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Timorasso: l’origine di un nome avvolto nel mistero

Nella mia assidua ricerca dell’origine dei nomi dei più peculiari vitigni a bacca bianca piemontesi, ho raggiunto un insperato successo proprio riguardo al timorasso, che ormai sta conquistando sempre più l’apprezzamento dei seguaci di Bacco italiani e non solo.

Nel compimento di questa ardua impresa, devo innanzitutto ringraziare tre celebri vignaioli nonché amici, che mi hanno fornito materiale, tradizioni e stimoli fondamentali per giungere alla meta tanto desiderata: Elisa Semino de La Colombera, Claudio Mariotto, ed infine Walter Massa dei Vigneti Massa, forse il vero papà della rinascita del timorasso. Paladini illustri di questo prezioso vino dei colli tortonesi, mi hanno spronato, consigliato, spinto anche nei momenti di stallo, quando tutto sembrava arenarsi. Sono poi particolarmente lieto perché i documenti, che mi hanno portato al successo, vedono probabilmente tutti e tre i suddetti personaggi coinvolti pesantemente, attraverso i loro illustri antenati, nella ricostruzione storica del vino. Bando alle ciance, lascio ora il giusto spazio al racconto dettagliato dei fatti che si sono ricomposti come un magico “puzzle” davanti ai miei occhi ed alla mia mente, per esser poi trasferiti su queste pagine.

Un’antica storia di violenza e bontà

La leggenda narra che tale Gioacchino di Tonio, detto “il burbero”, allevatore nomade di capre vissuto verso la fine del 1200 nei monti al confine tra la repubblica di Genova ed il granducato di Milano, fosse talmente scontroso, rozzo e selvatico da non permettere a nessuno di avvicinarsi alla povera capanna che si costruiva in luoghi sempre diversi durante i suoi spostamenti tra le aspre vette. Quei pochi viandanti che, non conoscendolo, si avvicinavano alla sua misera dimora per chiedere un pezzo di pane, un poco di minestra calda od una fetta di formaggio, venivano severamente raggiunti da calci, pugni e bastonate che lo scorbutico e primitivo Gioacchino scaricava su di loro con tutta la sua poderosa forza. Molti malcapitati non se la cavarono facilmente e tornarono ai villaggi più vicini malconci e con le ossa rotte. La fama funesta di quella specie di violento eremita crebbe col passare degli anni ed il capraio cominciò ad essere circondato da un alone di mistero e di terrore, che giunse fino alle città più vicine.

A causa di un inverno particolarmente lungo, rigido e severo, Gioacchino fu costretto a scendere lungo la valle che porta

va verso il fiume Scrivia ed i domini del vescovo di Terdona (l’odierna Tortona), vassallo del granduca di Milano. La sua presenza fu vista come un segno del diavolo e lo stesso territorio prese da allora il nome di Val del Burbero ed in tempi più recenti Val Burberia e poi Val Borbera.

Giunto ormai in prossimità dei colli che limitavano a sud est la ricca città, Gioacchino si aggirava tra i boschi e le rade vigne che coprivano quel dolce territorio, cercando il miglior luogo per erigere una modesta ed improvvisata capanna.

Destino volle che proprio nei pressi passasse la giovane Donna Elisia della Colomba, accompagnata dalla fedele ed anziana fantesca. Era Elisia donzella di bellezza abbagliante che attirò immediatamente lo sguardo dello sporco e solitario capraio.

Anni ed anni di vita eremitica, a contatto solo con le sue puzzolenti capre, risvegliarono in lui desideri e passioni mai completamente sopiti. Mai inoltre aveva visto nella sua misera vita un cotale splendore, mai pelle così bianca e vellutata, mai labbra così tenere e fiammeggianti. Il desiderio più violento lo accecò ed egli si lanciò verso la leggiadra donzella per dare sfogo alle sue animalesche brame. Inutilmente l’attempata fantesca si parò eroicamente davanti alla padrona, cercando di dirigere verso di sé gli appetiti di Gioacchino e sperando in cuor suo che questo avvenisse. Il capraio era rozzo, lacero, miserando, ma non stupido e la cacciò con un rapido gesto della mano. Mentre si stava per compiere il terribile misfatto e la candida ed immacolata ragazza stava per immolarsi sull’altare della brutalità e della vergogna, due occhi seguivano la scena.

Erano quelli di tal Claudiano di Mario “Ottomani”, nobile decaduto di una celebre famiglia di Terdona. Contrariamente a quanto poteva far pensare il nome, nessun legame vi era con lontane origini orientali, bensì “ottomani” si riferiva alla sua ben nota passione per le belle donne e per la vita sfrenata, che aveva portato l’illustre casato alle difficili condizioni odierne. Si racconta che Claudiano fosse sempre circondato da graziose e disponibile pulzelle e che le sue due mani sembrassero moltiplicarsi fino a diventare quattro paia pur di non trascurare nessuna delle prede così accondiscendenti. Esse erano insaziabili e parevano aumentare di numero in cerca di sensazioni lussuriose.  La capacità di seduttore superava di molto quella di proprietario terriero ed i suoi appezzamenti erano ormai incolti ed in preda alle erbacce. Quella mattina Claudiano aveva seguito di nascosto la splendida e devota pulzella nella sua passeggiata verso la chiesetta della Misericordia, dove il buon frate Aldimiro l’avrebbe confessata.

Le sue intenzioni non erano certo consone al vecchio rango di cavaliere, in quanto aspettava soltanto il momento propizio per assalire la pulzella e dare sfogo alle proprie voglie. Tuttavia Gioacchino lo aveva preceduto ed a tale visione la vecchia stirpe di Claudiano riaccese nell’uomo la cavalleria e l’onore di un tempo lontano. Dimenticò le brame nascoste e si lanciò in soccorso della singhiozzante Elisia. Ne nacque una lotta furibonda, in cui la dissolutezza di Claudiano stava per avere la peggio di fronte alla rabbia animalesca di Gioacchino. La povera donzella non sapeva a cosa pensare e per chi fare il tifo.

Il dramma avvenne però nei pressi della vigna di proprietà di un certo Ser Valterio dei Massi, nobiluomo di campagna. Era questo uomo di stazza poderosa e dai modi decisi e risoluti. Attirato dalle urla, dal pianto e dai ringhi disumani, accorse prontamente e vide la tragedia. Ormai Claudiano era allo stremo e la fanciulla urlava e singhiozzava disperatamente. Valterio sentì il proprio sangue ribollire ed incurante della nomea che circondava Gioacchino, si fece avanti scagliando verso il capraio una salva di pietre enormi, abbondanti in quella arcigna terra. Per la prima volta in vita sua l’eremita errante fu colto da paura e terrore. Ebbe un sussulto, forse una visione, e la sua violenza ingenua e primitiva si trasformò improvvisamente in un pianto dirotto. Si accasciò al suolo e chiese pietà a Valterio, Claudiano ed Elisia. Valterio, sebbene di indole irascibile, non era cattivo e si commosse di fronte a quella selvaggia creatura che implorava il perdono. Lo stesso fecero Claudiano, rialzatosi dolorante e sanguinante, e la rinfrancata Elisia. Gli andarono incontro e lo aiutarono a sollevarsi. In quel sito miracoloso fu eretta una cappella per ricordare la vittoria del bene sul male.

Da quel giorno Gioacchino divenne fedele servitore di Valterio e, vendute le capre, si dedicò ai lavori di vigna agli ordini del nuovo padrone. Claudiano ruppe con la vita dissoluta e volle seguire il signorotto nell’arte di fare il vino, rimettendo in ordine i suoi terreni incolti. Simile scelta fece Elisia, grata ad entrambi i valorosi cavalieri. Ella diventò così la prima donna nella storia a seguire le pratiche di vigna e fondò poco dopo l’ordine delle Madonne del Vino. Proprio a quel vino aspro e sincero che scaturiva dai languidi colli terdonesi, un bianco che nella durezza del carattere ricordava Valterio, nella sensualità Claudiano e nella leggiadria la luminosa Elisia, decisero di dare un nome che ricordasse il miracoloso accadimento. Dato che quel giorno la violenza della natura, ossia Gioacchino, aveva ceduto per timore dei massi scagliati da Valterio, allo splendido estratto d’uva fu assegnato l’appellativo di Timor del Sasso, da cui poi Timorsasso ed infine Timorasso.
Una storia di forza e di bontà, in perfetto accordo con le prerogative dell’ormai celebre vino piemontese. Ancora una volta un apparente mistero insolubile è stato risolto da un attento studio storico, basato su solide radici di cultura ed amicizia!

Concludo questo breve, e spero esauriente, pezzo intriso di cultura medioevale e contadina, invitando tutti i lettori ad andare di persona a conoscere gli storici luoghi del miracoloso evento. Approfittando del pellegrinaggio dovranno assolutamente visitare le celebri cantine in cui si produce il quasi millenario vino bianco: un’esperienza unica ed inebriante. Saranno accolti con un calore e con una schiettezza che li riporterà agli eroici tempi popolati di leggiadre donzelle e di valorosi cavalieri. Riporto di seguito gli indirizzi dei tre illustri interpreti del timorasso,  a me particolarmente cari, pur non dimenticando che ormai molti altri appassionati vignaioli stanno seguendo la stessa strada con caparbietà, coraggio e passione.

La Colombera
Strada Comunale Vho, 7 – Tortona (Alessandria)
Telefono: 0131 867795
e-mail: info@lacolomberavini.it
Claudio Mariotto
Strada per Sarezzano, 29 – Tortona (Alessandria)
Telefono: 0131 868500 – 348 3138426
e-mail: info@claudiomariotto.it
Vigneti Massa
Piazza Capsoni, 10 – Monleale (Alessandria)
Telefono: 0131 80302
e-mail: vignetimassa@libero.it

P.S.: ovviamente le caratteristiche organolettiche, le capacità di tenuta nel tempo, i sentori sapidi e minerali del timorasso, li troverete descritti, esaurientemente ed accuratamente, in altre pagine scritte da ben più autorevoli esperti.

5 Comments

  • Maurizio Fava ha detto:

    lo scherzo è piacevole. ovviamente va detto, sa qualcuno mai abboccasse, che è esattamente uno scherzo, parto della fervida mente dell’amico VZ, che ovviamente in questi casi in preda a fumi alcolici notevoli inganna il suo e l’altrui tempo inventandosi allegre panzane.

    caro Vincenzo, poichè purtroppo la rete è diventata università e collegio delle menti poco portate alle serie ricerche scientifiche, è meglio fare queste precisazioni prima di trovarci le storie del burbero, di walter (la cui famiglia come tu sai non è neppure originaria della val curone) della elisa e del povero claudiano (sembrerebbe un plagio da zelig) prese per oro colato su qualche autorevolissimo testo scritto dai re dei copiaincolla, ovviamente tutti dottori all’università della vichipedia.

    ciao, attento alle botte di caldo!

    maurizio

  • enzo zappalà ha detto:

    @Maurizio,
    non ho bisogni di fumi alcolici per inventare panzane… Mi vengono spontaneamente ….Chi riesce a cadere in queste “fantasie” (io non le chiamerei “panzane”) forse se lo merita anche…non credi? Comunque ti ringrazio per la precisazione….

  • Maurizio Fava ha detto:

    certo, lo scherzo era abbastanza evidente, ma ci sono molti casi in cui le evidenze non si sono evidenziate.
    un esempio: negli anni cinquanta un povero e assai ignorante impiegato comunale, appena trasferito a Gavi da chissà dove, scrisse su un documento del comune che gli pagava inutilmente lo stipendio la parola “GAVI LIGURE”.

    Ora, la cittadina di GAVI è da sempre GAVI, con storia plurimillenaria ben documentata, è sempre stata GAVI, senza prefissi o suffissi o apposizioni di sorta.

    Eppure, da quel singolo errore su quel misero pezzo di carta si ingenerò una catena di errori successivi, dovuti a leggerezza, stupidità o altro, e da allora si lotta senza tregua contro il toponimo errato e inesistente “Gavi Ligure”.

    Il dramma è che la società Autostrade, e perfino la Provincia di Alessandria, scrivono “Gavi Ligure” sulla segnaletica stradale, moltiplicando il nome errato nelle menti di tutti gli automobilisti che passano davanti a quei cartelli frutto di ignoranza e imbecillità: una valanga inarrestabile di errori proseguirà all’infinito, finchè ci arrenderemo, e sarà ufficializzzato l’errore come esatto.

  • roberto ha detto:

    Certo che quando Voi due Vi mettete di impegno…siete forti a creare scherzi ecc.
    Ma state attenti che siete ” sorvegliati ” speciali…specialmente Tu Enzo….
    Bisogna sdramatizzare …tanto alla fine sono tutte c@@@@e
    Un caro saluto a tutti
    Roberto G.

  • enzo zappalà ha detto:

    ciao Roberto…. ma chi sarebbe il secondo? Per adesso mi sento … solo, anche se sorvegliato! E non ho bisogno nemmeno di bere, come ipotizza, sbagliando, Maurizio. Se poi intendi il sito…allora hai ragione. Mi lasciano fare e non si fanno suggestionare. Anzi… Il bello (o il brutto?) è che non è finita….

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