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I Sentieri del Gusto invadono Avezzano

AVEZZANO (AQ) – Bisogna forse tornare a un altro, tragico terremoto, quello del 1915, per capire le animatissime serate avezzanesi di Sentieri del Gusto, per non meravigliarsi troppo di fronte alla festosa massa che si riversa in questa non troppo bella cittadina abruzzese, per mangiare, discutere, ascoltare musica, lasciarsi coinvolgere dalle numerose attrazioni sparse in tutto il centro cittadino. Quasi cento anni fa la terra tremò in questa piana che 650 anni prima aveva visto la fine della dominazione sveva del sud Italia, con la sconfitta di Corradino ad opera di Carlo d’Angiò nella cosidetta battaglia di Tagliacozzo. Una scossa terribile che cancellò letteralmente Avezzano, provocando 30.000 morti dei quali un terzo nella sola cittadina. Avezzano lentamente rinacque, ripopolata dalla migrazione degli abitanti dei dintorni, ma non fu più la stessa, l’identità architettonica ormai persa, perse feste e tradizioni paesane.

Ancor oggi Avezzano si staglia singolare nella terra dei Marsi: non trascurabile polo industriale, conta 40.000 abitanti che si sentono meno rurali dei dintorni, e lo dimostrano con una particolare attenzione estetica, da subito evidente nella quasi ostentata eleganza della componente femminile dello struscio serale.

In questo vuoto di tradizione Sentieri del Gusto, quest’anno alla sesta edizione, sembra aver trovato il suo spazio e il suo successo, essersi affermato come l’evento identitario, la festa cittadina che rivaleggia con quella del patrono. La folla e l’allegria, la voglia di partecipare di commercianti e cittadini, il richiamo dai paesi vicini di migliaia di persone (si parla di 50.000 presenze!) sono una prova inequivocabile di tutto ciò. Una manifestazione multiculturale, nelle intenzioni del suo ideatore e direttore Franco Franciosi, centrata sul territorio e sul riappropriarsi delle tradizioni e degli spazi pubblici, a partire dall’usanza di mangiare all’aria aperta (ormai lo si vede fare solo nei film), riproposta sia nelle vie del centro sia con un pic-nic nel parco. Poi rassegna cinematografica, giochi per bambini, orto didattico, planetario, scuola di arrampicata (gettonatissima questa!) e musica musica musica, da quella sinfonica, alla lirica, al rock, al jazz, alla disco; suonata ad ogni angolo della città, quasi sempre dal vivo.

All’interno della manifestazione quest’anno spiccava, dal nostro punto di vista, l’incontro con numerosi produttori di vino abruzzesi e il ciclo di tavole rotonde a cui abbiamo partecipato insieme a colleghi giornalisti, produttori, enologi, commercianti e esportatori, appassionati.

Un’occasione per fare il punto sulla produzione vinicola regionale, sia parlandone che assaggiando. I temi delle tre tavole rotonde, organizzate e moderate da Franco Santini, erano nell’ordine: “La riscossa dei pesi leggeri: è finita l’era dei vini mangia e bevi“, ” Crisi economica, calo dei consumi, leggi antialcol e terremoto: quali prospettive per il vino abruzzese?” e “La Valle Peligna e l’Alto Tirino: vini e territori della provincia acquilana.”

In tutte e tre le serate la discussione molto aperta ha portato a un piacevole dibattito che ha coinvolto in particolar modo i produttori (Adriana Galasso e Fausto Albanesi, Camillo Montori, Pietrantonj, Elisabetta di Bernardino, Stefania Pepe, Marina Cvetic, Luigi Cataldi Madonna) gli enologi (Antonio Lamona, Concezio Marulli, Vittorio Festa, Nicola Dragani) e i giornalisti enogastronomici presenti (Andrea Gabbrielli, Ian D’Agata, Fabio Turchetti, Alessandro Boccheti e Andrea de Palma, oltre al sottoscritto). A fianco del riconoscimento di una indubbia crescita qualitativa del vino abruzzese, non sono mancate le esortazioni e anche le critiche, sia stilistiche sia dal punto di vista delle scelte commerciali, che hanno acceso il dibattito.  Critiche fronteggiate dai produttori con la determinazione di chi, lavorando sul territorio, meglio conosce le oggettive difficoltà legate a produrre vino in una regione certo non tra le più note, ma con un produzione non indifferente, di oltre 3 milioni di ettolitri annui.

Qui, forse più che altrove, si fa sentire la divisione tra i produttori medio-piccoli e le grandi aziende cooperative, che sono quelle che fanno il mercato del vino abruzzese, con prodotti che nella grande distribuzione spuntano il prezzo medio di vendita  più basso tra i vini a denominazione di orgine. Da qui lo sforzo di differenziarsi dei piccoli, per trovare visibilità nel milione di ettolitri di vini a DOC e DOCG prodotti in regione. Ed ecco quindi la creazione di zone di eccellenza come quella delle Colline Teramane e la prossima istituzione di sottozone ancora più ristrette. Certo, come ama ripetere Andrea Gabbrielli, c’è da capire a cosa serva una zonazione così precisa su un mercato globale composto da consumatori che fanno già parecchia fatica a sapere che esiste una regione italiana chiamata Abruzzo. Oppure quanto sia importante questo rilancio del vitigno pecorino quando la sua estensione vitata arriva forse all’un per cento di quella del trebbiano, non sarebbe forse meglio concentrarsi su quest’ultimo? Critica centrata ma che deve confrontarsi con quella che è condizione comune alla maggior parte delle zone vitivinicole italiane, spesso piccole, frammentate, molto diverse tra loro.

E d’altra parte, la forza dell’Italia non sta proprio in queste sue particolarità, nelle centinaia di vitigni autoctoni e nel loro connubio irripetibile coi rispettivi territori? Ian D’Agata ne è convinto, e questa è anche l’opinione di molti dei produttori presenti che vedono il pecorino proprio come il prototipo abruzzese (e anche marchigiano) di tale connubio. Un vitigno che, apro una parentesi, dà risultati organolettici veramente incoraggianti, offrendo vini bianchi di grande struttura e bella finezza.

Pecorino e Montepulciano d’Abruzzo quindi, ma certo anche Trebbiano d’Abruzzo, anche se quanto sia “d’Abruzzo” questo vitigno bianco rimane storia assai controversa, con qualche produttore che afferma di possedere il vitigno storico, che si differenzia dal tebbiano toscano o romagnolo. Poca cosa probabilmente, nella grande produzione bianchista egemonizzata dai ben più produttivi vitigni omonimi. Comunque sia, anche su questo fronte non mancano miglioramenti seguiti all’estensione delle moderne tecniche di vinificazione, e se sui rossi la regione è obiettivamente più forte ci è capitato di assaggiare dei promettenti Trebbiano.

Più tecnico e più locale il terzo dibattito, con le presentazioni di Romano d’Amanio e Luciana Biondo, agronomi operanti in Valle Peligna e Alto Tirino, che hanno descritto molto bene le caratteristiche di queste zone dalla forte insolazione contrapposta ai fortissimi sbalzi termici (“grazie ai frigoriferi Maiella e Gran Sasso che scaricano a sera le loro arie fredde nella vallata”). Caratteristiche ottimali per la maturazione dei vitigni tardivi (montepulciano e trebbiano appunto) che quì associano aromaticità a corpo, finezza a complessità. Impressioni confermate da Andrea de Palma che, seguendo per la guida Vini Buoni d’Italia la regione Abruzzo, nelle tre serate ha sempre apportato alla discussione le sue opinioni qualitative, frutto della conoscenza dettagliata dei vini del territorio.

Per riassumere quella che è apparsa chiara è la potenzialità della vitivinicoltura abruzzese, una potenzialità già in parte espressa visto che a ben vedere il comparto regionale, pur soffrendo per una riduzione dei prezzi dell’uva (cosa che colpisce specialmente i piccoli che afferiscono alle grandi cooperative) ha visto una espansione del mercato, espansione che non sembra molto toccata dalla crisi in corso. Certo, rimane da vedere cosa accadrà in futuro, e le preoccupazioni riguardanti la nuova organizzazione comune del mercato (OCM) europea non mancano, anche se appare chiara la decisione di combattere con le armi della territorialità e unicità dei vini abruzzesi, magari unendo nella lotta anche le innegabili attrattive turistiche di un territorio ancora poco sconciato dalla irrazionalità urbanistica imperante. Un territorio in cui si respira ancora l’odore della vita agreste e si ode l’eco delle transumanze, in cui la grande montagna offre scorci mirabili e la chiarezza delle acque dei fiumi sembra appartenere a un Eden altrove perduto.

Immagini: due immagini della manifestazioni tratte da www.sentieridelgusto.eu, tavola rotonda, Camillo Montori, Marina Cvetic

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