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La fontana del vulcano (nel cuore del Soave)

Un soggiorno nel cuore del territorio dove si produce il Soave, uno dei più grandi bianchi italiani e non solo, è sempre emozionante. Il fascino e la suggestione sono enormi e possono anche giocare strani scherzi. Quando lo visiterete non meravigliatevi perciò se tra le rocce vedrete e sentirete lo scoscio di una sorgente. Mantenete però il segreto!


Superata l’uscita di Verona Est, l’autostrada Serenissima si avvia abbastanza monotona verso Vicenza. Ben presto però l’occhio viene catturato da una visione quasi magica che riporta al medioevo: sulla cima di un colle un turrito castello apre le sue braccia di pietra avvolgendo con le mura merlate la cittadina di Soave. Se non si ha fretta si “deve” uscire al casello e correrle incontro. Le stradine silenziose, i vetusti palazzi accolgono il visitatore con serenità e gentilezza. Sarà ovviamente facile capire, per i pochissimi che ancora non lo sanno, che Soave è terra di un grande vino bianco, dai profumi delicati e sfumati, ma dalla mineralità quasi tattile. Com’è possibile che quelle dolci colline, su cui poggia discreto il gioiello architettonico, possano produrre un bianco così sapido e tagliente al pari di un rasoio? Un vino che migliora anno dopo anno e si completa trasformandosi lentamente in una lama metallica complessa ed articolata sì da competere, se non addirittura superare, i ben più blasonati cugini di Francia e Germania.

Per comprenderlo bisogna affrontare le stradine ripide e nervose che si inerpicano e si attorcigliano come serpenti sulle colline che cercano di competere con i più lontani Monti Lessini. Quasi timorose di mostrarsi, esse rimangono nascoste alla vista, celate dai primi morbidi declivi. Ma quanta differenza rispetto alla pacifica apparenza che si ha dall’autostrada! I crinali sono ripidi e scoscesi, le forme quasi appuntite ed il terreno scuro e tenebroso. Roccia e sabbia mettono a nudo la loro vera natura di origine vulcanica, dove la lava ha modellato le strutture geologiche più ardite. Blocchi di duro basalto si abbracciano alla pomice che si sgretola e si insinua in profondità. I picchi più alti mantengono ancora l’aspetto originario: coni vulcanici che si sono divertiti a giocare a chi arrivava più in alto, elevandosi sopra le colate di fuoco che provenivano dai monti lontani, di cui gli straordinari pesci fossili di Bolca (non si può perdere la visita al museo del paese!) raccontano l’epica storia biologica e geologica.

Quei colli contorti sono fasciati di vigne di garganega, mentre le radici continuano a lottare impavide contro gli strati duri e severi che cercano inutilmente di ribellarsi alla loro invasione. Una battaglia aspra, titanica, che permette alle viti di risucchiare nei propri acini la forza dei vecchi vulcani. Com’è suggestivo addentrarsi in quel paesaggio aspro e meraviglioso e come sarebbe bello se i turisti non si fermassero soltanto tra le protettrici mura di Soave, ma venissero ben più numerosi a toccare con mano la vera essenza del grande vino. Aspettiamo con ansia che le Strada del Soave ne sia all’altezza e possa guidarli con le giuste segnalazioni tra le cantine dei produttori che si annidano tra le colate di lava, rivestite dalle verdi foglie di vite e dai grandi boschi. Ad una natura vivace, tesa e scalpitante risponde un vino di pari splendore.
Tutto è normale allora? Ogni cosa è prevedibile e senza segreti? Può darsi…

Tuttavia durante la mia ultima visita a questo straordinario mondo di storia, arte, cultura, duro lavoro e nettare prodigioso, ho avuto qualche dubbio. Prima delle splendide serate di Soave Versus, l’annuale riuscitissima manifestazione che mette in passerella i più grandi soave, quei declivi di scontrosa ed orgogliosa bellezza cominciarono ad insinuarmi un’astrusa idea in testa. Il terreno sconvolto dall’antica violenza geologica sembrava quasi che mi sorridesse sardonico. Era veramente tutto finito da milioni di anni? O esisteva ancora una forza nascosta, irruenta e vitale? E più sorseggiavo quel nettare così minerale e sempre più ne sentivo la fratellanza ed il legame con quel suolo sconvolto dall’attività sotterranea. Ma era solo somiglianza o qualcosa di più? Il tempo passava, ma l’aria stessa così misteriosa, le mezze frasi dei produttori, certi loro sorrisi, i profumi invitanti, delicati e ruvidi allo stesso tempo, mi celavano forse un segreto da conservare e mantenere gelosamente. Uomini, natura e vino avevano un legame troppo profondo, una simbiosi che non poteva spiegarsi semplicemente con il duro lavoro di vigna. L’idea che mi era balenata stava ormai diventando una vera ossessione.

E così a notte fonda tornai tra i coni vulcanici, aggirandomi a caso tra le loro misteriose ombre modellate dalla luce della Luna. Il senso di timore e rispetto, la paura di invadere un regno che stava vivendo un ciclo misterioso mi facevano sobbalzare ad ogni lieve rumore. Ma dovevo sapere e continuai a perlustrare. E venni premiato. In una valletta seminascosta notai un fioco lume e tante persone attorno, silenziose ed operose. Avevano con loro vetusti carri tirati da cavalli ed enormi contenitori che stavano sicuramente riempiendo di “qualcosa”. Da una piega della roccia, contorta e tagliente, sembrava sgorgasse una sorgente incandescente. Ma non era lava, era molto più diluita e chiara. Essa veniva velocemente incanalata nei serbatoi, dove si raffreddava, mentre i carri si dirigevano verso le cantine.

Compresi tutto, o almeno così mi sembrò. Quel liquido proveniva dalle rocce più profonde ed era limpido e cristallino, un vero estratto di pietra e di vigore geologico. Si, era proprio lui, il Soave!! Ecco perché quegli strani sorrisi, quegli ammiccamenti, quei profumi e quegli aromi così profondi. E chissà quante altre fontane si celavano tra i vulcani dormienti… Era già l’alba quando finalmente rimasi solo e potei correre verso la sorgente misteriosa. Arrivai trafelato e smanioso di vedere e di sentire. Niente, assolutamente niente! Vi era solo roccia e sabbia nerastra. Cercai inutilmente… Possibile che avessi solo sognato o mi fossi inebriato con troppi bicchieri? Sicuramente si. Me ne andai a letto un po’ frastornato e sconsolato. Che sciocco ero stato e che stupide fantasie mi avevano assalito. In fondo però era meglio così: il vino deve nascere dall’amore e dalla sana e dura battaglia tra uomo e natura.

Mi svegliai riposato e sereno. La giornata era senza nuvole ed ammirai nuovamente quei meravigliosi colli, quelle vigne, quelle case semi-nascoste. Tuttavia, quel paesaggio lo sentivo diverso, più amico, più vivo rispetto al giorno precedente. E mi venne naturale strizzare un occhio verso gli antichi vulcani. Appena voltato mi sembrò di udire un tuono, una specie di rauca risata, un ghigno intriso di allegria e potenza. Accidenti, che strani scherzi può fare la suggestione…

3 Comments

  • Cristina ha detto:

    Caro Enzo, hai saputo descrivere il Soave con l’anima. Ed è così, il nostro bianco è vino che nasce proprio dall’amore dell’uomo per questo magico territorio che la natura ci ha donato. Ed è un bel dono, ve lo assicuro
    In questo viaggio immaginario è difficile non sentirsi già “dentro al Soave”
    Ciao, Cristina

  • renzo priori ha detto:

    bravo vincenzo condivido in pieno il tuo articolo
    a presto renzo

  • Mepa ha detto:

    Vincenzo, grazie,
    ha fatto un bell’ articolo complimenti, a fatto conoscere con il cuore il viaggio, in un territorio, ricco di Soavità .
    Paolo

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