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Dentro il Carso con Zidarich

“Ho visto una cantina che voi (umani) non potete nemmeno immaginare… Botti colme di nettare di Bacco sprofondate nelle viscere della terra. E ho visto tini ribollire vicino alle porte di Trieste. E tutti quei momenti rimarranno impressi nella memoria come vino rosso sulla camicia. E’ tempo di gioire…”

L’introduzione alla Blade Runner era quanto meno dovuta visto l’Opera (giustamente con la “O” maiuscola) compiuta da Beniamino Zidarich, un viaggio al centro della Terra – tanto per continuare con la saga dei film – durato la bellezza di sette anni e mezzo, sette anni di pensieri e paure, di sogni e speranze con un lieto fine degno dei film più romantici.

3, 7, 9 questi i numeri della cabala di Beniamino: 3 luglio 2009 l’inaugurazione ufficiale della nuova cantina, un progetto disegnato a mano dall’architetto senza ausilio di computer, le cui bozze potrebbero essere esposte ad una “personale”; 20 metri di profondità per cinque piani complessivi sfruttando quasi esclusivamente le risorse locali, come dice lui: “stessa pietra (scavata) stesso posto (ricollocata)”.

In continuità alla casa, la sala degustazione ti accoglie nel calore della struttura in abete rosso e nella luce delle grandi vetrate con magnifica vista delle vigne che sfumano sul mare all’orizzonte. Al piano terra colpisce il gioco dei colori della pietra tipica del Carso ed il contrasto tra natura/tradizione e modernità, i caldi toni rosso-aranciati si alternano alle fredde sfumature grigio-ghiaccio in un’infinità di cromatismi che rendono l’atmosfera molto rilassante, quasi new age, a ricordare che siamo in cantina si stagliano netti i tini in acciaio. Scendendo i livelli, passando da una stanza all’altra si hanno continui rimandi visivi a grotte, a cripte, a segrete, a navate, ogni ambiente è simile ma volutamente diverso, le colonne, gli archi, i capitelli, le decorazioni, mutano seguendo rigorosamente le leggi dell’estetica e del rispetto dell’ambiente. Tutto questo non deve ingannare, se in un primo momento ci si sente smarriti, con l’occhio attento alla ricerca del filo di Arianna quasi stesse per arrivare il Minotauro, valutando meglio, la struttura nel suo insieme, nel suo susseguirsi di spazi, corridoi, scale e montacarichi, è anche estremamente funzionale: un monumento enologico dove sarebbe d’obbligo un pellegrinaggio degli adepti di Dioniso.

Ora che tutto è compiuto, che i timori sono passati, Beniamino ha finalmente metabolizzato cosa ha fatto, come chi vince un’olimpiade e solamente dopo qualche ora si gode la premiazione una volta calata l’adrenalina che tiene distaccati dalla realtà; adesso la gioia e la felicità che emana dagli occhi sono pari solo a quelle per la famiglia e i suoi vini.

“Bella storia, ma i vini?” direte voi… Ebbene chi ha già avuto l’opportunità di conoscere Zidarich sa perfettamente che prima sono venuti i suoi vini e poi il resto, vini che riflettono appieno la sua filosofia di vita e di vigna. Dal 1988 l’azienda è cresciuta arrivando agli attuali 8 ettari con densità variabile tra gli 8.000 e gli 11.000 ceppi per ettaro, dalle 900 bottiglie messe sul mercato nel 1993 alle 20.000 di oggi. I vitigni ovviamente sono quelli tipici della zona: vìtovska, malvasia istriana, sauvignon, terrano e merlot, coltivati – sia a guyot che ad alberello – sui dolci pendi di suolo carsico piuttosto avaro di profondità in questa zona ma ricco di componenti minerali da cui il caratteristico color rosso scuro.

In cantina la natura impone le sue leggi senza ricorso a sofisticazioni chimiche: uso, o forse è meglio dire sfruttamento, dei lieviti indigeni, fermentazione e macerazione sulle bucce sia per i bianchi che per i rossi, affinamento in botti grandi e piccole e imbottigliamento praticamente senza filtrazione.

Al 16 settembre è tutto pronto per la vendemmia (solo il sauvignon è già nei tini), una passeggiata nelle vigne, purtroppo rapida causa brutto tempo, ha palesato un’uva squisita – lo sanno bene gli animali che bazzicano la zona – degna di un’annata da ricordare, decisamente migliore rispetto a quella dell’anno precedente.

Vitovska 2007 (12,5% alc.): vitigno principe della zona, si presenta con un bel grappolo alato e compatto, acini verdi-dorati dal caratteristico puntino scuro sulla buccia e vinificato solitamente in assemblaggio per vini fruttati, aciduli e di medio corpo. Le cure di Beniamino ne hanno esaltato le virtù: anzitutto la macerazione delle bucce gli dona un giallo dorato piuttosto che paglierino, gli aromi si fanno più intensi, oltre alla caratteristica pera emergono note più esotiche e di nespola, non mancano sentori vegetali e, in particolar modo, minerali come la pietra focaia e ricordi idrocarburici che saranno una costante di tutta la produzione. Al palato è buona la corrispondenza, succoso e croccante coniuga bene una discreta struttura ad una bella freschezza.

Malvasia 2007 (13,5% alc.): un vitigno le cui origini si perdono nell’antica Grecia, felicemente approdato nella penisola istriana grazie ai commerci della Serenissima, si è differenziato dal resto della numerosa famiglia – malvasia di Candia, delle Lipari, del Lazio, di Sardegna … – dando vita ad un grappolo di media grandezza, non troppo compatto e alato, dal bel colore giallo-dorato. Lo stesso colore che ritroviamo nel bicchiere, anche gli aromi sono “solari” con note di frutta a polpa gialla ed ancora quella leggera nota mineral-fumé che richiama alla memoria l’incenso ma che meglio si identifica con la pietra focaia. In bocca risulta subito un vino pulito che va dritto per la sua strada con un incedere ritmato ben guidato dai binari minerali; corpo, struttura ed acidità convivono armonicamente regalando equilibrio, freschezza ed una lunghezza notevole. Un raro esempio di vino importante dalla beva eccellente.

Prulke 2007 (13,0% alc.): 60% sauvignon, 20% malvasia, 20% vitovska un assemblaggio che riunisce le caratteristiche dei singoli vitigni. Giallo paglierino intenso, all’olfatto il sauvignon interviene subito prepotentemente per poi lasciar emergere anche le note più tipiche della malvasia e della vitovska. Al palato il corredo aromatico è al gran completo risultando così molto lungo e persistente. Il corpo e la struttura non sono da meno ed il risultato è un vino più impegnativo del precedente ma altrettanto affascinante.

Terrano 2006 (12,0% alc.): altro vitigno autoctono, stavolta rosso, della famiglia del refosco, il grappolo di medie dimensione è altrettanto compatto e alato, bello il blu notte pruinoso degli acini. Rubino intenso, quasi impenetrabile, trasparisce sull’unghia in toni violacei, al naso l’insieme vinoso evidenzia sentori fruttati di ciliegia e susina sangue di drago contornati dalla solita pietra focaia. Corpo medio, tannini ben amalgamati risulta asciutto e con una discreta acidità ad incentivare la beva.

Terrano 2007 (11,5% alc.): un anno di differenza si fa sentire e non saprei dire se più per l’annata diversa o per il minor invecchiamento, fatto sta che i sentori sono decisamente più fruttati, con una bella ciliegia e prugna sopra a tutti. Anche in bocca risulta molto armonico, fresco e fruttato, dotato di una piacevolezza generale che, grazie anche alla tipica acidità del vitigno, lo rende molto beverino. Devo essere sincero ammettendo di averlo preferito al precedente esprimendo un parere in contrasto con Beniamino.

Ruje 2004 (13% alc.): 85% merlot e resto terrano, altro assemblaggio, altro successo. Prodotto dal 2003 con sole 1.500 bottiglie, già al bicchiere dimostra una bella grinta sfoggiando un colore ed una consistenza importanti. Naso piuttosto intrigante basato su frutta rossa matura – ciliegia e marasca – note vegetali tipiche del merlot e l’immancabile pietra focaia a sostenere una leggera speziatura. Buona corrispondenza ed equilibrio; corpo e struttura bilanciano egregiamente l’acidità e i tannini fini coronano un insieme decisamente elegante e persistente.

A malincuore è giunta l’ora di andare.

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