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I segni: capodanno alsaziano

A cavallo fra l’anno vecchio e quello nuovo le cose si sono “aggiustate” in modo tale da farmi credere che lo stupore, quale quello che si manifesta di fronte a una cosa bella, o buona, o semplicemente gradevole, fosse la sensazione più lontana che mi potesse capitare di provare. Una sorta di chimera, insomma. Oddio, il periodo festaiolo ci mette già del suo e, come al solito, mi immelanconisce e mi svuota; ma questa è una storia trita e ritrita che riguarda solo me e che mi ostino a tirare in ballo ad ogni fine anno. Stavolta però certe “contingenze insistite e noiose” si sono particolarmente incaponite e i paletti fra le ruote della vita non sono mancati. E allora giù a veder di toglierli, con pazienza, uno a uno, da soli o con l’aiuto -per fortuna- degli altri. In quei momenti lì trovare qualcosa di appagante, che ti sollevi e ti gratifichi senza suonare come inutilmente forzato, non è assolutamente facile, e al piacere per il piacere manco ci pensi più.

Quel che è certo è che la mia incrollabile fede verso i segni della natura ha avuto il suo bel daffare. Attaccata da più fronti era ormai prossima alla resa, finché un giorno, l’altro giorno, in silenzio e senza mostrine, un piccolo grande vino è riuscito a scalfire la fitta cortina delle contrarietà. Intendiamoci, quando mi sono trovato davanti quella bottiglia, a tutto ho pensato meno che a un sacrificio rituale prodigo di aspettative, perché da quella bottiglia nulla mi sarei aspettato. Un regalo caro certo, quello è stato, ma ciò non toglie che le sembianze non deponessero a suo favore. Conosco abbastanza bene l’Alsazia del vino, e il fatto che quel Tokay-Pinot Gris fosse una sorta di “vino della casa” di una Hostellerie di famiglia situata a Eguisheim e chiamata Au Cheval Blanc, senza il conforto non dico di un vigneto grand cru, ma nemmeno di un lieu-dit che dir si voglia, e perdipiù con tanto di insegne ingenue a ricordarti la mirabolante medaglia di bronzo (una delle mille) conquistata al concorso mondiale di pinco pallino (non credo ai concorsi enologici, non ci posso far niente), beh, non è che mi abbia ispirato più di tanto. Al punto che mi immaginavo di già alle prese con uno stucchevole stordimento di zuccherosa velleità, tutto volume e morbidezza, di cui certi vini base alsaziani sono generosi dispensatori. Il perché abbia scelto di aprire quella bottiglia ancora non lo so. Ma l’ipotesi più attendibile sta racchiusa in un pensiero del tipo: “apriamola e non pensiamoci più, che se non altro libero un posto nella casa-cantina ormai super affollata”. O anche: “prendiamo la prima che mi capita fra le mani”. Un pensiero profondo, non c’è che dire!

E devo ammettere di aver preso sottogamba anche l’unico barlume di speranza che una etichetta del genere si portava in dote, ovvero il nome del produttore. Sì perché la dinastia Beyer, a Eguisheim, vanta una solida reputazione, fatta di estri, primogeniture e storia, tanta storia, anche se qui parliamo di Emile Beyer, non di Leon Beyer, maison più celebre e celebrata, quantomeno mediaticamente.

Dalla vacuità di un’attesa al colpo di fulmine, ne converrete, il passo non è di quelli da poco, eppure…. voluttuoso senza essere pesante, intenso senza essere sfacciato, in equilibrio mirabile fra frutto maturo e mineralità, quel vino costituisce un esempio paradigmatico di purezza e di territorio. Seducente, profilato, lungo ed appagante, con una vocazione “gastronomica” non così scontata se mi parli di Alsazia, riesce ad unire d’incanto istinto e complessità. Un bianco di sontuosa bellezza insomma, ricco di sfumature, vibratile e morigeratamente dolce, una carezza di seta color giallo oro, stimolata dai profumi cangianti di frutta gialla (non privi di stimoli esotici) e poi agrumi freschi e canditi, miele, menta, glicine e cedro. Un caleidoscopio di umori senza una sguaiatezza, solo tensione buona, innervata da una spina acida infiltrante, che sostiene ed è sapore essa stessa.

Un vino incredibile, melodico e armonioso, con un lascito di sapidità a compensare la “venatura” dolce e a farti ricordare certi vini provenienti da un grand cru come Pfersigberg. Solo successivamente ho appreso delle vecchie vigne che stanno alla base di questa cuvée, e che la antica, struggente hostellerie è l’attuale sede della cantina di famiglia. Ah, dimenticavo un particolare: trattasi di un 1996, un ragazzino. Perché crescerà ancora.

Con lui sono stato certamente bene. Mi ha perfino illuso che tutto il nero che c’è, in fondo, sia rischiarabile. Ha rinfocolato la mia fede verso i segni (della natura) con la generosità che sola appartiene a un’amicizia. Ed io, che a lui nulla avevo chiesto in cambio, cosa ho da dire in proposito? Suggestione, probabilmente è stata solo suggestione. Anche se l’indomani ho contato un paletto in meno fra le ruote della vita.

(1 gennaio 2010)

Il complice: Tokay-Pinot Gris Cuvée de l’Hostellerie Au Cheval Blanc 1996 – Emile Beyer

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