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Tenuta di Bibbiano. 40 anni e non sentirli

Per tutti coloro che nei vini sono alla ricerca di sobrietà e misura, declinate magari secondo fondamenta eleganti, la Tenuta di Bibbiano della famiglia Marrocchesi Marzi -da Castellina in Chianti– rappresenta un approdo sicuro. Quarant’anni di storia consapevole sono lì a testimoniarlo. Un operato discreto e mai inutilmente sbandierato il loro, a disegnare vini sempre e comunque rispettosi della tradizione e a giocarsi le carte della serietà e della identità stilistica, prerogative importanti, casomai faticose da raggiungere, senza le quali il futuro apparirebbe assai più incerto, se solo guardiamo al mare agitato dei mercati attuali.

Da una famiglia invaghitasi della propria terra, da cinque generazioni “di stanza” a Bibbiano, l’affidamento delle sorti enologiche aziendali non poteva che andare ad un uomo che lungo tutta una vita -pure lui in silenzio e senza compagnie cantanti- ha dimostrato amore incondizionato per il Chianti e per una certa idea di sangiovese: Giulio Gambelli, mastro assaggiatore di veronelliana memoria. Qui a Bibbiano, correva l’anno 1969, ha iniziato la sua carriera da “solista”. Grazie a una visione enologica essenziale e dalle poche regole certe, sono spesso nati vini emblematici, schietti e puri, che pur avendo sofferto gli anni della rivisitazione in chiave muscolare del Chianti Classico, immancabilmente riaffiorano oggi con tutto il bagaglio di coerenza ed espressività senza fronzoli di cui sono “portatori sani”, in tempi nei quali per fortuna il barlume della ragionevolezza sembra battere un colpo, ciò che porta nuovamente ad innamorarsi delle differenze e a diffidare dalle omologazioni.

Bene, il 40° compleanno della tenuta (il 40° dai primi imbottigliamenti si intende), celebrato qualche mese fa a Bibbiano, è stata l’occasione giusta per fare il punto, onorare le strade intraprese, immaginarsi il futuro e reincontrare il grande Giulio, naturalmente assieme ai proprietari, impersonati oggi – sono le generazioni nuove- dal giovane Tommaso Marrocchesi, e al nuovo staff tecnico, capitanato dall’agronomo Stefano Porcinai, dal 2001 anche enologo di riferimento.

La verticale commemorativa ha offerto diversi spunti di riflessione ma, una volta ancora, ha portato con sé una puntuale e apparentemente anacronistica conferma: ben vengano gli studi e le consapevolezze, che pure hanno consentito un benefico aggiornamento delle tecniche agronomiche ed enologiche, ma se c’è una terra che ha qualcosa da dire te la dice comunque, indipendentemente dallo stato dell’arte in materia. L’eco qui a Bibbiano è arrivata fino ai giorni nostri; la voce è forte e chiara: se ti avvicini a certi vini degli anni ’70 e dei primi anni ’80 hai la sensazione di trovarti di fronte a struggenti testimonianze di pura chiantigianità (io li chiamerei vini “partigiani”). Vini dal fascino antico, fintamente disadorni eppure ricchi di sfumature e vibrazioni sottili, che riescono a distanza di anni a non disperdere dettaglio e vivacità. Sono vini fieramente attuali, paradigmatici di un percorso e di uno stile. E per questo imperdibili.

E se negli ultimi tempi, con il progressivo reimpianto dei vigneti, i rossi vanno esprimendosi secondo un godibile registro fruttato ma spuntano forse una minore complessità tannica rispetto al passato (pur senza farsi mancare la tipica rotondità e il tipico candore dei vini di Bibbiano), discorso a parte merita Vigna del Capannino, prezioso cru il cui patrimonio genetico risale agli anni ‘50-‘60 e le cui uve originarie sono quasi sicuramente cloni di sangiovese grosso. Qui la solidità strutturale si fa più evidente: ci stanno energia, tempra e stimoli sapido-terrosi a rendere il sorso complesso e il vino caratteriale.

La panoramica ha toccato quattro decadi, spaziando dal Chianti Classico “base” al Chianti Classico Montornello (derivante da uno dei due versanti in cui si collocano i 20 ettari di vigna della proprietà) fino al Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino, nato ufficialmente con la vendemmia ’90. Uno sforzo lodevole per cercare di rappresentare al meglio, attraverso le bottiglie che più hanno resistito alle insidie del tempo, la storia di Bibbiano. Fra i ricordi miei più belli, oltre a vini come Chianti Classico 1973, CC Montornello 1983, Capannino 1990 e Capannino 1999, le “occhiate” e le smorfie di Giulio Gambelli, uomo notoriamente schivo e restìo alle parole. In particolare mi è rimasto impresso un gesto: fin dal primo assaggio mi era parso che il Chianti Classico 1973 si trovasse in uno stato di grazia particolare ( sì, in quel vino coesistevano armoniosamente la filosofia “gambelliana” e il terroir di Bibbiano), ma solo dopo che Giulio mi ha strizzato l’occhio, indicando col dito il bicchiere di ’73, e nel tempo piccolo di un sospiro mi ha sussurrato: “bòno!”, ho capito che la mia intuizione aveva una ragion d’essere. Mai scambio di vedute fu più prodigo di sottintesi! Mai silenzio più esplicativo.

Chianti classico 1973

Vivo, struggente, di profondo ascendente minerale, porta in dote una florealità mai sopita e i balsami del bosco in compendio arioso e sfumato. In bocca è felpato e carezzevole, in mirabile equilibrio, con una acidità portante e saporita. La beva nel frattempo si fa irresistibile, l’idea di purezza cristallina. Ci saranno anche uve bianche qua dentro, ma che vino!

Chianti classico 1975

Fin dal colore esprime una tonicità di frutto superiore rispetto al ’73, e infatti la trama dei profumi qui è a “maglia più stretta”, pur non offrendo le sfaccettature del fratello maggiore. L’attacco di bocca per contro è più evoluto delle attese: c’è grinta, ma il tatto non è idilliaco. Con l’aria ecco le note speziate, il cardamomo, l’anice e la china. Il quadro aromatico si arricchisce, facendosi cangiante e propositivo, eppure non si stempera la rugosità al palato.

Chianti classico 1980

Bella profondità aromatica, suadente la nota balsamica, confortevole l’umore del sottobosco. Flemmatico, asciutto ma non asciugato, mantiene ritmo, pulizia e leggiadria. Bel sorso, di fiera dignità territoriale.

Chianti Classico Montornello 1983

Sfaccettato, tonico, minerale, struggente, espressivo, elegante, un vino di incredibile portamento e ottima trama tannica. Sul fondo del bicchiere gli agrumi. Ispirato e puro.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1990

Pietra spaccata (quasi vulcanico l’ardire), timbrica elegante e originalità aromatica. Tonicità e spinta, spessore tannico, energia modulata dalla sostanziale finezza dell’impianto. Il ventaglio aromatico, ossigenandosi, diventa caleidoscopico, spaziando dalle foglie ai fiori. Ottimo bicchiere.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 1999

Pienezza, frutto, tonicità, speditezza. Elettiva sapidità e tanto carattere. Volitivo senza essere sgraziato o irruento. Brunelleggia, questo sì, ma con sentimento e savoir faire.

Chianti Classico Riserva Vigna del Capannino 2001

Alcolico e determinato, non si rilassa e resta rigido. Paga forse troppo una integrazione coi legni non proprio amorevole. Si concede poco, e l’aria non ne scalfisce la ritrosia.

Chianti Classico Montornello 2007

Buona freschezza aromatica, note minerali, piacevolezza, ordine e pulizia. Realmente godibile e bilanciato; frutto cordiale, rosso e succoso. Non la complessità.

Le foto, nell’ordine: vigneti (e oliveti) a Bibbiano; foto di gruppo in un interno – Giulio Gambelli (seduto), Tommaso Marrocchesi (a destra), il giornalista (o giornalaio come ama definirsi) Carlo Macchi (quello con la maglia da rugby), Stefano Porcinai; decanter in attesa sul focolare (spento); vecchie bottiglie.

2 Comments

  • Edoardo ha detto:

    Bibbiano è davvero, nella sua umiltà e modestia, uno dei migliori chianti classici in assoluto… Voi eravate solo in quattro, e con tutte quelle splendide bottiglie aperte, un posticino in più magari si trovava ! : )

    Complimenti !

  • Fernando Pardini ha detto:

    Solo in 4…. apparentemente, caro Edoardo! Ma ben al riparo dalle certezze dell’ obiettivo si nascondevano quel giorno altre 15 persone, o giù di lì. Perciò le bottilgie aperte sono state onorate, hai voglia te!….
    fernando pardini

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