I segni: capodanno alsaziano

Di Fernando Pardini • 13 Gen 2010 • Rubrica: Il vino in dettaglio
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A cavallo fra anno vecchio e anno nuovo le cose si sono “aggiustate” in modo tale da farmi credere che lo stupore, quale quello che si ha di fronte a una cosa bella, o buona, o semplicemente gradevole, fosse la sensazione più lontana che mi potesse capitare di provare. Una sorta di chimera insomma. Oddio, il periodo festaiolo ci mette già del suo e, come al solito, mi immelanconisce e svuota; ma questa è una storia trita, che riguarda solo me e che mi ostino a tirare in ballo ad ogni fine anno. Stavolta però certe “contingenze insistite e noiose” si sono particolarmente incaponite e i paletti tra le ruote della vita non sono mancati. E allora giù a veder di toglierli, con pazienza, uno a uno, da soli o con l’aiuto -per fortuna- degli altri. In quei momenti lì trovare qualcosa di appagante, che ti sollevi e gratifichi, senza suonare come inutilmente forzato, non è facile. E al piacere per il piacere manco ci pensi più.

Quel che è certo è che la mia incrollabile fede verso i segni della natura (fede pagana che più pagana non si può) ha avuto il suo bel daffare. Attaccata da più fronti era ormai prossima alla resa, finché un giorno, l’altro giorno, in silenzio e senza mostrine, un piccolo grande vino è riuscito a scalfire la coltre fitta delle contrarietà. Intendiamoci, quando mi sono trovato davanti quella bottiglia a tutto ho pensato men che a un sacrificio rituale prodigo di aspettative, perché da quella bottiglia nulla mi sarei aspettato. Un regalo caro certo, quello è stato, ma ciò non toglie che le sembianze non deponessero a suo favore. Conosco abbastanza bene l’Alsazia vinicola, e il fatto che quel Tokay-Pinot Gris fosse una sorta di “vino della casa” di una Hostellerie di famiglia situata a Eguisheim e chiamata Au Cheval Blanc, senza il conforto non dico di un vigneto grand cru, ma nemmeno di un lieu-dit che dir si voglia, e perdipiù con tanto di insegne ingenue a ricordarti la mirabolante medaglia di bronzo (una delle mille) conquistata al concorso mondiale di pinco pallino (non credo ai concorsi enologici, non ci posso far niente), beh, non è che mi abbia ispirato più di tanto. Al punto che mi immaginavo di già alle prese con lo stordimento stucchevole e le velleità zuccherose, tutto volume e morbidezza, di cui certi vini base alsaziani sono prodighi. Il perché abbia scelto di aprire quella bottiglia ancora non lo so. Ma l’ipotesi più attendibile sta racchiusa in un pensiero del tipo: “apriamola e non pensiamoci più, che se non altro libero un posto nella casa-cantina ormai super affollata”. O anche: “prendiamo la prima che mi capita fra le mani”. Un pensiero profondo, non c’è che dire, alla base della scelta!

E devo dire di aver preso sottogamba anche l’unico barlume di speranza che una etichetta del genere si portava in dote, ovvero il nome del produttore. Sì perché la dinastia Beyer, a Eguisheim, ha una solida reputazione, fatta di estri, primogeniture e storia, tanta storia, anche se qui parliamo di Emile Beyer, non di Leon Beyer, maison più celebre e celebrata, quantomeno mediaticamente.

Dalla nullità delle attese al colpo di fulmine, ne converrete, il passo non è di quelli da poco, eppure…. voluttuoso senza essere pesante, intenso senza essere sfacciato, in mirabile equilibrio fra frutto maturo e mineralità, quel vino è un esempio paradigmatico di purezza territoriale. Seducente, profilato, lungo ed appagante, con una vocazione gastronomica non così scontata se mi parli di Alsazia, riesce a unire d’incanto istinto e complessità. Un bianco di sontuosa bellezza insomma, ricco di sfumature, vibratile e morigeratamente dolce, una carezza setosa, giallo oro, stimolata dai profumi cangianti della frutta gialla matura (non privi di stimoli esotici), e poi agrumi freschi e canditi, miele, menta, glicine, cedro. Un caleidoscopio di umori buoni senza una sguaiatezza, solo tensione continua, innervata da una spina acida infiltrante, una spina che sostiene ed è sapore essa stessa. Un vino incredibile, melodico e armonioso, con un lascito sapido a compensare la “vena” dolce e a farti ricordare il finale di certi vini provenienti da un grand cru come Pfersigberg. Solo dopo ho appreso delle vecchie vigne che stanno alla base della cuvée. Solo dopo ho appreso che la antica, struggente hostellerie è la sede attuale della cantina di famiglia. Ah, dimenticavo un particolare: trattasi di un 1996. Un ragazzo! Crescerà ancora.

Con lui certo sono stato bene. Mi ha perfino illuso che tutto lo scuro che c’è, in fondo, sia rischiarabile. Ha rinfocolato la mia fede verso i segni (della natura) con la generosità che appartiene solamente a una amicizia. E io, che a lui nulla avevo chiesto in cambio, cos’ho da dire in proposito? Suggestione, probabilmente è stata solo suggestione. Anche se l’indomani ho contato un paletto in meno tra le ruote della vita.

(1 gennaio 2010)

Il complice: Tokay-Pinot Gris Cuvée de l’Hostellerie Au Cheval Blanc 1996 - Emile Beyer

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