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Toscana da Bere. Seconda parte, Montalcino e dintorni

Continua qui la personalissima guida pratica al “bere d’istinto”, una sorta di breviario del cuore riguardante cose e cosucce con il dono della bevibilità, parametro che più soggettivo non si può. Rimando alla prima puntata circa l’ispirazione che sostiene questi pezzulli e la panoramica chiantigiana sul tema (leggi qui). Nel frattempo vi dico che parleremo ancora di Toscana, e che oggi è la volta di Montalcino (e dintorni). Stavo anche pensando però che bottiglie del genere, se sto alla crescente demonizzazione dell’alcool pianificata dal lungimirante (sic!) establishment politico-repressivo del nostro paese, qualcuno potrebbe intenderle come istigazione a delinquere, o come armi improprie, alla cui pratica peraltro nulla possono le più accreditate licenze d’uso. Così, nello scusarmi con i lettori per le istigazioni demoniache, confortato dal fatto che in fondo trattasi di libere suggestioni espresse da un degustatore testardo, mi chiedo: forse, oggi come oggi, sarebbe più politically correct (anzi, più sicuro nel senso di safety) scrivere di vini pachidermici e restii alla beva? Bah, non so. Magari la prossima volta. Anzi no, la prossima vita.

Montalcino e dintorni

Storia ed ambizioni ci raccontano di rossi corposi e longevi, in cui sia l’anima più intransigente, austera e viscerale del sangiovese a dettar legge. Insomma, non ci si dovrebbe meravigliare se per ammansire certe giovanili esuberanze i vini di questi luoghi chiedano tempo. Potrebbe casomai destare un certo stupore individuare proprio qui vini “di lena e di beva”, soprattutto se ci riferiamo sempre e comunque alle produzioni più recenti, ossia a quelle comparse or ora sui mercati. Eppure, non  posso fare a meno di notare come la mia idea di bevibilità a volte si sposi maledettamente bene non soltanto con certi Rosso di Montalcino (giovani), quanto con certi Brunello (giovani). Ma non solo, dal momento in cui anche l’Orcia sembra aspirare all’orizzonte enoico che conta, lanciando da par suo -e sono le prime avvisaglie- confortanti segnali. Certo è che l’idea di avere a che fare con sangiovese altamente bevibili, oltre che rinfrancarmi, “mi gusta” davvero.

Per esempio, se fai caso alla freschezza, alla droiture e alla snellezza gustativa del Rosso di Montalcino 2007 (15/17€) dell’indimenticato Gianni Brunelli (oste-vignaiolo romantico e ribelle, recentemente scomparso) senti che l’obiettivo non è poi così lontano.

Oppure potremo soffermarci sul sorprendente “ritorno in pista” di Agostina Pieri , che dopo alcuni anni di appannamento ritrova verve e focalizzazione stilistica grazie alle attenzioni riservate alla agilità e al contrasto gustativo, quasi a voler sterzare in direzione nuova le legittime ambizioni di sempre, giocate su polpa e struttura. Ecco, il Rosso di Montalcino 2007 (15/17€) ben rappresenta il viatico attuale: naturale nello sviluppo, succoso ed elegante, sfoggia una trama tannica di rango, non lesinando in fraseggi sottili e slanci generosi. Quasi irresistibile.

Non tradisce poi le aspettative il Rosso di Montalcino 2007 di Sesti (14/17€). Attendilo un attimo nel bicchiere e i rivoli vegetali della prim’ora assumeranno garbo balsamico, e poi un ritmo, una freschezza…..insomma, da bere a secchi.

Fra le novità di recente conio spicca la prova autorevole, di dichiarata godibilità, del Rosso di Montalcino 2007 (10/11€) di Domus Vitae, nuova avventura enoica della famiglia Attanasio, già creatrice della Tenuta La Fuga, poi acquistata dalla famiglia Folonari: qui belle trasparenze cromatiche, pierre à fusil, bacca, cenere, per un profilo intrigante e un tatto felpato, di stoffa buona, difficile da dimenticare.

Nel cappello introduttivo mi son permesso l’azzardo di citare Brunello dalla beva reiterata….. e quando mai? Bene, non sono un miraggio: fra questi il Brunello di Montalcino 2004 di Maurizio Lambardi (30/34€) si staglia per spessore e purezza. E con quel pizzico di ciccia in più, stavolta, ad arrotondare e coinvolgere, sia pur nell’alveo della ormai proverbiale silhouette sfumata che poi è la sua cifra, lì dove slancio, misura e sottigliezze sottendono cose preziose.

Ma ancora, nel nome della sobrietà e della eleganza, ecco spuntare il Brunello Le Potazzine 2004 di Giuseppe Gorelli (24/28€). Vino tutto “in levare” dove ariosità, profilatura, garbo sono le voci narranti.

Espressione fedele del territorio di provenienza, il nuovo Brunello 2004 de La Fortuna (40-46€) è davvero convincente per pulizia, contrasto e mineralità. Insomma, un sacco di modulazioni nei sapori, e balsami fini, al servizio di una appetitosa bevibilità.

Si ripropone poi in una veste scattante, acida e vibrante, il Brunello 2004 di Pietroso (32/37€): brillante, definito, integro, bilanciato. Proprio un bel bere.

Infine, seduce da par suo l’eleganza fruttata del Brunello 2004 di Podere Brizio (29/33€). Cicciotto e profilato, è quel che si dice un vino succoso, senza ridondanze od ovvietà.

E prima di spostarmi in Orcia vorrei sparigliare: sì perché il Moscadello di Montalcino 2008 di  Capanna (8/9€) è un vino (dolce-non dolce) talmente delizioso nella sua florealità, nella sua verace bucciosità, negli stimoli d’erbe aromatiche e d’agrume che ti riserva, da assolvere appieno ad un compito difficile: distogliere il degustatore più incallito dagli obblighi del mestiere. Qui si beve, non si degusta!

Dall’Orcia invece estraggo due suggestioni che (ri)propongono l’incanto del sangiovese d’altura secondo chiavi di lettura affascinanti e autorevoli: l’Orcia Rosso Sesterzo 2006 di Poggio Grande (14/16€) è un vino scattante, reattivo, quasi salino direi, dalla fisionomia stilizzata e dalla calibrata estrazione tannica. Un compagno sicuro per ogni occasione. L’Orcia Rosso Frasi 2006 di Sedime-Marco Capitoni (15/17€) assume un’aura classica di struggente immedesimazione (traducendo per i conoscitori più incalliti dei vini toscani: un’aura gambelliana), dove fiori e mineralità vanno a braccetto. Qui sentimento e naturalezza espressiva, per un sorso lungo lungo ed altamente rinfrescante. Una delle sorprese vinose più liete della regione. Per completezza e, ovviamente, bevibilità.

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