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“Senza zucchero”, tredici racconti in odore di caffè

Non ho sempre amato il caffè. Da piccola l’odore forte e penetrante spesso mi infastidiva e il ricordo del mio primo assaggio è stato per molto tempo uno shock per il mio palato che preferiva incontrarsi con una enorme tazza di cioccolata calda, fumante e ruffiana piuttosto che con quell’estranea piccola tazzina piena di un liquido amaro che nessuno zucchero riusciva a rendere dolce abbastanza. E altrettanto traumatico fu il giorno in cui i miei genitori decisero che io e mio fratello eravamo abbastanza grandi da bere il caffellatte al posto di latte e cioccolata (o meglio latte e la polverina della Nestlè). Sono stati sorsi amari quelli da digerire. Il gusto amaro delle poche gocce di caffè sembravano non volermi abbandonare per tutto il giorno. E nessuna merendina ne stemperava il ricordo.

Con il passare del tempo, rendendomi conto che i miei genitori non avrebbero cambiato idea, iniziò a prospettarsi davanti ai miei occhi una vita di amare mattine. Ma poi, con mia grande meraviglia, un giorno che riuscii a saltare in pieno la colazione… beh, quel giorno quel sapore così odiato mi mancò. È proprio vero che tra amore e odio il confine è davvero molto piccolo, stanno lì e non sai mai quando ci sarà l’uno o l’altro. Puoi solo rimanerne sorpreso. E accettare ciò che viene. Ed io ho accettato uno degli amori più lunghi della mia vita: il caffè. Prima dolcificato con ogni tipo di zucchero e poi, spinta da input di diete adolescenziali che con me poco funzionavano, senza. Il primo giorno in cui lo bevvi senza fui letteralmente terrorizzata. Temevo che non sarei riuscita a deglutirlo e che anzi avrei inondato i miei sfortunati compagni di bevuta con schizzi scurissimi.

Decisi perciò di prenderlo da sola, relegata in un angolo del bar, con il viso rivolto verso la parete per ogni eventualità. Al primo sorso ero pronta al peggio. Il calore del caffè e il suo sapore intenso mi riempirono tutta la bocca, ma niente di quello che aspettavo si stava verificando. Anzi, le mie papille gustative abituate a sapori morbidi e ammiccanti sembravano ricevere con gioia quella decisa e forte new entry. E così continuai a berlo. Lì. E anche in altri luoghi. Per anni e anni. Facendolo diventare un elemento indispensabile della mia vita. Fatto con la moka o espresso. Alle volte ristretto, alle volte doppio. Ma rigorosamente senza aggiungere niente. Sì purtroppo sono una purista. Non mi piace niente che possa variare il sapore del caffè. Che mi possa impedire di gustare le sfumature tipiche delle differenti miscele, le differenti tostature, le macinature. Quindi banditi latte e zucchero. Niente mescolanze. Ciò che è bianco resti da una parte e ciò che è nero resti da un’altra. In questo razzismo del gusto l’unico bianco ammesso è il colore della tazzina.

Data la mia predilezione non potevo che innamorarmi di un libro trovato per caso tra gli scaffali della mia libreria preferita. Un po’ sommerso da altri libri, sono riuscita a notarlo dalla copertina grigio acciaio dove si delineava la forma ben definita di una macchina per il caffè. Beh, la curiosità era troppa e preso il libro in mano ho scoperto il titolo che in poche parole diceva tutto: “Senza zucchero – tredici racconti in odore di caffè”. Edito da Avagliano Editore, il libro è un’antologia dei migliori racconti del premio letterario organizzato a Modica dalla Caffè Moak l’anno scorso. Scritte da vari autori, molte delle storie sono dislocate nel tempo e nello spazio creando una specie di prisma sfaccettato che riflette le emozioni dei protagonisti tanto varie quanto le sfumature brune del loro comune denominatore: il caffè. E di un caffè rigorosamente senza zucchero.

Come in un viaggio spazio-temporale veniamo catapultati improvvisamente con la protagonista di Cafezal a guardare meravigliati le distese piantagioni di caffè di un Brasile del passato. A non capire una terra straniera. A sposare un uomo per corrispondenza per sfuggire ad una storia sbagliata. A non accettare la perdita di due figli appena nati. A vivere nel caffè, vedendo “solo le foglie frastagliate delle palme e poi caffè, ancora caffè” come fosse una prigione inespugnabile. Ma dalla prigione poi nasce la sua libertà, la scoperta della sua vita e dell’amore per uomo che aveva sposato ma che sposa di nuovo e veramente in un mattino d’ambra “con l’odore di caffè che saliva dai bar” a fare da testimone. E nel caffè sorge anche la rivelazione di una terra che le è entrata dentro e che non può negare alla figlia come eredità dell’identità del padre.

Viaggiando tra le pagine ci troviamo anche noi tra i clienti di un bar di periferia dove ogni mercoledì una strana signora racconta a poco a poco piccoli pezzi della sua vita. Ascoltando le sue vicende, in un primo momento oggetto di derisione, gli avventori abituali del bar, “quelli del gruppo sesso e sport” riscoprono un’inaspettata sensibilità e una nuova capacità di provare emozioni per le vicende degli altri. In La donna del mercoledì il caffè diventa gradualmente un momento per prestare attenzione alla vita di chi ti sta intorno e per poi svelare se stessi togliendosi le maschere e facendosi assaporare netti e sinceri come il sapore di quella bevanda quotidiana che diventa un magico siero della verità.

E non possiamo non percepire il sapore del caffè amaro come la morte di Vinci in Zona di guerra. Nel racconto, la preparazione del caffè mentre si studia una strategia di trincea non è solo il fisico desiderio di una bevanda calda e forte, bensì è anche la ricerca di una normalità in un odore, un sapore, un gesto di casalinga quotidianità. Ma è comunque una quotidianità surreale e crudele dove tra un sorso di caffè e un altro si può uccidere il nemico per poi restarne uccisi l’attimo dopo. E se ci sono domande a tutto questo non ci sono risposte perché “è che la vita presa per ogni istante è solo un sapore, uno, che spesso non possiamo scegliere” scrive il tenente Corsini alla madre del caduto. Ed è un sapore intenso e ineluttabile. Come un caffè forte e, come la vita, alle volte amaro.

Il caffè diventa quindi simbolo di un destino intenso “quasi sempre crudele, amaro. Senza zucchero,appunto” si sottolinea nel retro del libro. Beh, un’opinione forse ancora più amara del caffè stesso a mio parere, poiché benché le storie narrate siano tutte caratterizzate da un certo sapore acre, esse presentano la vita con tutta la sua gamma di aromi che ogni giorno viviamo nei momenti delicati o extraforti e il nostro miscelarsi con la gente con le nostre azioni, le parole e tutte le emozioni quotidiane. Perché così come il caffè, ogni giorno è sempre lo stesso degli altri ma anche sempre diverso e speciale rispetto agli altri. E nella sua intensità, sia essa dolce o amara, sappiamo che abbiamo vissuto.

3 Comments

  • alberto molinari ha detto:

    avete mai assaggiato il vero caffèHAITIroma ? è un expresso che non si dimenticherà ciao a tutti

  • Ferdinando ha detto:

    Bella recensione, grazie

    viva viva il caffe’ amaro !

    Ferdinando

  • Piero Strada ha detto:

    Vorrei esprimere un concetto a metà tra una considerazione e una provocazione.
    Il caffè come filosofia.
    Tutto quello che deriva dalla natura come una miscela, un distillato, un prodotto lavorato, rappresenta per l’uomo un’archetipo nel quale egli trae giovamento dal ri-congiungimento con la Natura. Uno di questi archetipi più forti e riusciti è il caffè (dopo il vino). Il legame con la natura non è diretto, ma comunque ancestrale; più si affina il palato ad un certo gusto, più lo si allena, più ci si eleva e ci si innalza. Dopo molto allenamento, come nelle pratiche tantriche, il risultato è sorprendente. Vuoi metterci lo zucchero? Fai pure. Come ogni filosofia che si rispetti, anche quella del caffè deve produrre lo scontro dialettico. Sì, è vero, ti hanno trovato la pressione alta e dovrai passare obbligatoriamente all’orzo..Scorza d’arancia, e il viaggio continua…

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