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Toscana da bere. Prima parte

Siano essi operatori professionali, accaniti wine lovers, neofiti o bevitori occasionali, hai voglia te di discorrere e tramortirli (è vero, a volte siamo pedanti) con le tue convinzioni emozionali in tema enoico: comunque la rigiri ecco che ad un certo punto, risvegliatisi dalla paresi facciale provocatagli dal turbinio di parole (e di etichette) con cui li stai investendo, ti chiedono impazienti (consci di non avere risposta): “sì, ma mi piacerebbe trovare quei vini che si bevono, quelli che vanno giù bene…”, quasi che ogni vino di cui tu gli parli resti avulso dai concetti di piacevolezza e bevibilità. Quasi che i vini di cui gli parli siano altra cosa. E’ vero, a volte lo sono, ma la bevibilità, mammia mia che tema!  Tema assai sentito, indipendentemente dalla consapevolezza o meno dell’ interlocutore, ma purtroppo (o per fortuna) aspetto fra i più intimi e soggettivi che esistano in materia. Ognuno di noi si è fatto una propria idea di bevibilità. Più o meno vaga ma ce l’ha. E anche fra gli addetti ai lavori (“quelli” della comunicazione intendo) è assai comune riscontrare come vini che per qualcuno hanno il dono della bevibilità, non ce l’abbiano per qualcun’altro. Che là dove tu vedi istinto e speditezza per gli altri non sia così. Per scoprire poi che certe persone associano la bevibilità alla sensazione di dolcezza, morbidezza e sue derive (o derivati); altre alla sensazione di freschezza acida, sapidità, snellezza gustativa fino ad arrivare alla “leggerezza”; qualcuno poi sta nel guado, finché non subentra qualcun’altro a sparigliare e ad immaginarsi, quali segni paradigmatici di bevibilità, certi dialettici “contrasti” gustativi, magari audaci e inusuali ai più.  Insomma, un vero ginepraio. Però il problema resta con tutta la sua bella attualità, perché non c’è persona che non aspiri a bere vini bevibili, “senza sforzo” o cerebralità, soprattutto a tavola, che fino a prova contraria, alle nostre latitudini, rappresenta ancor oggi la fine gloriosa e irripetibile di ogni “brava” bottiglia di vino.

Da qui l’idea di fornire una serie di suggerimenti pratici che individuino oggi, né più né meno, la MIA idea di bevibilità. Parto dalla Toscana, con la consapevolezza che mai pezzo sia più personale di questo, perché la bevibilità non la spieghi, casomai la dimostri nei fatti. Perciò la condivisione eventuale delle vostre suggestioni con le mie, se avrete occasione di bere questi vini, mi rinfrancherà. E comunque, sarò felice di aver stimolato la vostra curiosità.

Ah, comunicazione ai naviganti: il tema vuole essere, a costo di ripetersi stancamente, la BEVIBILITÀ. Indipendentemente dal prezzo, che comunque ho pensato di segnalare per dovuta conoscenza. Non sorprendetevi perciò se troverete rubricati vini grandemente bevibili da 10 euro assieme a vini grandemente bevibili da 300. Affido infine alle parole, e ai loro sottintesi, il compito di far capire se, oltre al dono della bevibilità, in qualche bicchiere si nasconda il dono (grande) della personalità e della qualità assoluta.

Infine, per non generare turbe o cedimenti psicofisici (assolutamente legittimi) nei pazienti lettori, abbiamo deciso di dividere in più puntate la trattazione.

Area Chianti Classico

Il Chianti Classico, per fortuna, sta diventando una piccola miniera di suggestioni in tal senso. L’accresciuta sensibilità interpretativa e la mano ispirata emersa negli ultimi anni, dopo un periodo prolungato di ubriacature stilistiche nel segno del “di tutto di più”, ci riconciliano con una delle zone più prestigiose dell’universo enoico toscano (e non solo). E questo grazie a vini dal disegno finalmente più individuo, dove assieme ai salvifici richiami territoriali non è più cosa rara imbattersi nel garbo e nella naturalezza espressiva. La cifra del Chianti sta nella eleganza e nella freschezza, non c’è nulla da fare. Ed eleganza e freschezza si apparentano bene con il (mio) concetto di bevibilità.

E così, partendo dalle proposte a DOCG, il  Chianti Classico 2007 di Badia a Coltibuono (10/12 €) per esempio, nel ribadire il momento felice della celebre firma gaiolese, mi conquista grazie al naso caleidoscopico, ai sussurri e alle vibrazioni sottili, alla fragranza e alla tipicità. Nella selva delle ottime selezioni 2006 invece, mi sorprende e rinfranca il Chianti Classico Le Ellere 2006 di Castello d’Albola (14/16 €), al punto da annoverarlo fra i migliori conseguimenti di sempre per la dépendance chiantigiana della famiglia Zonin. La “rarefazione” di Radda in un bicchiere: naturalezza, nonchalance, sapori nobilmente trattenuti per un portamento flemmatico ma prodigo di sfumature, con dalla sua una beva freschissima, ciò che ha a che fare con l’istinto.

Sempre dall’ispirato comune di Radda (per l’annata 2006 vero e proprio faro della denominazione in tema di raffinatezza) ecco spuntare l’incredibile Chianti Classico Riserva Il Campitello 2006 di Monteraponi (22-24 €), un vino che evidenzia in toto le credenziali di questa giovane azienda: un mare di sfumature e una nudità ricca di contenuti (di sottintesi), questo è. Accarezza il palato senza ferire e la compagnia si fa contagiosa nella epifania della chiantigianità.

Per non parlare poi del Chianti Classico Riserva 2006 di Val delle Corti (17/19€): sottile, minerale, realmente “laminato”, è un vino che non ha bisogno di urlare la sua presenza, perché è melodia lieve e pervasiva, da gran sangiovese acido e vibrante. Come se non bastasse, struggente ed elegantissimo nel finale.

E ancora da Radda, gradevolissimo l’incontro con il Chianti Classico Caparsino Riserva 2006 di Caparsa (16/18 €),  vino davvero garbato e seducente, di medio corpo e grande suggestione gustativa, fresco e leggiadro, da bere senza (troppo) pensare.

Non è un Chianti Classico (né sulla carta né sulla etichetta) ma è IL Chianti Classico per antonomasia. Rischio l’ovvietà ma Montevertine 2006 (22/24 €), dell’azienda omonima (che abbisogna di poche presentazioni, ne converrete), è vocazione gastronomica allo stato puro, è beva amorevole e chiaroscuro, è naturalezza e speditezza. Difficile resistergli.

Cambiando comune (e siamo a Greve, zona Lamole), non posso non segnalare il percorso di crescita intrapreso da Castellinuzza e Piuca. Ben più di una avvisaglia è contenuta nel nuovo Chianti Classico 2007, che alla fattura artigianale e alle screziature aromatiche della prim’ora associa la gioiosità di un bere amico, senza orpelli e sovrastrutture. Lì dove garbo e linearità ne disegnano il profilo, quasi fosse un Chianti old style, ma di assoluta contemporaneità.

Sempre da Greve, mi fa piacere segnalare una delle novità più intriganti recentemente apparse alla ribalta: a Podere Campriano ci stanno estro e sensibilità, riscontrabili in una serie di vini dal rigoroso appeal territoriale, terrosi e fintamente evoluti, che trovano in una bevibilità saporita e concreta lo stimolo per una sincera immedesimazione. In questo senso, davvero riuscito il Chianti Classico Riserva Le Balze di Montefioralle 2006 (18/20 €).

Chiudo la parata dei Chianti con tre proposte provenienti da altrettante sottozone: da San Casciano Val di Pesa il Chianti Classico Riserva Bilaccio 2006 de Il Borghetto (16-18 €), vino prodigo di dettagli e sfumature, dove la carnosità del frutto ben accompagna la tessitura sapida e minerale del suo scheletro, per uscirne ancora una volta irresistibile e puro. Da Barberino Val d’Elsa il Chianti Classico Riserva 2006 del Castello della Paneretta (14/16 €), che rispolvera brillantemente la lirica essenzialità dei Chianti d’antan, qui arricchita da una consapevolezza tutta nuova: un sangiovese “galestroso” questo qua, estremamente elegante, di coinvolgente aromaticità ( bacca, pirite, pepe, sottobosco), delizioso per “accordature” e rarefazione. Infine, da Castelnuovo Berardenga, il Chianti Classico Riserva 2006 di Villa di Geggiano (22/26 €), dai profumi ariosi e dal tatto carezzevole, in cui “marcatura” sapida e trasparenza espressiva tirano la volata ad una ispirata bevibilità.

D’accordo, Chianti, Chianti e ancora Chianti….. ma i Supertuscan ? Ne convengo, storicamente questa “famiglia” non ha mai abbondato di campioni di bevibilità, eppure anche qui  – oggi – esempi non mancano, a suggerirci che una alternativa alle estrazioni brute e al volume per il volume c’è, pur senza nulla perdere in termini di ricchezza ( che si traduce casomai in capacità di dettaglio) e complessità. Così, pescando qua e là fra etichette di più o meno ferrea “costituzione” bordolese, ecco il Merlot 2007 (22/24 €) di San Pancrazio, piccola azienda di San Casciano Val di Pesa, che alla centralità del frutto non associa ovvietà, per regalarci un gusto rotondo e una beva piacevole, rilassata, senza ostentazioni, dalla dichiarata dolcezza tannica e dagli intriganti risvolti agrumati. Dalla zona di Mercatale Val di Pesa ci arriva poi una proposta sfiziosa da parte di Luiano (e non è la prima volta, perché già il millesimo 2004 è significativo in tal senso), con il Lui 2006 (14-16 €), un uvaggio bordolese (con saldo di colorino) di conclamata eleganza e savoir faire. Un intrìco suggestivo e calibrato che coinvolge e ispira. Infine, davvero immenso il Vignamaggio 2006 (46/50 €) di Vignamaggio, celebre cantina grevigiana che proprio in corrispondenza di questa annata riallaccia il dialogo con l’alta qualità (anche in tema di Chianti Classico), coerentemente con il prestigioso “curriculum”. Un Cabernet Franc ispirato e senza leziosità, in cui dinamismo e contrasto la fanno da padroni, ecco cos’é. Le papille se ne escono gratificate (direi coinvolte) dall’incontro, ché il vino ha frutto maturo e spezie d’uva, si “scioglie” mirabilmente sul palato, è carnoso (carnale) e minerale. A lui appartiene un finale “sospeso” e interminabile. E ti lascia proprio con la voglia di riberlo.

4 Comments

  • Paolo Cianferoni ha detto:

    Leggendo l’articolo di Fernando, oltre al piacere di essere annoverato tra i migliori vini (Caparsa, Chianti Classico Caparsino 2006 Riserva), mi hanno particolarmente entusiasmato le parole dedicate ai vini di Radda. Trovare grandi produttori (Zonin) con piccoli produttori (Caparsa, Val delle Corti, Monteraponi, ecc.), insieme, indicano inequivocabilmente la grande potenzialità di questo piccolo ma importante comune del Chianti Classico. Tipicamente a Radda, per le sue alte colline (400/600 metri) sono sempre stati prodotti vini “fini”, ma solo recentemente realmente apprezzati. Questo perchè probabilmente fino ad ora i vini di grande consistenza, immediati, ed anche prodotti in grande quantità nei comuni di collina più bassa, erano più attraenti e vicini ad uno stile internazionale. Oggi, con la consapevolezza che le vigne, singole, producono stili personali e territoriali affascinanti, trovano in Radda un territorio d’eccellenza notevole.

  • Franco Traversi ha detto:

    Provo immenso piacere e condivido i giudizi espressi da Fernando, del resto lo reputo uno dei più bravi conoscitori del panorama Chiantigiano e non solo, riesce a trasmetterci le sue emozioni gustative e ti fa essere presente alla degustazione, sembra anche di essere seduti accanto a lui, complimenti di nuovo Fernando, anche se non ne hai bisogno.
    Mi capita spesso di essere invitato a degustazioni alle quali partecipano per la maggior parte addetti ai lavori, giornalisti di nome ma……e mi accorgo la differenza fra di loro, anche l’approccio, per chi ama questo mondo è diverso, la passione non si compra, ma la voglia di conoscere sempre più un territorio è riservata ai soli appassionati dei quali Pardini ne è l’esempio.

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