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Un vulcano (spento) tutto attivo. Vulture, le ultime annate

Fra le denominazioni storiche del nostro Sud che più di altre, prima di altre, ha tentato (con successo) di affrancarsi da un passato circoscritto ai confini regionali, non possiamo non annoverare l’Aglianico del Vulture. La sponda lucana del celebre vitigno ellenicum , di provenienza greca (questa l’origine più accreditata al momento), non ha tardato a fornire di sé una immagine affascinante e propositiva, con una storia che ha affiancato momenti di gloriosa ed ingenua ruralità contadina (per vini tanto vibranti e schietti quanto dalla grammatica enologica un po’ libera) ad altri, più contemporanei, in cui le aggiornate tecniche agronomiche ed enologiche hanno in qualche modo reso ibrido il carattere originario dei vini del posto.

Vini che, in ogni caso, palesano orgogliosamente  – ieri come oggi – un temperamento fiero, difficilmente addomesticabile in tenerà età, con il privilegio di poter godere di felici evoluzioni nel tempo grazie alla commistione santa di terroir e microclima, ciò che innerva tannini importanti ed importanti acidità, soprattutto quando ci riferiamo a certi rilievi collinari (non è affatto raro incontrare vigneti a 500-600 metri sul livello del mare) dove le escursioni termiche si fanno sensibili e le maturazioni lente e progressive. E poi c’è l’arma in più, costituita dalle pendici laviche del vecchio vulcano Vulture (spento da secoli), fondamentale per decretare l’unicità di quei vini (oltre che dei paesaggi): una ricca e variegata composizione minerale nei terreni (che può cambiare da contrada a contrada), substrati argillo-calcarei di elettiva complicità e una base tufacea, molto porosa, quale efficace riserva idrica per le stagioni lunghe che chiede l’Aglianico, uva non solo a germogliamento tardivo ma anche a maturazione tardiva (qui dove è cosa normale considerare vendemmie novembrine).

Nel frattempo, l’incontro/scontro con i mercati nazionale e internazionale ha delineato diversi “schieramenti” stilistici. La scuola moderna, che ha fatto molti proseliti, vuole colori saturi e centralità di frutto, morbidezza e levigatezza tannica, accompagnati magari da toni dolci derivati dalle barrique di elevazione. La scuola tradizionale non rinuncia all’idea di produrre vini più eterei che fitti, più nervosi che rotondi, maggiormente giocati sul fascino della evoluzione che non sulla evidenza del frutto. Sono nati così vini intransigenti, da una parte e dall’altra, che hanno fatto strada e fatto discutere; così come sono emersi intriganti punti d’unione, perché nel frattempo, e per fortuna, sono intervenuti i salvifici aggiustamenti di tiro. Nella carrellata qui sotto il panorama attuale (quasi esaustivo) mutuato dagli assaggi miei più recenti. Un paio di cose, fra le mille, ad emergere: che intanto, per contemporaneità d’uscita sui mercati, è assai usuale incontrare Aglianico del Vulture annata insieme a selezioni che possono abbracciare due o tre annate precedenti. Le modalità di produzione, e le conseguenti ambizioni, cambiano e di molto il profilo dei vini, pur chiamandosi tutti quanti Aglianico del Vulture. Un altro aspetto, che non ho notato solo in questo caso ma che in questo caso si fa evidente, è che – “assaggi alla mano”- non sempre le gerarchie aziendali vengono automaticamente rispettate, anzi.

BASILISCO

Come sempre improntati su una tecnica sorvegliata e su uno stile piuttosto “moderno” (leggi frutto in prima linea e rovere de luxe d’accompagno), i vini di Michele Cutolo assommano quest’anno un Aglianico del Vulture 2007 fin troppo indulgente verso cliché organolettici “conciliatori” (quelli delle buone maniere e della educazione), senza peraltro venir meno ai fondamentali della tipologia, riscontrabili qui nella materica compattezza e nella solidità dell’impianto, ed un Aglianico del Vulture Basilisco 2006, leader aziendale, come sempre ambizioso, come sempre dotato della sua brava scorta di frutto (in leggero esubero), ma che con l’aria riesce a far emergere la scorza dei migliori Aglianico, in virtù dei ritorni sapido-minerali che ne stimolano lo sviluppo e di un temperamento comunque irriducibile alle velleità di un rovere insistente. Un vino da attendere insomma, ché ha materia e volontà.

BISCEGLIA

Conduzione biologica dei terreni, enologia curata, la cantina di Mario Bisceglia – realtà piuttosto recente nel panorama del Vulture – si propone con un Aglianico del Vulture Riserva Gudarrà 2003 che se da un lato offre un frutto fin troppo pimpante per l’età che ha, non tradisce il territorio se sto alla balsamicità e alla “ferrosità” del tratto aromatico. Di certo, alla spinta e alla carnosità, che non mancano, mi piacerebbe vedere associata una maggiore scorrevolezza. I toni medicinal-tisanico-iodati, nel frattempo, non giocano a favor di armonia anche se ne rivelano l’imprinting “naturale”.

CANTINE BONIFACIO

Proveniente da vigne di 30 anni situate in un’area ad alto insediamento viticolo quale quella di Venosa, l’Aglianico del Vulture La Sfida 2005 di Bonifacio non affonda il colpo sul versante della complessità ma la piacevolezza aromatica, sanguigna e seducente, e la naturalezza gustativa lo rendono vino godibile e riuscito.

CANTINA DI VENOSA

Come sempre variegata e competitiva la “pattuglia aglianica” proposta da quella che può essere considerata LA cantina sociale per antonomasia del territorio, quanto meno per numeri e importanza. Ispirati ai (o dai?) personaggi illustri che a Venosa sono nati (il poeta Orazio Flacco e il principe Gesualdo da Venosa) i nuovi rossi non tradiscono le aspettative, confortati da appigli territoriali netti, qualunque sia la “linea” produttiva di appartenenza. Così ad un Aglianico del Vulture Vignali 2007 appetibile tanto nel prezzo quanto per snellezza gustativa, risponde uno struggente Aglianico del Vulture Gesualdo da Venosa 2006, giocato sul fascino dell’evoluzione e sulla “nobiltà d’animo”, con “quarti” di garbo e raffinatezza da regalare ed uno “scheletro” balsamico-terroso-iodato-grafitico di intrigante suggestione. Così ad un Aglianico del Vulture Terre di Orazio 2006 tradizionale nell’impianto (ossuto, essenziale ed evocativo, aromaticamente affascinante) si affianca un Aglianico del Vulture Madrigale 2006 dalle tinte veraci e terrose, per arrivare poi alla etichetta più importante, l’Aglianico del Vulture Carato Venusio Riserva 2004. Di profondo “ascendente” grafitico, è vino caldo, ampio, denso, mineral-terroso, dallo sviluppo compatto. Chiede tempo per acquisire maggiore scorrevolezza, questo sì, ma il timbro fruttato nel frattempo accoglie in sé tutta la tenerezza necessaria per decretarne, fiera, la dignità.

CANTINE DEL NOTAIO

Innervata dalla travolgente passione di Gerardo Giuratrabucchetti e della moglie Marcella, l’avventura vitivinicola del “Notaio” si è fin da subito indirizzata verso uno stile moderno (centralità del frutto, tannini levigati), perseguendo un approccio biologico in campagna ed una enologia che non lasci niente al caso. Dalle vigne (alcune persino centenarie) distribuite su diverse contrade del Vulture, la cantina ricava tre selezioni di Aglianico che per contemporaneità d’uscita sui mercati vanno ad abbracciare tre millesimi diversi. Stavolta, l’Aglianico del Vulture Il Repertorio 2007 non disperde del tutto certe screziature vegetal-cuoiose, che ne veicolano lo sviluppo e lo irrigidiscono un po’; l’Aglianico del Vulture La Firma 2006 dimostra di possedere stoffa, sia pur imbrigliato da una confezione roverizzata che non scherza; alle note ematiche, erbacee, cioccolatose e caffeose risponde con una asprezza propositiva al palato, risultando tutto sommato fresco e reattivo. Infine, l’Aglianico del Vulture Il Sigillo 2005 palesa materia buona e legno fin troppo “generoso” nell’abbraccio. Attendiamo con fiducia sbocchi di maggiore dinamismo.

CARBONE

Dall’area di Melfi, alle pendici del Monte Vulture, la proposta della cantina Carbone, attiva fin dal 1974, si articola su vini di impostazione moderna, curati e “urbanizzati”. Maggiore respiro lo trovo nella selezione di base, solo acciaio, l’ Aglianico del Vulture Terra dei Fuochi 2007, che a un tratto aromatico balsamico, di terra e catrame, unisce una bocca pastosa, compatta, piuttosto tannica ma sostanzialmente bilanciata; più ambizioso, ma anche maggiormente frenato nello sviluppo, l’Aglianico del Vulture 400 Some 2007, vino erbaceo e possente, “impattante” ma in leggero debito di dettagli.

D’ANGELO

Nei vini di Donato D’Angelo il “crepuscolare” lirismo degli Aglianico più ispirati sul fronte della tipicità. Caldi, eterei, schietti e senza forzature, sono i testimoni fedeli di una viticoltura che affonda nei secoli la sua ragion d’essere. Non desta meraviglia perciò incontrare qui traduttori esemplari del terroir di provenienza. Dopo cotanta sviolinata, le trasparenze e le nudità dell’ Aglianico del Vulture Valle del Noce 2007 non si traducono stavolta -come spesso gli accade- in una tonicità esaltante. La compostezza e la fierezza restano, la punta di volatile intriga, meno sicura l’integrità delle trame all’aria.  L’Aglianico del Vulture 2007 invece propone un frutto candido, leggermente surmaturo, dentro a un naso aperto, colloquiale, alcolico. La simpatia non manca, anche se appare fin troppo “liquido” nella sua tattilità.

ELEANO

Rino Grieco si è fatto negli anni interprete sensibile di Aglianico introspettivi, senza prosopopea ed arroganza. Sfumati e seducenti, per quanto possano essere sfumati Aglianico giovani e di razza, i  suoi vini giocano  – e bene –  la carta della nudità. E se l’Aglianico del Vulture Eleano 2005, pur non ripetendo la prova esaltante del 2004, si dimostra vino da amatori grazie alle salvifiche doti caratteriali (naso intenso, iodato, “incensato”, artigiano; tannini risoluti e verve salina), l’Aglianico del Vulture Dioniso 2005 ritrova d’incanto le brillanti nuances floreali e terrose ormai timbro della casa. Compassato, nobilmente fumé, profondamente minerale, è vino intrigante, profilato, dalla struttura salda e dal finale salino. Dopo un giorno complessità e naturalezza vanno a braccetto; ottima la tenuta, grandi la reattività e la progressione.

ELENA FUCCI

Davvero esplosivi i vini di Elena Fucci. Anzi, davvero esplosivo IL vino di Elena Fucci. Eh sì, perché nel giro di poche vendemmie il “vulcanico” Titolo (nome non di fantasia, ché è quello del luogo di provenienza, che sta a 600 metri sul livello del mare, con vigne vecchie di 50 anni), unica etichetta proposta da questa piccola cantina, si è ritagliato un posto al sole nel panorama degli Aglianico che conta, e lo ha fatto grazie ad una personalità, appunto, traboccante energia. Qui però la dimensione strutturale importante non (s)cade mai in ovvietà ed immobilismi, e le sembianze moderne dei tratti niente possono contro la naturale selvatichezza della materia, che prima o poi emerge sempre. Quest’anno solo per un niente  l’Aglianico del Vulture Titolo 2007 non ripete la prova monumentale del fratello maggiore (2006). Il naso è complesso e realmente vulcanico: grafitico, viscerale, umotico, pepato, di carne e garrigue; al palato un di più di sapore ed originalità. China & inchiostro, tannino volitivo e grinta da vendere. Non la finezza ma… quando la modernità va a braccetto con il terroir.

GRIFALCO DELLA LUCANIA

L’avventura vitivinicola di Fabrizio Piccin (che ancora ricordo alla guida tecnica di Salcheto, in Toscana, fino a qualche anno fa) va indirizzandosi su canali di fiera espressività, dal momento in cui i suoi vini sembrano non tradire affatto il mandato territoriale affidatogli. Le vinificazioni separate delle uve provenienti dalle diverse contrade contribuiscono di certo a delineare meglio privilegi e peculiarità. Così è per il nuovo Aglianico del Vulture Gricos 2007, un vino di buone tonicità e compattezza. Qui succo, grinta, note di erbe amare e tannini incisivi, che hanno bisogno di tempo per concedersi quieti. Nel ricordo ho un naso balsamico, viscerale e cangiante. Nel ricordo anche un prezzo amorevole. Invece l’ Aglianico del Vulture Grifalco 2007, blend di uve provenienti dai vari appezzamenti, ad un colore accentuato associa un frutto maturo e una nota dolce in prima linea, ben contrastata peraltro dai rilievi acido-tannici; il finale è corrugato appena da certe insistenze vegetali.

LELUSI

Realtà giovane ed intraprendente, con un parco vigneti disposto a 600 metri sul livello del mare, bellamente corredato da vecchie vigne (35 anni) e da impianti più recenti ad alta densità, LeLuSi (il nome deriva dall’incontro dei nomi dei tre giovani fratelli) firma vini di precisa connotazione stilistica, calibratamente moderni, in  crescita di focalizzazione e senza troppe concessioni verso gli approdi più ovvii figli della tecnica. Ancora una volta però, e non è cosa rara qui in Vulture (almeno per quanto mi riguarda), il vino che in famiglia chiamano “di tutti i giorni” (Shesh) l’ho preferito all’ambizioso prémier vin, omonimo aziendale. L’ Aglianico del Vulture Shesh 2007 infatti, dietro un iniziale velo di riduzione, si apre su un complesso registro balsamico-terroso nel quale si inseriscono invitanti stimoli di pièrre a fusil, grafite, humus. Reattivo e tannico, dai risvolti sapidi e minerali intriganti, con l’aria si lascia apprezzare per la naturale scorrevolezza. Ed è così che la severità della prim’ora si stempera in un profilo più garbato, sottilmente pepato, con il rovere in fase ormai digestiva. Quanto all’Aglianico del Vulture Lelusi 2006 beh, diciamo che non va per il sottile: potente, terroso, tannico, lascia sul cammino tracce vegetali non propriamente fuse, e di sé una sensazione un pelo evoluta.

MACARICO

Macarico, dal greco “Macar”, ovvero “colui che è beato”. Nome impegnativo, non c’è che dire. Che poi è quello della contrada di Barile in cui sorgono i fitti vigneti di Rino Botte. Ricerca della piena maturità del frutto, enologia “aggiornata” (leggi barrique) ma grande attenzione alla salvaguardia del patrimonio genetico (no a lieviti selezionati e assenza di filtrazioni). I vini di Macarico accolgono senza eccessi i dettami di una moderna enologia e lo fanno con un vino base (Macarì) dai puntuali rimandi fruttati, più fragrante e fresco anche grazie alla raccolta anticipata delle uve, e con un primo vino (Macarico) più importante e strutturato. Quest’anno non c’è stato verso, l’Aglianico del Vulture Macarico 2006 non ci sentiva da quell’orecchio, tanto da ritenere le bottiglie assaggiate non propriamente significative. Non così per l’Aglianico del Vulture Macarì 2007, non troppo sfumato se volete ma, quale fedele interprete di una annata calda, vino corposo, compatto e tenace. Sul cammino alcune screziature vegetali; niente di grave se penso alla sostanziale sua solidità.

ARMANDO MARTINO

Prova autorevole per i vini (alcuni vini) della cantina Martino, firma storica della vitivinicoltura lucana, fra le primissime a far conoscere le potenzialità, ma forse sarebbe meglio dire il nome, dell’Aglianico del Vulture al difuori dei confini regionali. L’autorevolezza trova ampie giustificazioni nella convincente riuscita dell’Aglianico del Vulture Pretoriano (affinato in inox), proposto qui in due annate diverse: il 2007 è un vino elegante, aristocratico, dalle movenze sottili e dalla conclamata vocazione alle sfumature, che ben dissimulano la solida intelaiatura tannica; il 2005 è minerale e affusolato (per essere un Aglianico), davvero equilibrato, senza fronzoli, lungo e intenso, dalla allettante sapidità. L’Aglianico del Vulture Oraziano 2007 invece, affinato anche nei legni piccoli, dimostra buon frutto e tonicità, corpo sodo e fragrante bevibilità, senza “scomodare” però orizzonti di complessità. Infine, l’Aglianico del Vulture 2006 (il vino base che mi fece conoscere questa cantina quando ero giovanotto e studentello, capacità d’acquisto zero e la bottiglia aglianica quale fedele compagna di sogni ribelli e condivisi, soprattutto a tavola) non gioca per il sottile: ha una cadenza fin troppo matura nel frutto, che è frutto viscioloso e sanguigno. Vinoso, più largo che teso, non cerca il dettaglio e resta ai margini.

MUSTO CARMELITANO

Primi assaggi, per quanto mi riguarda, dei vini di questa cantina di Maschito, di cui ahimé poco so. Così vi posso raccontare dello stile che mi pare trapeli da entrambe le selezioni degustate: colori imperativi, frutto maturo, potenza e fittezza. Questa la via. Così l’Aglianico del Vulture Serra del Prete 2007, che nel finale per fortuna  “smuove” le trame verso più intriganti riflessi speziati; così l’Aglianico del Vulture Pian del Moro 2007, massiccio e alcolico, tutto frutto e muscoli, liquirizioso e non così agile alla beva, quantomeno in questa fase evolutiva.

PATERNOSTER

Azienda mediaticamente à la page (non senza ragioni), Paternoster vanta una storia prestigiosa, fatta di estri e primogeniture. Dopo la generazione anticipatrice e artigiana rappresentata dal padre Pino, oggi le cure del winemaker Sergio Paternoster crescono vini di smaliziata consapevolezza, compendio espressivo fra tecnica e territorio. Purtroppo, temo (e spero) che le bottiglie assaggiate del mitico Aglianico del Vulture Riserva Don Anselmo 2005, ricavato da vecchi vigneti a bassissima resa, non siano state propriamente rappresentative. Invece l’Aglianico del Vulture Rotondo 2006 mostra tanta materia, un colore cupo, una confezione ambiziosa, un frutto distillato ma anche salvifici appigli sapidi. Tonico e sostanzioso, fa un po’ fatica per il momento a liberarsi dalla marcatura stretta del rovere. Ce la farà in seguito. L’Aglianico del Vulture Synthesy 2006 invece è più “morigerato” (forse fin troppo trattenuto) nell’eloquio; compassato, serioso, accoglie in sé stimoli vegetali (a raffreddare) ed emoglobinici (a riscaldare). La speranza di dettagli ulteriori, e di ulteriori caratterizzazioni, crea attesa e fascino.

TENUTA DEL PORTALE

Qui un filo diretto, e non parlo solo di parentela, con casa D’Angelo. Nei vini di Filomena Ruppi (moglie di Donato D’Angelo) la tradizione epurata da arcaismi, per una serie di vini fieri, orgogliosamente lucani, naturalmente espressivi e a dir poco dialettici (oltre che dal prezzo amorevole). L’Aglianico del Vulture Le Vigne a Capanno 2007 ha un naso “vulcanico-cinerino” e la visceralità umotica e cortecciosa del miglior sottobosco. E’ vino coriaceo, maschio, dal fascino seducente e finto evoluto. L’ Aglianico del Vulture 2007 ha un pelo di evoluzione di troppo sulle spalle, ma non rinuncia a “sdilinquirti” grazie alla cifra balsamica dei suoi profumi e alla generosità dell’abbraccio alcolico.

TERRE DEGLI SVEVI

Dépendance lucana del Gruppo Italiano Vini, Terre degli Svevi conta su un patrimonio viticolo di cento ettari nell’agro di Venosa, e firma due selezioni di Aglianico ben confezionate, a cui magari vorremmo associate più decise “vibrazioni” territoriali. Ripetendomi per l’ennesima volta, anche in questo caso alla più ambiziosa selezione Serpara 2006, per la verità un po’ impacciata nell’eloquio, ho preferito l’ Aglianico del Vulture Re Manfredi 2006: non un mostro di finezza beninteso, ma i toni evoluti e fortemente terrosi che rilascia al gusto non chiudono gli spazi a suggestioni pepate e floreali più ariose ed invitanti.

(18 ottobre 2009)

11 Comments

  • PATISSO COSIMO ha detto:

    E´BELLO LEGGERE SULL´AGLIANICO, DALL´ALTRO UNO DEI MIEI VITIGNI PREFERITI…. OTTIMA SELEZIONE DI AZIENDE! SONO D´ACCORDO SU QUANTO SCRITTO SULL´AGLIANICO TITOLO, CHE TROVO A DIR POCO MERAVIGLIOSO…. HO AVUTO MODO DI CONOSCERE ELENA LO QUEST´ANNO A FEBBRAIO A MONACO, IN GERMANIA, E DEVO DIRE CHE SA IL FATTO SUO! GIOVANE MA GRINTOSA PER QUANTO RIGUARDA IL VINO!
    PER L´AZIENDA LELUSI, IO PENSAVO CHE IL NOME DERIVASSE DALLE INIZIALI DEI NOMI DEI TRE FIGLI DEI PROPRIETARI…..
    NEL COMPLESSO, CARO FERNANDO, HAI SVOLTO UN LAVORO OTTIMO!

  • Fernando Pardini ha detto:

    Grazie Cosimo per la lettura e , a quanto mi sembra di capire, per gli apprezzamenti. Sì il nome Lelusi deriva da quello. In realtà come vedi ce l’avevo scritto (“…il nome deriva dall’incontro dei nomi dei tre giovani fratelli”). Insomma, per incontro dei nomi intendo quello che intendi tu. Con minor chiarezza esplicativa ma quello è

    un saluto
    fernando pardini

  • Voglio esprimere il mio ringraziamento per aver voluto dedicare un ampio spazio al’Aglianico del Vulture, nelle diverse interpretazioni delle varie aziende. Ciò dimostra la grande “vulcanica” passione degli imprenditori locali e il grande sforzo per rendere piacevole uno straordinario, ma anche complesso vitigno.
    Grazie a nome mio personale e, credo, di tutto il territorio!

  • luca miraglia ha detto:

    Indubbiamente anche dalla selezione di assaggi effettuati (peraltro non esaustiva, se penso, ad esempio, ai vini dell’azienda Camerlengo, ambedue molto significativi per la tipologia) emerge la “vulcanica” e sempre più interessante realtà di questo vino che ormai, a buon diritto, mi pare rappresenti la più alta espressione del vitigno Aglianico (in uno con alcuni Taurasi).
    Purtroppo, una realtà ancora poco conosciuta fuori dai confini del nostro Mezzogiorno, e ciò dispiace oltremodo perchè si tratta di una vera chicca enologica, in grado di competere (e surclassare) un buon numero di rossi toscani o piemontesi ben più famosi!
    Complimenti a tutti i produttori, che sostengono con fatica e passione il loro lavoro in una terra difficile ma meravigliosa.
    Luca Miraglia

  • Fernando Pardini ha detto:

    Per Gerardo: grazie per la lettura, davvero.

    Per Luca Miraglia: sì, percepisco anch’io che la tipologia nn sia conosciuta per come dovrebbe, o per come varrebbe. L’istintivo ( qualcuno direbbe scontato) parallelo con toscani e piemontesi però nn mi vien da farlo. Perché amo troppo le diversità, e i reiterati raffronti a volte vedo che han portato verso pericolosi cloni stilistici che in cuor mio gradirei nn esistessero ( e mi riferisco in particolare alla “assuefazione enologica” mutuata da certe tendenze stilistiche di cui la Toscana è culla generosa). Dalle tue parole, beninteso, so che nn intendi questo, quando metti sullo stesso piano (qualitativo) Aglianico ed altri vini. Ne ho approfittato io, per lanciare un sassolino nello stagno e per ribadire una volta ancora che la meraviglia di un vitigno così, con l’unicità di un territorio così, nn meritano derive e distrazioni. Di più, non dovrebbero registrare riverenze e sottomissioni. Sta ai vignaioli del Vulture credere ( di più?) in questa unicità, senza confondersi e senza confondere; sta alla stampa di settore dimostrare nei fatti e nelle parole una attenzione maggiore verso territori meno ovvi o scontati. Non credo sarebbe sufficiente per il successo mediatico e la fama commerciale, ma sarebbe comunque un bel vedere.

    Fernando Pardini

  • Marco ha detto:

    Aglianico del Vulture molta omogeneità nella qualità delle etichette, terra benedetta per questo vitigno di grande struttura e complessità, meno fine del Taurasi ma, in compenso, meno variabile nella qualità tra produttore e produttore e tra un’annata e l’altra. E’ un vero rappresentante della viticultura del nostro SUD, grazie per aver pubblicato questo post e auguri per uno splendido 2010 a tutta la redazione di Acquabona e a tutti gli enofili visitatori!

  • Alberto Gualandi ha detto:

    Complimenti, bell’articolo per grande vitigno.Giusto per completezza bisognerebbe citare aziende che a mio parere moilto stanno lavorando nel loro piccolo,per offrire prodotti non omologati, come dicevi tu,.Prodotti non stracarichi di materia e di legno anzi eleganti ed alleggeriti espessione del territorio e non delle cantine ,rispetto a quello che si verificava negli ultimi anni.Penso ad es.a Michele Luce (ottimi), Cantina Madonna delle Grazie molto interessante ed in crescita,lo stesso Camerlengo anche Musto Carmelitano e scusate se mi sfugge qualcuno,tutti hanno anche cru di vecchie o vecchissime vigne. Per i nomi noti ,alcuni potrebbero essere grandissimi , pero’ (sempre secondo mio parere) ultimamente molte aziende hanno’ spesso esagerato con lo stile cosiddetto internazionale dando impressione in una recente degustazione orizzontale degustare vini troppo simili tra loro. oserei un po costruiti.Penso che in breve su alcuni mercati esteri tipo USA ,U.K. ecc. si premieraranno di piu’ i vini meno omologati,quelli che esprimono qualcosa di completamente diverso dal solito.Anche i sommelier devono osare un po di piu’ e proporre vini che meritano senza timore.Buone feste a tutti.

  • Fernando Pardini ha detto:

    Per Alberto: concordo appieno con le tue considerazioni in mertio alla sostanza degli Aglianico, o meglio in merito alla sostanza auspicata. Sono un pelo più scettico sul fatto che la rivoluzione del gusto nei paesi anglosassoni sia alla porta. Ma è anche vero che le analisi di mercato, soprattutto quello internazionale, sono materia poco bazzicata dal sottoscritto e sicuramente mi son perso qualcosa.
    fernando

  • Alberto Gualandi ha detto:

    Gia’ probabilmente hai ragione tu, sono stato un “pelino” ottimista riguardo alla evoluzione dei palati internazionali. Ma generalizzando ,poiche’ spesso ,chi beve in queste nazioni non ha barriere e preclusioni particolari tranne quelle che gli vengono trasmesse dagli esperti che li guidano (ai corsi,in tv o nelle degustazioni guidate ). ed alcuni di questi stanno secondo me modificando i loro parametri,e molto lentamente forse ,ma prima o poi lo trasmetteranno ai loro lettori o clienti. Salvo poi cercare di migliorare la comunicazione del nostri prodotti in modo serio, mirato e costante. Di nuovo saluti a tutti.

  • Stefano ha detto:

    E’ vero l’aglianico è un vino straordinario che riserva piacevolissime sorprese.
    In un ristorante di Castelmezzano sulle Dolomiti lucane, un paio di domeniche fa, ne ho voluto provare uno di costo medio e la scelta è caduta sul Canneto di D’Angelo del 2006.
    Vino sobrio ed esaltante allo stesso tempo, dotato di ricchezza, freschezza e tipicità olfattiva, ha accompagnato tutte le portate di un menù degustazione senza mai perdere di tenore e senza coprire il gusto dei cibi.
    Non l’ho bevuto con il dolce forse solo per pudore.
    Mezza bottiglia mi ha lasciato assolutamente sobrio ma con un’euforia interminabile che mi spinge a cliccare ovunque veda scritto aglianico del vulture.

  • Fernando Pardini ha detto:

    Beh, in effetti la vocazione gastronomica del Canneto è indiscutibile, così come indiscutibili sono le doti di tipicità. E già che ci siamo ne approfitto per dire che Canneto ( assaggiato quest’anno il 2007) non è presente nella selezione di cui all’articolo in quanto che non è un Aglianico del Vulture DOC bensì un IGT. Nessuno avrebbe da ridire se venisse annoverato fra i “fascettati”. Fra parentesi, la migliore riuscita nella gamma di etichette proposte quest’anno da Donato D’Angelo. Secondo me, eh!

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