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Toscana da Bere. Terza parte. Il resto del “mondo”

Terza e ultima puntata per questa scorribanda toscana alla ricerca annosa della bevibilità, chimerica dote ad alto tasso di soggettività che non rappresenta tutto quel che c’è di un vino ma, mettiamola così, ne caratterizza quantomeno la “felice predisposizione al dialogo”, senza bisogno di tanti “discorsi”, il che è già un bel vedere. Nelle scorse puntate ho analizzato il territorio chiantigiano (leggi qui), poi Montalcino e dintorni (leggi qui). Stavolta chiudo con il “resto del mondo”, ossia della regione, ribadendo  – per evitare di essere tacciato di scarsa chiarezza – che queste note guardano al solo requisito della bevibilità. Casomai saranno le parole, o gli ammiccamenti, finanche le impressioni che ne trarrà ogni paziente lettore, ad ambire alla sottolineatura: se cioé in qualcuna di queste bottiglie vi sia sotto qualcosa di più e di meglio.

Alla fine del salmo c’é chi potrebbe chiedersi il perché di una assenza, quella dei vini bianchi (toscani). Non voglio tirare in ballo la solita tiritera che la Toscana è terra di rossi bla bla bla. La ragione dell’assenza è assai semplice: mi sono voluto complicare le cose.

Montepulciano

Da una delle denominazioni appartenenti alla “sacra triade” delle più celebri di Toscana (insieme a Chianti Classico e Brunello di Montalcino), culla di rossi longevi quanto ombrosi se colti in prima gioventù, avere a che fare con le produzioni più recenti, come mi prefiggo di fare io in questi pezzi, non facilita davvero la ricerca di vini che abbiano il dono infuso della bevibilità (senza nulla togliere al carattere, che pure innerva diversi cru). Quest’anno però mi è parso di cogliere nell’ispirato Vino Nobile di Montepulciano 2006 de Le Casalte (13/15€) quel coinvolgente “brivido artigiano” che mi aspetto da un Nobile ostinatamente territoriale: non una ridondanza qui, ma una profonda, setosa consistenza, chiosata da una aggraziata tannicità in un finale “stretto” ma bellamente reattivo. Dal Nobile di Montepulciano Riserva 2004 di Casale Daviddi (24/26€) invece, ho avuto di ritorno terra e grafite, e un gusto classicamente “boschivo” senza cupezze, semmai snello ed articolato. Alquanto stilizzato, trova in quel suo profilo scarno ed evocativo le armi pacifiche per ingraziarsi la beva. Dalla tipologia cadetta Rosso di Montepulciano, spesso bistrattata (anche perché non immune da approssimazioni ed ingenuità stilistiche), il Rosso di Montepulciano 2008 de Il Conventino (9/10€) si distingue per l’equilibrio e la gioiosità di un bere amico, laddove polpa, sapore e freschezza giocano (e bene) di rimandi rendendo pienamente convincente il sorso.

Pianeta Maremma. E costellazione Montecucco

Pur ammettendo che in Maremma la mia idea di bevibilità viene spesso illusa ma non così frequentemente accondiscesa, fra gli innumerevoli assaggi di quest’anno ne propongo tre quali esempi di stuzzicante piacevolezza in odor, appunto, di bevibilità. Perché se nel ciliegiolo in purezza Principio 2007 (8/9€), prodotto da Antonio Camillo in quel di Alberese ( con lo “zampino” di Giampaolo Paglia di Poggio Argentiera), convivono felicemente la materia dolce e succosa tipica del vitigno e il fraseggio floreale, a raccontarci di un vino garbato e senza forzature, con il Testadura 2007 (19/22€) del Podere L’Aione (due passi o tre da Scansano), sangiovese con saldo di cabernet sauvignon, non ci troviamo di fronte ad un baldanzoso supertuscan, volitivo e “testadura” come nome e costituzione varietale potrebbero far pensare, bensì ad un introverso, affascinante vino “di silhouette”, con le sue belle trasparenze, l’estrazione calibrata, il candore delle fragoline di bosco, la nonchalance… insomma, un vino forse non complesso ma aggraziato nel disegno e nei sapori. Infine, e mi ripeto autocitandomi (leggi qui), in un vino come il Morellino di Scansano Larcille 2006 di Poggio Trevvalle (15/17€) non c’è spazio per le evidenze gioiose del frutto -un classico per la tipologia-, piuttosto si può parlare di “scheletro” e di un forte ascendente minerale. Arioso e seducente, è quel che si dice un vino finto-semplice, che stimola l’istinto senza scomodare la cerebralità.

All’interno della costellazione Montecucco, quantomeno in teoria, gli approdi a cui far attraccare la mia idea di bevibilità potrebbero essere molteplici. Difatti, se solo penso alla possibilità di derivarne rossi più tesi che larghi, meno indulgenti alle lusinghe del frutto e ai fin troppo generosi abbracci dell’alcol tipici della zona maremmana “classica”, chiaro che le aspettative si creano. Purtroppo non sempre la teoria sposa la prassi, ma quando accade ecco che da lì alla istintiva immedesimazione è un attimo. Da questo punto di vista, vini come il Montecucco Sangiovese Istrico 2007 (9/10€) di Villa Patrizia (raffinato nell’intrìco aromatico, candido e gentile nell’eloquio, sapido e saporito negli allunghi) o come il Montecucco Rosso Tribolo 2007 (8/10€) di Poggio Stenti (impettito da una bella freschezza acida, ossuto ma profilato, senza “smancerie ad effetto”) disegnano le rotte giuste.

Bolgheri

Mediaticamente à la page, i vini di Bolgheri (di costituzione bordolese, o quasi) non hanno nel loro dna snellezza o rarefazione, questo no. E’ una solarità di stampo mediterraneo, con la carica alcolica e la struttura, a disegnarne i profili. D’altronde, quando assistiti da un terroir all’altezza, sono vini capaci di impreziosirsi nel tempo, maritando eleganza e forza in un compendio armonioso e stimolante. Sterzando un po’ dalle caratteristiche classiche che normalmente “istigano” ed ispirano la mia idea di bevibilità, ho trovato Tarabuso 2006 di Terre del Marchesato (31/36€; cabernet sauvignon più un saldo di syrah) davvero affascinante per la capacità di unire visceralità (bella coltre speziata, sentori di humus e sottosella) e scorrevolezza, senza ricorrere a troppi tecnicismi o indulgere in melliflue ovvietà consolatorie. Insomma, un bel viatico per preservare piacevolezza senza sentirsi oppressi dalla struttura, che pure non scherza, o dalle inquietudini troppo inquiete di una gioventù fremente.

Verso Nord (Garfagnana, Lunigiana)

Da certe appendici “di frontiera” del vino cosa dovrei aspettarmi, nei casi migliori? Forse una personalità “obliqua”, poco omologabile, magari ingenua ma capace di saper cantare, intonata, fuori dal coro. Questo dovrei. Bene, nei vini di cui vi parlo oggi mi è parso di scorgere voci intonate per canti poco ovvii. Inoltre, rientrando a bomba sul tema, vini accomunati da una sincera bevibilità, mutuata certamente dalle condizioni microclimatiche dei luoghi, che in certi casi poi (leggi Garfagnana) son luoghi tradizionalmente poco avvezzi alla viticoltura, sia essa di sostanza che di qualità. Eppure proprio in Garfagnana qualcosa si muove, grazie al talento e alla caparbietà dei vignaioli della generazione nuova. Così è per il Campo Caturesi Rosso 2007 di Macea (9-10€), blend di malvasia nera, ciliegiolo, barghigiana, montanina dalla coinvolgente, spensierata ariosità. Una sorta di vino contadino nobilitato direi, in cui la semplicità dell’approccio si impreziosisce via via grazie al contrasto e alla speditezza. Così è per il Melograno Rosso 2007 di Podere Còncori (15/18€), blend di syrah (in prevalenza), carrarese, ciliegiolo e pinot nero: frutto e pepe in compendio armonioso per un gusto dinamico, fresco, ancora speziato, al di fuori di ogni cliché.

Sul versante lunigianese, Licciana Nardi (provincia di Massa, lungo la strada che da Aulla porta al Passo del Lagastrello) è proprio terra di frontiera, questo è certo. Eppure qui va trovando apprezzabile continuità il progetto vitivinicolo di Casteldelpiano, che quest’anno piazza un melodioso pinot nero fra gli alfieri miei della bevibilità. Melampo 2007 (10/12€) accoglie in sé aspetti varietali poco leziosi dal nobile vitigno, modulandoli secondo un profilo aromatico sfaccettato ed elegante. Di più, possiede slancio, naturalezza espressiva ed un suggestivo coté cuoioso-balsamico-floreale a cui lede un niente la “scodata” alcolica finale.

Dalla Lunigiana più classica e meno “isolata” (ci troviamo a Fosdinovo, sempre in provincia di Massa, dove il mare si vede e si “sente”), mi piace segnalare un rosé da uve merla chiamato Merlarosa (8/10€). Viene prodotto da Podere Lavandaro. La versione 2008 offre molte sfumature aromatiche e nessuna mollezza, o frutto appiccicaticcio, o ridondanza alcolica. “Solo” (si fa per dire) una beva fragrante, come un rosé dovrebbe.

L’Aretino (ma non si chiama Pietro)

Finiamo col botto. In tutti i sensi. Anzi, per tutti i sensi. Sarò breve: Il Caberlot 2006 del Podere Il Carnasciale (300€- solo in magnum) è un vino unico. Di più, possiede tante unicità: provenire da una terra che non sta proprio al centro del chiacchiericcio tipico dei salotti buoni, giocare le proprie carte su un vitigno singolare (caberlot appunto), contare su una storia singolare, presentarsi in maniera esclusiva – poche bottiglie, peraltro solo in formato magnum, dal prezzo altisonante-. Il bello è che Caberlot è unico anche se lo bevi, tanto da prestarsi ad una infinità di gradi di “lettura”. Volendone qui sostenere l’immensa sua piacevolezza, vi dico che è pepatissimo, elegante ed irresistibile, tutto ritmo e agilità. Che quasi mi vien voglia di confutare l’asserto, che cioè la bevibilità resti in fondo un concetto ad alto tasso di soggettività. Perché, guarda un po’,  un vino così mi sentirei di eleggerlo a paradigma della bevibilità, ché se non è bevibile Caberlot cosa è bevibile allora, in tutto l’orbe terracqueo? Questo vino è come un soffio, eppure l’incedere è sostenuto, vivido, teso.  Aggraziato e profilatissimo, quasi si “libra” nel bicchiere e ti invoglia alla riprova.  Una vitalità e una freschezza incredibili. Sono istinto e complessità. Certo che quanto a reperibilità e prezzi…. ed io, povero illuso, che avrei voluto educare il mondo a Caberlot!

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