ai profumi molto intensi di frutta matura, miele, pasticceria. La bocca è ossidata, molto sapida, lunga. Un gran bel vino nel suo
genere.

La giornata è passata veloce, tra assaggi e chiacchere, ma prima di chiudere un salto in Toscana, ad assaggiare un Brunello promettente, quello della tenuta di Collosorbo, da Lucia e Laura Sutera. E per non far torto ai minori, partiamo dal Rosso di Montalcino 2007, dal frutto spiccato, sapido e lungo, un bel vino salino da bersi piacevolmente sulla tavola di tutti i giorni. Ben più corposo il Brunello di Montalcino 2004, anch’esso caratterizzato da una accentuata sapida e da una lunga nota fruttata. Vino da 14 gradi e mezzo, importante tanto quanto il Rosso era facile di beva. E, perché no?, chiudiamo col Sant’Antimo, questa
denominazione così poco glamour schiacciata com’è dalle vicine DOCG. Il Sant’Antimo 2007 ha al suo interno un 50% di syrah, un 25% di cabernet sauvignon, un 20% di merlot e un 5% di petit verdot. Lo si trova a meno di 15 euro sullo scaffale e con la sua succosa dolcezza e non trascurabile complessità non sfigura al confronto di “internazionali” più blasonati.

Immagini: Laura Barzanò, Milena Pepe, grappolo di mantonico pinto, Bruno De Conciliis, Antoine Gaita, Giiovanna Ciacci insieme a Laura e Lucia Sutera (immagine tratta da http://frankjohnsonselections.com)

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