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Un bicchiere di vino

L’emozione di un bicchiere di vino può portare felicità e dolore, rimpianti e speranze, annullare distanze infinite.

Pietro era solo da tanti, troppi anni. Prima l’aveva lasciato la sua Caterina, poi i figli erano andati in quel paese al di là del mare che lui non sapeva ancora pronunciare, infine anche il vigneto si era stancato di lavorare. Gli amici si dissolsero come la neve di quell’ultima nevicata di febbraio e lui restò con i suoi pensieri, i suoi drammi sempre più vivi, nell’attesa di un “niente”. Si arrangiava con quel poco che il suo orto continuava a offrirgli per compassione, intaccando gli esigui soldi rimastigli, guadagnati tanti anni prima con il  vino.

Il suo vino, la sua vita. Quanto tempo gli aveva portato via. Quanto tempo non dedicato alla sua Caterina ed ai figli. L’aveva anche odiato a lungo. Oggi no. Pietro non aveva più sogni, né futuro, solo e soltanto un passato che voleva scacciare e che invece era sempre più vicino. La rassegnazione e l’attesa della fine lo mantenevano vivo. Usciva solo con il buio. Si sentiva protetto da quella compagnia silenziosa di tante luci che splendevano sopra di lui. Ogni notte serena erano lì ad aspettarlo, senza chiedere niente in cambio, né parole né un’impossibile allegria. Prima di immergersi nel rassicurante e ristretto spazio dell’infinito, si riempiva un bicchiere del suo vino ormai stanco come lui. Amore e odio, come una volta. Quanti anni aveva? Aveva perso il conto. Mentre beveva quel liquido che era stato il suo sangue per tanti anni pensava al momento in cui lo avrebbe finito. Non sapeva nemmeno quante bottiglie erano rimaste nella cantina, diventata ricovero di animali timidi, spaventati e freddolosi. Forse con l’ultima se se ne sarebbe andato anche lui. Sarebbero evaporati insieme. Ma sentiva che non poteva abbreviare quella attesa, doveva lasciare che il tempo facesse il suo mestiere antico e perfetto. E poi non attendeva solo quello. Sentiva che un “niente” diverso lo stava chiamando: “aspettami … aspettami …”

Si sedette in quella notte fredda di marzo sul grande tronco tagliato e sistemato a fianco della casa quando ancora le risate dei suoi bambini superavano il chiasso dei grilli e delle cicale.Dopo cena, si raggruppavano sul ruvido sedile tutti e tre, aspettando che Caterina portasse il caffè e l’acqua con la menta, prima di risistemare la cucina. Poi iniziava il gioco: vinceva chi riusciva a contare più stelle in cielo. Nessuno riusciva però mai ad imporsi: arrivava sempre per primo il sonno dei due bambini, che Pietro e Caterina portavano silenziosamente a letto. Finalmente soli ed insieme. Rimanevano così qualche minuto a contemplare quello scenario prodigioso, uguale per tutti, ricchi e poveri, buoni e cattivi, tristi ed allegri. Pietro ci pensava ancora, ma non sentiva più dolore, solo rassegnazione e quel senso di attesa. Il cielo non aveva sentimenti o ne aveva troppi. Non sapeva. Era sempre uguale sia in guerra che in pace. E Pietro lo guardava mentre sorseggiava il suo vino. Quel vino era necessario. Da un lato lo odiava, dall’altro capiva che anch’esso era triste e avrebbe voluto farsi perdonare. Forse sarebbe ancora servito a qualcosa.

Ogni tanto vedeva delle stelle cadenti. Sapeva in qualche modo che non erano proprio stelle, ma lui preferiva pensarle così. Le sentiva più vicine: anche loro ogni tanto non ne potevano più e cadevano spegnendosi. Forse anche lui avrebbe fatto lo stesso. Pietro non esprimeva desideri, ma le contava: “un’altra che ha finito di aspettare il nulla”. Le segnava anche sul vecchio tronco facendo un’incisione con il coltello. Erano già centinaia, ma sembrava che non finissero mai. Quella sera fu fortunato: prima una a destra, poi due a sinistra. Strano, di solito capitava ad agosto quando la gente era convinta che il cielo scoppiasse in pianto. Prese il coltello e segnò: tre, cinque, dieci. Poi ne vide una enorme, splendente come la Luna, dai colori incredibili. Sembrava volesse venire da lui. La luce cresceva e non si spegneva come quella delle sorelle. Pietro ebbe un sussulto. Non di paura, forse di gioia (ma cos’era la gioia? Non se lo ricordava più). L’attesa era forse finita? Sentì la sua voce che esclamava: “Caterina, aspettami, sto arrivando …” Poi la luce fu insopportabile e Pietro dovette chiudere gli occhi. Non ci fu rumore. Il cielo sembrava sempre lo stesso, immutabile e tranquillo. Tutto era tornato come prima. La gioia e la fine potevano aspettare.

Pietro la vide. Era davanti a lui. No, gli occhi funzionavano perfettamente e non era impazzito. Ne era certo. Quella figura magra, eterea, quasi trasparente era lì che lo guardava con due enormi sfere luminose che le coprivano quasi tutto il volto. Non era un uomo, ma la sua bocca, o quello che era, disegnava sicuramente l’arco rilassante di un sorriso. Nessuno dei due parlò, era inutile. Sensazioni violente e vivide stavano riempiendo la mente di Pietro. Forse non ne aveva mai avute così tante in tutta la vita. Non erano parole, frasi, domande. No. Erano emozioni, concetti, impressioni. Sentì perfettamente la gioia, l’allegria, ma anche la tristezza più dura, la disperazione. Bastarono pochi attimi e Pietro comprese che stava parlando con l’amico venuto da lontano, non con la voce certo, solo con il pensiero. Si stavano raccontando la propria vita in pochi secondi. Mai Pietro era stato così sincero, mai aveva svelato certi segreti, mai aveva pianto. Passò un minuto, un’ora, un anno, un secolo. Non poteva e non voleva saperlo. Si trovarono seduti sul vecchio tronco. A Pietro venne spontaneo riempire un altro bicchiere di vino ed offrirlo al suo “ospite”. Quello era da sempre stato un segno di rispetto, di calore umano, di amore, di partecipazione. Era naturale per lui compiere quella semplice ed assurda azione. L’uomo del cielo lo prese senza esitazione e poi entrambi si voltarono a contemplare le stelle. Lo sconosciuto ne indicò una o forse tutte o forse nessuna. Ma che importanza aveva ormai? L’attesa era finita. Il nulla, il tutto, era finalmente giunto. Non avevano segreti. Quello che era di Pietro era del nuovo amico e quello che era del nuovo amico era di Pietro. Col pensiero e con il vino si erano uniti per sempre.

Non vissero mai nella gioia, nell’allegria, quelli erano solo ricordi che non potevano tornare. Ma non erano più soli. Dopo la rapida cena, Pietro usciva nella notte, sia che fosse limpida sia che fosse violentata dalla pioggia o dal vento. Non cambiava niente. L’amico arrivava sempre puntuale e sollevava subito il bicchiere già preparato per lui. Si, la cantina aveva ancora tanto vino da regalare, centinaia di bottiglie sopra vecchi scaffali, divenuti albergo per colonie di topi. Ed era molto più buono di quanto non fosse mai stato. Anzi ogni giorno migliorava. Sorridevano, cominciavano a sentirne i profumi, a deglutirlo, ed intanto le due menti si univano in un tripudio di sensazioni vive e taglienti come rasoi. Era iniziata una nuova attesa, orami lo sapevano perfettamente. Ed aspettavano la stessa cosa. Con calma e serenità.

Quel giorno avrebbero portato con loro qualche bottiglia speciale, non si poteva mai sapere cosa avrebbero trovato lassù o laggiù o chissà dove. Non si chiesero mai perché era successo. O forse lo avevano capito fin da subito. Rimanevano lì con quel vino che li legava ancora di più e li riscaldava. Entrambi pensavano alle loro Caterine che li stavano aspettando assieme. L’attesa, quella nuova attesa, era piacevole, prima o poi sarebbe giunto il momento in cui due nuove stelle cadenti avrebbero solcato il cielo.

2 Comments

  • roberto gatti ha detto:

    Caro Enzo,
    i miei complimenti per questo pezzo….solo che se continui cosi’ mi fai pure commuovere.
    Effettivamente mi sono commosso
    Ciao e grazie
    Con stima ed amicizia
    Roberto

  • Cristina ha detto:

    Caro Enzo, hai meravigliosamente descritto la magia che solo il vino può regalare. Tutti, prima o poi nella vita ne abbiamo bisogno. Complimenti, sai trasmettere vere emozioni.
    Cristina

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