ENOLOGICA 30, il racconto: celebrazioni e prospettive fra eventi e degustazioni

Di • 7 ott 2009 • Rubrica: Attualità e idee Un commento
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MONTEFALCO (PG) – Montefalco è un borgo di stile medievale estremamente piacevole e ricco di fascino, la sua storia affonda le radici sino alla civiltà etrusca e all’epoca Romana, di cui troviamo testimonianze all’interno del Museo di San Francesco e nel chiostro della Chiesa di San Fortunato. Le fortificazioni longobarde, realizzate sulle ceneri dell’impero romano, condussero l’insediamento verso il medioevo ed al nome di Coccorone, spartiacque tra i territori longobardi e bizantini.

Nel corso del XIII secolo, il comune assunse il nome attuale in onore di Federico II di Svevia, ma in quel periodo molte furono le vicissitudini che lo videro “rimbalzare” da un “governo” all’altro: dal Ducato di Spoleto alla sottomissione a Foligno con l’arrivo di Federico Barbarossa.

Tra il 1300 e il 1500 Montefalco beneficia degli interessi della Curia di Spoleto prima, di quelli della famiglia Trinci poi, e quindi ancora della chiesa; in questa fase molte sono le opere artistiche che arricchiscono le chiese all’interno delle mura. Santa Chiara e San Francesco sono le più affrescate e nella seconda, oggi adibita a complesso museale civico, è presente un ciclo di affreschi di Benozzo Gozzoli ispirati alla vita di San Francesco e una Natività del Perugino. E’ questo un periodo florido che viene bruscamente interrotto dal saccheggio del 1527. Nei secoli successivi Montefalco si arricchisce ancora di chiese, conventi e palazzi signorili, e nel 1848 ottiene dal pontefice Pio IX il titolo di città.

Oggi l’abitato si sviluppa a partire dalla sommità del borgo, dove troneggia la piazza di forma circolare su  cui si affacciano enoteche e wine bar dall’aspetto molto invitante e dove si trovano il Palazzo del Comune (sec. XIII – XIV) e la ex chiesa di San Filippo Neri (sec. XVIII) oggi teatro. Le strade si diramano a raggiera, in discesa verso la cinta muraria, quasi intatta, lungo cui si trovano le tre antiche porte cittadine, Porta Camiano, Porta Sant’Agostino e Porta San Bartolomeo (oggi chiamata di Federico II), situate rispettivamente a nord, sud e est della città.

Numerosi sono ancora i locali caratteristici, a palesare la chiara inclinazione eno-turistica del luogo, e le molte chiese, tra cui lo stesso Museo di San Francesco dove, oltre all’affrescata cappella, troviamo anche la pinacoteca ricca di opere mobili, nonché la cripta, che accoglie reperti archeologici e sculture di varie epoche. Da non perdere poi il duecentesco Complesso di Sant’Agostino, sede dei banchi di assaggio dell’Enologica 30 e culla per le opere del Lorenzetti e del Caporali. Un perfetto amalgama fra arte, vino e storia che costituisce il tessuto culturale di questo territorio e che si è potuto riscontrare per tutta la durata della manifestazione che celebrava il trentennale della prima doc di Sagrantino, il vino simbolo di questo territorio.

Il Sagrantino nasce come vino delle feste, dolce, passito, e la sua antica origine viene avvalorata  dal libro XIV dell’opera Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, dove una varietà di uva chiamata Itriola viene citata in relazione a Mevania, l’odierna Bevagna. Di fatto è un vino che vanta un disciplinare di produzione fra i più antichi: già nel XV secolo alcuni documenti ne curano e regolano coltivazione, raccolta e produzione delle uve; ad esempio nel 1540 viene emanato un decreto che ne fissa la data di inizio vendemmia. Ottiene le certificazioni di qualità e autenticità DOC nel 1979 e DOCG nel 1992.

Il corposo calendario studiato per questa edizione della storica Settimana Enologica, minuziosamente curato dall’AIS Roma con il coordinamento diretto del suo “patron” Franco Maria Ricci, si articolava nelle quattro giornate di lavori attraverso appuntamenti enogastronomici come i consolidati banchi di assaggio o le degustazioni guidate, ma anche ricerche sensoriali attraverso l’esplorazione di piatti futuristi, in omaggio al centenario del Manifesto pubblicato dal Marinetti nel febbraio del 1909 su “Le Figaro”. Poi i laboratori del gusto, le iniziative didattiche, le visite alle cantine, i concerti di musica classica e le rappresentazioni teatrali, le mostre d’arte e le passeggiate dei sapori lungo la strada del Sagrantino; tanti appuntamenti di interesse fino al gran finale con la sfilata domenicale dei carri.

A legare questo percorso variegato e coinvolgente, sono stati i convegni a tema che ogni giorno hanno visto confrontarsi giornalisti e docenti, critici e tecnici di settore, che hanno dibattuto sulla valenza mnemonica dei profumi o sul peso specifico dell’enoturismo, discernendo sul percorso evolutivo di questa doc e sulle sue prospettive di tenuta del successo o discutendo sulle sue primarie esigenze di mercato identificate in valori morali come etica e credibilità.

A presiedere quotidianamente i convegni, adempiendo gli onori di casa, è stata il Sindaco di Montefalco Donatella Tesei, che in questa manifestazione ha subito creduto ed investito tempo, risorse ed energie. Toccante è stato il minuto di silenzio che ha voluto dedicare alle vittime della strage di Kabul, cronaca funesta proprio in coincidenza della giornata inaugurale della manifestazione. Nella giornata conclusiva era invece chiaramente leggibile nella sua voce la soddisfazione della scelta dei vini di Montefalco per i pranzi dell’imminente G8 di New York.

Non ho potuto seguire tutti i dibattiti, ascoltando comunque molte idee ed opinioni, condividendone molte e rimanendo perplesso su alcune; ammirevoli gli sforzi di tutti per dipanare tematiche utili a sviluppare nuove strategie di produzione e di marketing, tali da consolidare il successo del Sagrantino, pur confrontandosi con una congiuntura economica e commerciale difficile e probante. Molte parole sono state spese, cosa normale in una rassegna convegnistica, da cui non si può uscire certo con la panacea per tutte le problematiche, bensì con lo spirito critico e costruttivo per interventi mirati ed efficaci.

Carlo Cambi, scrittore ironico e cultore del giornalismo del vino, nonché docente di marketing, gioca a parafrasare un noto titolo cinematografico per inquadrare il momento del Sagrantino: “Travolto da un insolito successo nel verde mare delle vigne“. A Montefalco si è voluto fortissimamente un prodotto integro nella sua identità territoriale, senza l’introduzione di tagli o artifici “accomodanti”, ma le scelte di marketing orientate al prodotto, piuttosto che al mercato, concorrono, unitamente alla sovrapproduzione, al deprezzamento sugli scaffali. Un danno di immagine per il Sagrantino inteso come valore di un territorio, che deve assolutamente essere scongiurato, attraverso la coesione di tutti gli attori, con un Consorzio di Tutela scevro da politicismi a sostegno del valore Sagrantino nei modi e nelle sedi opportune, adottando iniziative atte a contenere l’eccedenza produttiva sia attraverso la revisione del disciplinare (riducendo le rese per ettaro), sia proponendo un terzo vino.

La neo-presidente del Consorzio di Tutela, Patrizia Crociani, conferma che alcune modifiche al disciplinare saranno vagliate a breve: ad esempio la nuova nomenclatura in etichetta privilegerà Montefalco rispetto al Sagrantino in un’ottica di tutela del marchio, e i tempi di affinamento verranno allungati; ma ancora nulla sulla variazione delle rese che restano fissate a 80 quintali per ettaro come istituito nel 1982. Un intervento emozionato che rende palpabile il peso di una responsabilità importante, ma anche di un sogno profondamente radicato.

Tema piuttosto condiviso e sostenuto da tutti i relatori è il ruolo dei leader; personaggi decisivi e carismatici nel meccanismo di traino del settore, per Cambi,  devono essere sostenuti da tutti poiché creano immagine e qualità, valori da emulare. Per la Crociani è sicuramente loro il merito di molti successi, ma occorre che essi facciano squadra assieme a tutti gli altri, attivando tutte le professionalità disponibili per sviluppare un brand forte in grado di dare peso al Consorzio e metterlo nelle condizioni di potersi imporre nelle sedi istituzionali dove si assegnano i fondi per ricerca e sviluppo.

Antonio Paolini, giornalista de Il Messaggero, dà ulteriore forza a questo messaggio: diversi produttori “dell’ultima ora” vogliono fare impresa a Montefalco senza essere partecipi della sua identità e senza parametrizzare la produzione o i prezzi al valore del territorio. Quando si entra in un gruppo bisogna saper accettare anche i ruoli di secondo piano, meritando col tempo, con la disponibilità e con i risultati il centro della scena. Nel suo appassionato intervento, Paolini esalta il miracolo delle grandi personalità accostando la ruvidezza del Sagrantino al naso di Cleopatra o allo strabismo di venere; trasformare un preciso difetto in una peculiarità che rappresenti il proprio miglior pregio è segno di grande intelligenza e pro-attività. Va riconosciuto alla Montefalco enoica la lungimiranza nell’aver attuato, in tempi non sospetti, strategie di marketing che incorniciavano al meglio la tela artistica della storia di questo territorio. Concorde sui leader, Paolini è deciso nell’accezione corretta dei ruoli “politici” all’interno di strutture come il Consorzio di Tutela, dove il mandato è un incarico e una delega per rappresentare gli interessi di un gruppo, anche prendendo decisioni scomode. Altresì, in contraddittorio con Cambi, è scettico sull’utilità di un terzo vino, ma individua in un mea culpa profondo e costruttivo la base di partenza per un futuro che parta dal valore del Sagrantino, un bene da tutelare attraverso l’attuale crisi economica, facendo cassa con il Rosso di Montefalco e tenendo il punto sul prezzo del vino di punta. Sarebbe opportuno, conclude Paolini, spostare il “fuoco” delle prospettive di mercato nell’ambito nazionale, concentrandosi sul cliente interno, in grado di apprezzare al meglio e sostenere i “gioielli” prodotti nel proprio Paese; occorre insomma recuperare l’affetto degli italiani per questo vino.

Come sottolinea Vincenzo Zampi, docente di economia all’università di Firenze, i temi di fondo sono chiari, ma come si fa a perseguirli?  Come si fa a studiare il mercato del vino? E’ difficile, sopratutto in un sistema globalizzato e appesantito dalla sovrapproduzione. E’ necessario attuare logiche imprenditoriali che proteggano i casi di successo per evitare contraffazioni che ledano l’immagine ed il valore del marchio. Un marchio vincente nasce dai contenuti reali dell’azienda che più identifica un territorio, una storia, una cultura, più consolida le basi del suo successo. I disciplinari dovrebbero nascere attorno ad un prodotto affermato ed essere interpretato come strumento per la sua tutela, proteggendo solo di riflesso il consumatore.

Così, tra degustazioni impegnative come la verticale del Sagrantino 25 anni di Arnaldo Caprai o i liberi assaggi ai banchi, esperienze sensoriali a cui dedicheremo specifici articoli, attraverso esposizioni artistiche come le decorazioni in ceramica di “Botte d’Autore” o le etichette de “Il Sagrantino Disegnato”, si sono snodati gli eventi e le giornate convegnistiche, giungendo a quella conclusiva dedicata all’etica e credibilità del mercato del vino. A dibattere su un argomento così sentito e centrale, che tocca le corde del sentire comune, si sono susseguiti ancora giornalisti ed esperti con un intervento finale del sottosegretario alle politiche agricole alimentari e forestali on. Antonio Buonfiglio.

A descrivere le esigenze del consumatore è Leonardo Valenti, docente della facoltà di Agraria all’Università di Milano, per cui equità dei prezzi, qualità, salubrità e riconoscibilità dei prodotti, nonché chiarezza di informazione a partire dalle etichette, sono esigenze primarie di chi compra il vino. In quest’ottica le problematiche sono due: economica in ordine alla riduzione dei costi e culturale in rapporto all’ecocompatibilità del sistema. Particolare la sua visione sull’incidenza dei trattamenti fitosanitari nell’apporto di CO2 all’ambiente, più condivisibile l’attenzione al cambiamento climatico ed ai suoi effetti sul ciclo vitale della vite. Vanno studiate azioni atte a conservare le caratteristiche peculiari delle vigne salvaguardandole dai mutamenti del clima. Approfondisce l’argomento sulle emissioni di gas serra e CO2 il collega Marco Tonni, docente presso la medesima facoltà, che introduce e descrive i parametri e gli indicatori (GHG, IWCC) utilizzati per studiarne e valutarne l’incidenza sull’ambiente.

Ma quanto incide invece il problema etico sul sentimento del consumatore? L’esempio dello scandalo di Montalcino è emblematico: una trasgressione etica che ha colpito le coscienze popolari; se si fosse detto che ogni bottiglia di Brunello causava un incremento delle emissioni di CO2 nell’ambiente, ci sarebbe stato lo stesso effetto commerciale? E se le etichette dei vini riportassero la dicitura “emissioni zero” si venderebbe più vino? La risposta è intuitiva, il problema di base è culturale e la scelta di un comportamento morale nei confronti dell’ambiente, che è un bene di tutti, è centrale. Un impegno che i produttori dovrebbero assumersi, anche se non venisse direttamente riconosciuto dal mercato e non si traducesse in un ritorno economico.

E’ l’intervento del sottosegretario onorevole Buonfiglio, nella sua chiosa conclusiva, a spostare l’ago della bilancia verso il consumatore e riequilibrando così i ruoli nel gioco delle parti che regola il mercato fra domanda e offerta. La crisi economica generale si traduce in una crisi dei valori ed oltre alla doverosa e coraggiosa autocritica che deve porsi il settore agroalimentare per migliorare il proprio modello economico, deve essere anche il consumatore ad acquisire maggiore responsabilità di fronte al problema ambientale. La logica del risparmio ha un senso pratico che si esalta in una fase congiunturale come quella in atto, ma è necessaria una crescita culturale che indirizzi le dinamiche di acquisto verso una sostenibilità accettabile sotto ogni aspetto. Quando acquistiamo una t-shirt sportiva made in China non pensiamo alle condizioni di lavoro della manodopera che ci sono dietro; analogamente quando acquistiamo vino, o un alimento più in generale, pensiamo solo alla cifra impressa sul cartellino e non ci poniamo il problema del prezzo che paghiamo dal punto di vista ambientale. Il costo non deve essere l’unica discriminante per un prodotto così particolare come il cibo, in esso si traduce infatti un “brevetto” che non è solo del luogo, della storia e della cultura che stanno dietro l’identità di un vino, ma che è proprio anche del “saper fare”, dell’esperienza, dell’arte e del talento che gli danno un’anima e una corrispondenza alle sue radici.

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