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Tenuta di Valgiano in verticale: questioni di cru

La storia della Tenuta di Valgiano, o meglio, la storia della “mia” Tenuta di Valgiano, non riesco a racchiuderla nello spazio angusto di un “cappello” introduttivo. L’ingombro emozionale di una frequentazione assidua, fin dagli esordi, con i luoghi ed i suoi protagonisti, tenderebbe inevitabilmente a disperdere il racconto in mille rivoli. Troppi. Non per me, beninteso, che li trattengo fra i ricordi cari, casomai per il giusto respiro da garantire al pezzullo, o per la pazienza eroica del lettore anche il più masochista. Così, nel sostenere che c’è una storia, e che di bella storia trattasi (perché onora la terra), da un lato non posso che suggerire vivamente il viaggio, per camminare – di quella tenuta – le vigne e capire un po’ di più di ruralità consapevole parlandone con Laura, Saverio e Moreno, cioè con gli attori principali; dall’altro non posso che soffermarmi sui frammenti di quella storia, per esempio sulla fisionomia raggiunta dal vino principe – l’omonimo – della Tenuta. L’occasione per parlarne d’altronde assume oggi i crismi dell’unicità, dal momento in cui sono stato fatto partecipe di un evento molto sentito dalla proprietà: la prima verticale completa del Tenuta di Valgiano, per gli amici TdV, dall’esordio (1999) all’ultimo nato (2008).

TdV, simply, è il vino di punta di questa cantina. Più precisamente il premièr cru, se sto alla filosofia produttiva assunta, di ispirazione bordolese (il suo cadetto si chiama Palistorti, ed è il vero primogenito, colui che ha aperto per Valgiano la strada della notorietà a partire dalla prima metà dei ’90). Invece, se guardo alla magnifica, indisciplinata eloquenza borgognona che sottende ogni gesto di questo parto (naturale), lo chiamerei Grand Cru. Sì, dopo sole 10 vendemmie i risultati raggiunti ci spingono a rompere indugi: Tenuta di Valgiano rappresenta oggi un vero e proprio Grand Cru delle Colline Lucchesi. Non capita così spesso di incontrare un vino la cui originalità non si esaurisca nella fantasia bizzarra del blend costitutivo, in questo caso sangiovese, syrah e merlot.Qui invece si spariglia, perché originalità significa soprattutto originalità organolettica, questo è.  Ma in fondo si può parlare di tutto men che di improvvisazione (ed il syrah in quel di Lucca è tutto men che innovazione). Perché il percorso di accrescimento cultural-agronomico in atto da circa 8 anni in azienda ha letteralmente scandito i cambiamenti di una fisionomia che con il tempo si è trasformata in identità. In sintesi, dal 2001 pratiche biodinamiche in campagna e una enologia semplice e pulita in cantina.

Oggi TdV è bello per l’affascinante radicalità delle trasformazioni che ne accompagnano lo sviluppo e che lo rendono fondamentalmente vino vivo e cangiante; è bello per la naturale sua sottomissione ai voleri di ciascun millesimo; è bello per quel suo linguaggio che non ha “parole” se non per l’uva e la terra; è bello per come certe “affilate crudità” vegetali degli esordi siano divenute seducente balsamicità, lungo rotte sulle quali la speziatura è tutta del frutto e la sapidità dei tannini pura trasmigrazione di marna; è bello per come la sua bocca abbia trovato una “seconda bocca”, con i dettagli e le intimità; è bello per la polposa voluttà della sua gioventù fremente, che non ha da nascondere niente, nemmeno le nudità.

Tutto questo non per caso. Tutto questo ha nomi e cognomi: Moreno Petrini e Laura di Collobiano, i proprietari (ma anche molto di più); Saverio Petrilli, l’enologo (ma anche molto di più); Valgiano e il suo anfiteatro di vigna (molto di più).

Ah, a proposito di nomi e cognomi, Tenuta di Valgiano (il vino intendo) ama rivendicare con un certo orgoglio la propria denominazione d’origine: Colline Lucchesi.

Tenuta di Valgiano 1999 (sangiovese 60%, merlot 25%, syrah 15%)

Ecco il TdV dalle risonanze più bordolesi, un bordolese dall’anima inquieta, a giocar d’impatto secondo un profilo aromatico sauvage e viscerale, in cui si fondono profumi di cassis, humus, bon bon alla ciliegia, bacca, china ed inchiostro. Solo con l’aria se ne usciranno gli umori di sottosella, cuoio e sottobosco, con reminiscenze di rovere speziato e tabacco, ed il quadro si focalizzerà su accenti più veraci ed alcolici. La bocca è ben proporzionata, viva, grassa senza occlusioni. Solo nel finale si sgrana un po’ rivelando un tannino terroso e non finissimo. Degna di nota eppure mi appare la timbrica, generosa la sostanza, incisivo il ricordo. Esordio perentorio per un vino che non intende cedere niente al tempo, al quale orgogliosamente (sbuffando) resiste.

Tenuta di Valgiano 2000 (sangiovese 65%, merlot 10%, syrah 25%)

La sostanziale ritrosia aromatica non impedisce di farti apprezzare, assieme all’esprit sangiovesoso (leggi sottobosco umido), l’intrigante speziatura, per un naso compassato, sulle sue,  che si allunga su rivoli di china e rabarbaro. La bocca non è scevra di spigoli vegetali (senza troppo ferire però), ha un “fiato” più caldo del solito ma una buona compostezza nell’eloquio. Non lo slancio che fa la differenza, quello no, ma una genuina nonchalance, senza imbarazzi, senza discontinuità, per un bicchiere a suo modo flemmatico, con il punto debole nella incisività.

Tenuta di Valgiano 2001 (sangiovese 70%, syrah 25%, merlot 5%)

Non esente da riduzioni, ecco qua un vino caratteriale, di verace selvatichezza: intrigante, “carnale”, speziato. Sono carrube, catrame e severità; il passo è impettito, la trama profonda, la chiosa tannica finanche perentoria, senza rinunciare però alla salvifica spina sapida. Finale amaricante lungo lungo, in odor di ghianda e sangiovese.

Tenuta di Valgiano 2002 (sangiovese 55%, merlot 25%, syrah 20%)

Stimoli vegetali, erbe aromatiche e tabacco scandiscono un naso ben contenuto negli eccessi, di bella profondità e nettezza; ottima freschezza e slancio se lo bevi: non una mancanza, non una ovvietà. La dolcezza del frutto è morigerata e confortevole, lo sviluppo sicuro e snello. Sapido e vibrante quel finale, con tannino grintoso e vivo. Gran bella riuscita per il millesimo.


Tenuta di Valgiano 2003 (sangiovese 70%, syrah 20%, merlot 10%)

Che bel naso! Profondo, complesso, sensuale, pieno eppur prodigo di dettagli e fraseggi sottili.  Tatto carnoso e carattere eloquente per una bocca diffusiva ed incalzante, dall’allungo mirabile.  Nel percorso ne cogli l’humus, la corteccia, le erbe selvatiche, le spezie fini e i piccoli frutti rossi. Compiutezza, equilibrio e sprint sono quelli del grande vino, un vino che in barba al millesimo ci regala una prova autoriale.

Tenuta di Valgiano 2004 (sangiovese 65%, syrah 20%, merlot 15% )

Alla energia contagiosa e avvolgente del 2003, il fratello minore risponde giocando su tutt’altri toni, ovvero su un sofisticato intreccio di sfumature dove terra e sentimento giocano maledettamente a favor di immedesimazione.  Qui una naturalezza espressiva conclamata, qui un disegno capace di svelare intimità fino ad allora nascoste. Bocca nobile e fiera, di umore sapido-terroso (quindi profondamente toscana), di compassata aristocraticità e charme. Elettiva la sapidità, con finale in grande spolvero per tonicità e progressione. Un passo in più di consapevolezza e cuore.

Tenuta di Valgiano 2005 (sangiovese 60%, merlot 20%, syrah 20%)

Un naso reticente, e una nota percuttiva di bon bon alla ciliegia, ti introducono alla scoperta di un vino meno monumentale del 2003, meno complesso del 2004, che riesce a piegare in favor di beva le doti incerte di struttura apportategli dal millesimo. E lo fa con disciplina e savoir faire, sottile e sapido come si ritrova, scontrandosi soltanto con una certa rigidità tannica che ne frena pertugi e finale. Snello e dinamico, assai femmineo, si muove (e bene) sul piano della pura piacevolezza.

Tenuta di Valgiano 2006 (sangiovese 65%, syrah 20%, merlot 15%)

Sensazione appagante di uva bella e matura in ogni fase dell’assaggio, a regalarci un profilo carnoso, intrigante, di pienezza e dettaglio, e una grande eleganza d’assieme, in cui il ricamo tannico si fa trama preziosa e la sapidità forza motrice. E’ vino senza filtri e costrizioni, sensuale, dolce e puro, in odor di fuoriclasse. Un TdV saggio ed ammonitore (cresciuto), capace di indicare la strada ed “accattivarsi” il futuro.

Tenuta di Valgiano 2007 (sangiovese 65%, syrah 20%, merlot 15%)

(campione da vasca, blend definitivo, in attesa di imbottigliamento)

Trama speziata finissima e pervasiva, bel corredo di frutti del bosco. Finezza e bilanciamento le voci fondanti. Materia dolce e sensuale per un eloquio chiaro ed espressivo. Lo sviluppo si fa melodico (un briciolo di prontezza in più se guardo allo stato evolutivo) mentre una infiltrante sapidità ci mette la firma ed allunga con determinazione trame e fantasie.

Tenuta di Valgiano 2008 (sangiovese 70%, syrah 20%, merlot 10%)

(taglio definitivo)

Succo d’uva nudo e bello. Di seduzione ed eleganza. Ottima la materia prima, puntuale e calibrata l’estrazione tannica. Buoni il volume e la sinuosità del tatto.  Sebbene ancora in fieri (ma va’?), non ti nasconde di certo l’ambizione (e il privilegio) di prefiggersi l’eccellenza.

Tenuta di Valgiano – Via di Valgiano 7 – Capannori (LU)  – info@valgiano.it

Degustazione effettuata in azienda nel mese di marzo 2009

Foto, nell’ordine: dettaglio giardino villa; etichetta TdV 99, Moreno Petrini nel vigneto Cesari; vecchi ceppi; tavola imbicchierata; immancabili bottiglie

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