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Ottantamila anni fa

Tutte le grandi meraviglie dell’Universo hanno un’origine rapida e violenta. Non può quindi essere diversa la nascita di un territorio unico ed irripetibile come il Roero. Il nostro eroe Alimenoh assiste alla “cattura” del Tanaro e ce la descrive con la semplicità e la passione che solo lui poteva possedere. Questo racconto l’avevo scritto per il premio giornalistico del Roero. Purtroppo la giuria non lo ha ritenuto valido, ma il mio amore per questa splendida regione, sconosciuta ai più, mi spinge comunque a proporvelo in versione leggermente ridotta, per cercare, nel mio piccolo, di stimolare l’interesse di chi ama veramente la natura e le sue meraviglie.

Il giovane ed aitante Alimenoh sentiva i muscoli possenti fremere nell’attesa che il cervo uscisse nella radura che confinava con il suo villaggio. Insieme alla tribù lo aveva stanato ed ora tra loro e l’enorme maschio vi erano solo pochi arbusti. Il gigantesco palco di corna ramificate comparve vicinissimo a lui. Che fortuna! Alimenoh lanciò il suo ringhio di battaglia e si avventò con la lancia verso il gigantesco animale. Incurante dei colpi che riceveva e che gli tagliavano profondamente la pelle, il giovane continuava a trafiggere la preda, sollevando bramiti spaventosi. Voleva fare tutto da solo, senza alcun aiuto. Soltanto così poteva sperare di diventare quanto prima il capo della tribù.

Anche se il dolore per le ferite cominciava a diventare insopportabile, Alimenoh non si fermò un attimo ed alla fine vide cadere ai suoi piedi il possente corpo del cervo. L’urlo di vittoria fu un grido di liberazione, mentre si batteva ritmicamente i pugni sul petto. I compagni, alcuni guardandolo con malcelata invidia e digrignando i denti, corsero vicino a lui e sollevarono il grande animale per trasportarlo al villaggio. Si sarebbero sfamati per molti giorni ed anche i piccoli e le femmine avrebbero avuto la loro parte.
Alimenoh era felice e mostrava quasi con rabbia i suoi canini taglienti ai vecchi ed ai giovanissimi che lo stavano acclamando. Le donne, appartate a cucire le pelli di bisonte e di orso, gli lanciarono solo un’occhiata furtiva, ma carica di grande ammirazione. Dopo il rumoroso e ricco banchetto di quella sera, Alimenoh si ritirò nella sua grotta, dove le femmine stavano aizzando il fuoco per la notte. I piccoli dormivano già nella profondità della caverna. Il silenzio stava scendendo sul territorio, rotto soltanto dagli stridii degli uccelli notturni e dai brontolii e ringhi dei predatori che avevano cominciato la caccia notturna.

Non era lontano il momento in cui avrebbe sfidato il vecchio capo nella lotta mortale che gli avrebbe fatto prendere il suo posto. Non sarebbe comunque stato facile. Paterakha era vecchio, ma ancora vigoroso e con una grande esperienza. Soprattutto non aveva nessuna intenzione di farsi spodestare ed uccidere. Alimenoh doveva dare il meglio di sé. Sapeva però di esserne ormai all’altezza. Probabilmente alla nuova comparsa in cielo dell’argentea falce della signora notturna, avrebbe lanciato il suo urlo di sfida. Ma doveva aspettare ancora e vedere comparire varie volte la sfera infuocata che regolava la loro vita. Questo pensiero lo distolse improvvisamente dai suoi sogni di dominio e gli fece ricordare che erano ormai giorni e giorni che il globo che dava luce e calore non compariva, nascosto da quello spesso strato di nubi lugubri e nere, che riversavano scrosci quasi ininterrotti di acqua dal cielo.

Alimenoh era molto dispiaciuto, perché di notte si recava spesso in mezzo al campo fuori dalla boscaglia ad ammirare il cielo. Lo affascinavano tutti quei punti luminosi che “bucavano” il nero profondo. Ne vedeva moltissimi e più di una volta aveva cercato di prenderli. Tuttavia, malgrado i suoi poderosi salti non c’era mai stato niente da fare: le luci sembravano irraggiungibili. E pensare che era uno dei più abili nel prendere i frutti sui rami più alti. Ma quelle luci erano più furbe di lui. A volte inveiva contro di loro perché si sentiva preso in giro e questo non poteva accadere ad un futuro capo. Fortunatamente nessuno lo vedeva mentre effettuava quei vani tentativi. Malgrado ciò Alimenoh amava il buio della notte ed amava ancora di più quelle imprendibili luci vagabonde: ne avrebbe voluto una tutta per sé.

Il terreno era fradicio e gli alberi gocciolavano abbondantemente per la violenta pioggia caduta da giorni e giorni. Il giovane pensò al “suo” fiume. Lo aveva chiamato Tanarah, come il figlio più grande sbranato anni prima da un predatore. Lo amava e lo temeva contemporaneamente. Lo considerava amico prediletto quando l’acqua scorreva lentamente e gli permetteva di entrare per afferrare con le mani nude quei pesci guizzanti che si dibattevano nelle pozze quasi asciutte. Ne aveva invece paura quando la corrente diventava impetuosa e portava con sé alberi interi e carcasse di grandi animali che si erano avventurati incautamente nei suoi gorghi. Dio benevolo quando era calmo e placido; dio maligno quando faceva sentire la sua potenza ed il suo sordo e continuo rombo di morte.

Molti della sua tribù ne erano stati vittime, sicuramente non avendolo venerato come il grande fiume desiderava. Alimenoh era invece sempre pronto al rispetto ed al sacrificio. Spesso gli portava i pezzi migliori delle sue cacce e li gettava in mezzo alla corrente, sicuro che avrebbero calmato l’ira delle acque vorticose. Per queste sue azioni era convinto che il fiume che scorreva vicino al villaggio sarebbe sempre stato benevolo con lui. Per contemplare al meglio il suo amico-signore saliva abitualmente sulla piccola collina che delimitava il villaggio. Poteva vedere e venerare adeguatamente il dominatore del luogo. La pianura si estendeva sterminata davanti a lui ed il fiume si muoveva attraverso di lei cercando di dominarla con tutta la sua potenza ed avvinghiandola con le sue spire. Alle spalle, invece, la landa sconfinata scendeva rapidamente verso la foresta che si intravedeva in basso. Anche laggiù scorreva una sottile striscia di acqua, decisamente di minore prestigio: era senz’altro un dio meno potente. Lo si scorgeva appena nell’intrico degli alberi giganteschi. Al di là sorgevano colline molto più alte, dove non era mai stato. Erano contorte e boscose, ben diverse dalla loro pianura riposante e tranquilla.

E poi non avevano il grande fiume che le accarezzava con pazienza o con rabbia. Non potevano paragonarsi al suo splendido territorio. Sotto quella pioggia e nell’oscurità totale, Alimenoh non riusciva a scorgere nulla. Sentiva soltanto un rombo lugubre e continuo, mai udito in precedenza. Era meglio andare a dormire: la mattina dopo tutto sarebbe tornato normale.

Purtroppo, al risveglio, la pioggia continuava incessante ed il terreno era sempre più scivoloso. Pur se in preda all’ansia, Alimenoh non ebbe difficoltà a raggiungere il suo “belvedere”. Il fiume era veramente in preda ad un’ira mai manifestata in precedenza. Forse era imbestialito con la grande sfera di fuoco che non compariva da diversi giorni o forse con tutta quell’acqua che cadeva dal cielo e cercava di stuzzicarlo. Sicuramente era diventato molto più grande e violento. Le sue spire calme e riposanti che si muovevano nella pianura erano sparite: davanti a lui c’era soltanto una distesa di acqua che aveva ormai ricoperto i campi e le foreste più vicine. Gli alberi galleggiavano sulle acque gialle e limacciose. Gli animali che erano stati sorpresi dalla sua rabbia, lanciavano urla disperate mentre si dibattevano nei gorghi. E sembrava che Tanarah crescesse di momento in momento.

Non aveva mai visto una potenza così grandiosa. In un attimo, il bosco poco lontano dal villaggio, venne inghiottito sotto i suoi occhi, le radici degli alberi strappate come fossero fili d’erba. Poi fu la volta del recinto delle capre. Sparirono in un attimo tra i flutti sempre più impetuosi. La rabbia di Tanarah non aveva più limiti. Forse la colpa era loro. Lui aveva sempre continuato nei suoi sacrifici, ma probabilmente non lo aveva fatto il vecchio Paterakha. Avrebbe dovuto sfidarlo prima e prenderne il posto. Tutto questo non sarebbe successo.

Improvvisamente i suoi pensieri furono interrotti da un rombo di tuono ancora più violento. Si voltò e vide un’onda enorme, alta come il cielo, che si apriva la strada nelle acque già impetuose. Poi fu un tutt’uno. Il fiume esplose letteralmente e coprì tutto ciò che lo circondava. Le loro grotte, benché leggermente più alte della pianura, furono inondate da quella massa d’acqua inarrestabile. Pensò alle sue riserve di cibo distrutte, alle sue pelli, alle sue femmine ed ai piccoli. Ma tutto il villaggio scomparve in fretta ed i suoi compagni sembrarono ben piccole cose mentre venivano portati via dalle onde. I loro possenti muscoli nulla potevano contro quella forza sovrumana.

Si guardò intorno. Da un lato aveva quell’enorme turbinio d’acqua che continuava a salire, dall’altro la valle che sprofondava verso il basso. Ebbe l’impulso di fuggire verso di essa. Poi ebbe l’intuizione che lo salvò. No, era meglio restare dov’era. Probabilmente lì il fiume non sarebbe mai giunto. Era “suo” amico, doveva esserlo! Non lo aveva forse sempre riverito con i migliori bocconi di carne? Bastava aspettare e avere fiducia. Si fermò a guardare quell’immane invasione. Il fiume non si sollevava più, ma l’acqua continuava a proseguire verso il bordo che sprofondava nella valle sottostante. Infine, Tanarah, o quello che ormai era diventato, raggiunse il limite superiore della valle e cominciò a cadere verso il basso. Prima in pochi punti, scavando profonde gole, poi ovunque. Il rumore si fece ancora più spaventoso. Per chilometri e chilometri il grande padrone stava precipitando verso la foresta sottostante. Una cascata immane si allungava per più di una giornata di cammino. Ecco qual’era stata la ragione di tutto ciò: il suo dio amico, Tanarah, non voleva che quel piccolo ruscello anonimo rimanesse il padrone della valle. Voleva essere lui a dominare anche quel territorio e ne stava prendendo possesso esprimendo tutta la sua potenza. Alimenoh era ormai circondato dalle acque, ma salvo.

Contemplò per giorni e giorni quello spettacolo terribile ed entusiasmante. Mangiò qualche radice e bevve l’acqua che stagnava nelle pozze. Poi, finalmente, comparve la sfera di fuoco. La pioggia era terminata e la luce inondò quell’incredibile spettacolo della Natura. Gli spruzzi arrivavano fino a lui e centinaia di arcobaleni sorgevano un po’ ovunque. Una mattina si accorse che anche l’immane cascata era sparita. Ma anche il suo fiume non c’era più. Al suo posto una distesa di fango con tutti i segni della distruzione. Tanarah scorreva senza impedimenti in mezzo alla foresta più in basso. Aveva deciso di cambiare il suo percorso, di visitare gente nuova, di farsi adorare in altri territori. Anche i suoi vortici si calmarono e lentamente la corrente si fece tranquilla. Alimenoh decise allora di andare subito a ringraziarlo. Aveva avuto pietà di lui ed adesso doveva esprimere tutto il suo rispetto ed amore. Non fu facile scendere dalla collina. Lisci strapiombi di terra gialla si aprivano davanti ai suoi piedi e finivano molto più in basso. Fu difficile trovare la strada in quel dedalo scivoloso di terra e roccia violentata dall’ira del fiume. Poi ci riuscì e, attraverso la sabbia ed il fango trascinati da Tanarah, raggiunse il suo potente amico. Scorreva con tranquillità e pazienza tra gli alberi e lo accolse benevolmente tra i suoi flutti.

Alimenoh fece cadere l’intero cinghiale che aveva appena ucciso a mani nude e si inchinò di fronte al suo signore. Poi si voltò nella direzione che aveva ospitato il suo territorio, il suo villaggio, la sua vita. Non ne ebbe rimpianto. Quei dirupi che si stagliavano all’orizzonte erano bellissimi, i colori eccitanti. Sembravano le impervie “rocche” delle montagne lontanissime. Un regalo del fiume per i suoi futuri discendenti. Avrebbe trovato presto una femmina e avrebbe avuto dei figli e delle figlie. E quello sarebbe stato il loro mondo. Quella straordinaria varietà di terreno, di sabbia, di roccia, di burroni e di dolci colline sarebbe stato il loro regno, con la benedizione del suo benigno amico. Nessun altro territorio poteva mostrare simili caratteristiche. Lo avrebbero amato profondamente, lo avrebbero curato ed accudito. Sicuramente avrebbero avuto in cambio gli stupendi frutti di una terra sconvolta, ma unica e ricca. L’antica cascata avrebbe continuato a dominarli ed a proteggerli. Prosciugata dal tempo e scavata dall’erosione, la sua sabbia pietrificata non li avrebbe mai abbandonati. In quella natura violentata e travolta dall’invasione del grande fiume, avrebbero visto fiorire le migliori piante da frutto, le colline meno ripide si sarebbero ricoperte di vigneti, con le radici che avrebbero fatto a gara per trovare un suolo sempre differente e prezioso e donando vini diversi ed inaspettati. Le api si sarebbero avventate su quella incredibile varietà di fiori che sarebbero nati sulle Rocche.

Non si sa nemmeno chi abbia dato il nome a questo paradiso voluto dal grande fiume e protetto per più di ottantamila anni dal suo piccolo suddito ed amico Alimenoh e dai suoi discendenti. Forse fu il giovane stesso per ricordare il rumore della cascata che lo aveva fatto nascere: “roar, roar!!”, simile al ruggito di una leonessa in cerca di una preda per i suoi cuccioli. O forse è nome più recente ed anonimo. A noi piace molto di più il primo e vogliamo crederci. Come la leonessa, il “Roero” è terra selvaggia e straordinaria, in parte ancora nascosta e da conoscere, elusiva e misteriosa anche per gli stessi abitanti, ma sicuramente prodiga di regali per i suoi “cuccioli”. Oggi vive anche in cielo. Un piccolo corpo celeste porta il suo nome e si confonde con le migliaia di stelle della notte. Quel nome non sarà mai più cancellato. E lui rimarrà in attesa che qualcuno si accorga della sua esistenza e lo ammiri anche solo per pochi istanti. La sua vita si misura in milioni di anni, non ha fretta. Sicuramente Alimenoh, il cacciatore di stelle, ne sarebbe fiero ed orgoglioso.

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