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Podere La Cerreta, dove ti ricaricano le “pile”

Il Podere la Cerreta, condotto dalla famiglia Mazzanti (l’omonimia con lo scrivente è puramente casuale), si trova a Sassetta in una meravigliosa valle dell’entroterra della provincia di Livorno distante solo 15 chilometri dal mare di San Vincenzo; Daniele, il capo famiglia, è un personaggio incredibile, sprizza vitalità da tutti i pori e ti conquista con una simpatia e veracità fuori dal comune.

Capitato al podere in un torrido pomeriggio estivo, un breve giro della proprietà e qualche domanda fatta al fresco di un gazebo sorseggiando un liquore casalingo a base di marasche, svelano subito che i vini sono una parte importante dell’attività ma non la principale. Il podere, si estende su circa 75 ettari (di cui 4 di oliveto e 8 di vigneti) ed è un agriturismo vero – bio dal 1986 e biodinamico dal 1999 – a ciclo differenziato e a circuito chiuso poiché completo di tutti gli animali, frutta e verdura necessari per essere autosufficienti – “…ci mancano solo caffè, zucchero di canna e farina…” – viene orgogliosamente sottolineato. Dalle materie prime vengono successivamente ottenute una serie di leccornie: affettati ed insaccati (maiali di cinta senese e bovini di razza maremmana), latticini freschi e stagionati, verdure sottolio e sottoaceto, marmellate, olio e ovviamente vino. Tutto questo bendiddio è poi sapientemente usato per preparare i pasti degli ospiti dell’agriturismo. Manca solo il mulino di una famosa pubblicità ed il quadro è perfetto: tutto quello che di buono può trasmettere un posto e le persone che vi abitano c’è.

Il vino viene prodotto solo dal 2002 (potremmo dire vino bagnato, vino fortunato…) su tre vigneti dal terreno sabbioso/argilloso di matrice silicea e ricco di ferro, favoriti da un microclima eccezionale influenzato dalla brezza marina e dall’esposizione collinare.

I vitigni impiegati al momento sono sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, vermentino e un po’ di alicante ma, dal prossimo anno, dovrebbero entrare in produzione anche foglia tonda, barsaglina e colorino per completare il progetto dei vitigni autoctoni vinificati in purezza e raggiungere così una produzione di circa 25.000 bottiglie. Un progetto coraggioso che punta su prodotti di nicchia in barba ai soliti vini stereotipati, decisamente in controtendenza ad un mercato in crisi come quello attuale preoccupato piuttosto ad inseguire il gusto della massa dei consumatori.

I vini, provenienti da agricoltura biodinamica e lavorati cercando di intervenire il meno possibile in cantina (no lieviti, coadiuvanti, filtrazione e chiarifica), sebbene giovani hanno mostrato la necessità di “sgranchirsi” un po’ le gambe prima di raggiungere l’apice dei profumi. In questo caso il termine biodinamica è proprio azzeccato nelle singole parole che lo compongono: questi vini, infatti, hanno una vitalità ed un dinamismo tali da cambiare molto nel giro di qualche ora. All’inizio appaiono piuttosto chiusi, con possibilità di avvertire anche qualche puzzetta qua e là, ma piano piano emergono ben altri profumi e proseguono con variazioni da cogliere costantemente (occhio alla quantità!). Da notare sulle (contro) etichette l’avvertimento “senza solfiti aggiunti” ad avvalorare la filosofia di cui sono permeati.

Matis i.g.t. 2008: vermentino in purezza, 12,5% alc. Il bianco di casa è un vino onesto senza difetti ma nemmeno particolarmente interessante, almeno questa è stata l’impressione avuta dalla bottiglia che ho assaggiato qualche mese dopo la visita per dare tempo al vino di assestarsi dopo l’imbottigliamento. Giallo paglierino dai riflessi più dorati si presenta con un naso piuttosto scarico, con accenni agrumati ed esotici e con note vegetali di salvia e finocchio selvatico. Sul finale sentori più mielati. In bocca l’insieme risulta piacevole, equilibrato, rotondo e di buon corpo, mostra un’interessante sapidità, ma con una lunghezza modesta. Nel complesso una discreta performance corale le cui singole voci sono difficilmente individuabili.

Solatìo della Cerreta i.g.t. 2005: 80% sangiovese, saldo di merlot e cabernet sauvignon con una piccola aggiunta di alicante, 13% alc. Il rosso “base” può vantare una resa delle uve di 40 quintali per ettaro ed un affinamento di un anno in botti e 10 mesi in bottiglia. A discapito degli anni la gioventù è ben visibile nell’unghia violacea che si sfuma dal corpo porpora intenso e vivido. Profumi soffusi di marasca e mora si intrecciano a note vegetali e a delicati terziari di cuoio e cioccolata. Piacevolmente corrispondente e beverino chiude leggermente caldo e con una punta di rusticità che non dispiace.

Rio de’ Messi i.g.t. 2005: 80% cabernet sauvignon, 20% merlot, 13,5% alc. Il terreno siliceo argilloso con forte presenza di scheletro, una resa per ettaro di soli 25 quintali di uva ed un affinamento di 16 mesi di barrique e 18 di bottiglia dimostrano senza mezzi termini l’importanza di questo vino. Rosso scuro tendente al violaceo, brillante e trasparente nonostante l’essenza materica percepibile al lento girare nel bicchiere. Al naso si presentano subito note fruttate di marasca e mirtillo accompagnate da un inusuale ricordo di barbabietola piuttosto che la classica vaniglia. Aromi vegetali inclini al balsamico anticipano le scure note di cuoio su sfondo di tabacco, cioccolata ed inchiostro. La bocca avvolgente evidenzia anche leggeri sentori di ruggine e goudron ad articolare la già vasta pletora di profumi; i tannini sono presenti ma non invadenti mentre un notevole nerbo acido aiuta la spinta e la beva lasciando lentamente il passo ad un leggero ritorno alcolico.

Sinceramente non mi intendo di forze magnetiche naturali, bioarchitettura e quant’altro prenda in considerazione l’interazione tra le forze della natura e l’uomo, ma in quelle 4 ore che sono rimasto al podere ho potuto percepire un’energia positiva, una sensazione di benessere, di contatto con la natura che raramente avevo provato. Una chicca per chi cerca un angolo di paradiso campestre a due passi dal mare, un rimedio sicuro per chi vuole rigenerarsi!

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