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La Galleria di Sopra, raffinati sapori nel cuore di Albano Laziale (RM)

La storia di Albano si lega a doppio nodo con la storia di Roma, dalla leggenda della fondazione e poi la distruzione di Alba Longa, attraverso la sfida tra Oriazi e Curiazi, il declino del ‘600 e la successiva rinascita nel XII secolo. Possedimento papale dalla fine del XVII secolo, conserva tutt’oggi una residenza della Santa Sede e proprio all’opera di papa Urbano VIII sono legate due suggestive strade alberate, dette “Galleria di sopra” e “Galleria di sotto” che costeggiavano Villa Barberini e collegavano Castel Gandolfo con Albano Laziale.

E’ proprio al centro di Albano, all’interno del perimetro di un antico granaio del 1600, che Andrea e Claudio Carfagna hanno dato corpo alla loro passione aprendo un delizioso ristorante che prende il nome proprio da una di quelle storiche strade: La Galleria di Sopra.

Sono stati degli amici a suggerirmi questo locale (il famoso passaparola…), ma confesso che quando mi hanno detto “lo trovi su tutte le guide” sono andato a sbirciare su un paio di questi breviari del gusto, volumi non sempre in linea con le mie preferenze anche se in genere affidabili. Le valutazioni erano tutte positive e cariche di parole incoraggianti, così sono passato al successivo grado di indagine che ho l’abitudine di utilizzare, la ricerca in rete dei giudizi spassionati che spesso popolano blog e portali a tema da parte di appassionati e gourmet. Oltre a trovare ancora opinioni entusiastiche e commenti favorevoli, ho trovato il sito ed ho fatto una visita virtuale alla location, al menù ed alla carta dei vini. Le immagini erano molto invitanti, per non parlare della sezione gastronomica, così ho proseguito fino alla pagina della prenotazione on-line ben intenzionato a garantirmi un tavolo per la serata, ma purtroppo il sistema non mi consentiva di concludere la transazione. Deciso a godermi buona parte di quelle prelibatezze ormai confermate da troppe voci, ho telefonato appuntandomi l’idea di comunicare al titolare il piccolo problema informatico.

Arrivati in loco, ci accoglie Andrea con un garbo che subito mette in chiaro l’attenzione posta nei confronti dei clienti in termini di cortesia e disponibilità. Ci accomodiamo e ci guardiamo intorno colpiti dai dettagli d’arredo e dall’atmosfera dell’ambiente, calda e rilassante, sobria ma elegante. Ci porta i menù, che già avevamo avuto modo di studiare da casa, ma ci annuncia che alcune preparazioni di pesce, a causa del maltempo contingente, sono state necessariamente cambiate per le diverse disponibilità del mercato ittico (fornitura sempre fresca acquisita giornalmente in asta).

Così i gamberi rossi che tanto mi intrigavano restano una leccornia da rimandare alla prossima visita e ci lasciamo guidare dai suggerimenti rassicuranti di Andrea, che nell’attesa ci offre degli arancini espressi molto ghiotti.

Come antipasti scegliamo una frittura di mare servita con maionese di rafano, crema di rapa rossa e gelatina al limone e una cupolina di polpo verace su letto di patate e aceto balsamico con crostini all’olio d’oliva e broccoli. Il polpo è morbidissimo e delicato, la purea di patate l’accompagna con l’agrodolce del balsamico e le piccole cime di broccolo sono uno sfizio gradito. Nell’altro piatto, su una foglia d’alga, è composta con geometrica precisione e armonia la piccola frittura di cozze, calamari e filetti di pesce; definire fantastico questo piatto risulta strano, ma è cosi.

Non si avverte alcuna untuosità, i bocconi sono fragranti e leggeri, realizzati senza pastella e con il solo uso di farina di mais; il tocco delle salsine abbinate è una sorpresa gustativa originale e azzeccata. Ormai sono in balìa di un preparatissimo anfitrione e accetto di buon grado il primo calice di vino, un ottimo sauvignon blanc, che in completa trance gustativa dimentico di identificare, ma che si abbina ottimamente grazie alla verve aromatica che sposa la creatività delle portate.

Ormai conquistato mi predispongo alla degustazione dei primi piatti, che dopo un’attesa né breve né lunga, arrivano fumanti.

Spaghetti alle arselle con punte di asparagi saltati in Malvasia delle Lipari e gnocchi verdi di patate con un ragù bianco di tracina al mandarino e mentuccia. Non mi sorprende ritrovare il contrasto amabile del mandarino e della mentuccia con la sapidità giusta del pesce, gli gnocchi sono morbidi e l’amalgama d’insieme è gustosa. Gli spaghetti sono fedeli al medesimo cliché ed intriga il palato con il sapore prelibato e salmastro delle arselle a confronto con la dolcezza della Malvasia, eravamo in due e non abbiamo convenuto su quale fosse il piatto più buono … ancora pareggio.

Mentre ci cambiano ancora le posate, sorseggio il vino che Andrea nel frattempo aveva proposto come seconda mescita, un prodotto più strutturato che non conoscevo, ma stavolta approfondisco: il Colle dei Marmi dell’azienda Le Rose; un blend di uve autoctone e biologiche dei Castelli Romani: selezione di fiano (80%) e di trebbiano verde (alias verdicchio). Mi spiegano che l’azienda è molto giovane, nata nel 2003 e gestita dalla famiglia Piccarreta nel territorio di Genzano. Il Colle dei Marmi permane inizialmente sulle fecce acquisendo struttura, subisce un illimpidimento naturale senza filtrazione e passa qualche mese in legno. Gli aromi sono ben amalgamati, colgo la pera matura, il melone bianco e l’ananas, ma anche gelsomino e note minerali. Ma è il gusto che più mi convince, specie nell’abbinamento alle pietanze, con una sapidità marcata ed una freschezza tonica che pulisce la bocca; complesso e robusto tiene “botta” di fronte a piatti di indubbia personalità.

Ce lo conferma la portata di secondo, tonno rosso servito su un tappeto di lenticchie, con puntarelle e un ristretto di nocciola, che divoriamo con avidità compiacendoci ancora nella ricercata dicotomia tra la componente salata del pesce e quella mielosa della riduzione di nocciola. Di contorno verdure selvatiche, tra cui cicorietta di campo e borragine, ripassate alla vaniglia, immancabile conferma di quello che sembra essere il leitmotiv stilistico di questo menu: l’impronta agrodolce.

E, dulcis in fundo, un piccolo soufflé al cioccolato con cuore caldo al fondente, una prova impeccabile del giovane e talentuoso chef Claudio Carfagna su questo dessert  che di fatto è un test di bravura per ogni cuoco.

La serata volge a conclusione, io sono ammirato dalla genialità degli accostamenti, dalla ricercatezza delle materie prime grazie alle quali si riconosce appieno il territorio, dal servizio impeccabile e accurato che ho notato nell’attenzione ai particolari, come il cestino del pane sempre rimboccato di diverse tipologie. Andrea è stato un impagabile padrone di casa e, per chiudere in bellezza, mi accompagna in visita nelle grotte del 1600 che, sotto il perimetro del ristorante e ben oltre fino al confine con le proprietà vaticane, si sviluppano ramificate e in progressiva ristrutturazione. Qui, a temperatura e umidità controllate, riposano le bottiglie della cantina, molte sono le nicchie e una sarà riservata alla conservazione dei formaggi, altro pallino di Andrea, mentre un’ala sarà presto dedicata a piccole degustazioni a tema. Nel risalire, “rimedio” anche un assaggio di rum, una “cosa buona” che mi accarezza il palato con una complessità aromatica dolce, ma non stucchevolmente mielosa, con un contrasto fumé accennato e un ritorno ammandorlato. Un rum, il Sea Wynde, prodotto dal blend di cinque diverse distillazioni della Jamaica e della Guyana, senza aggiunta di caramello e realizzato per la “Royal Navy” britannica … un epilogo davvero di classe.

Ci accomiatiamo da Andrea e da questo bel ristorante, dove torneremo certamente, dopo un conto adeguato al livello del servizio offerto (90€ complessivi per i due coperti) e segnalo ad Andrea il piccolo inconveniente che mi ero appuntato per la prenotazione on-line … nessun problema, presto il sito verrà rinnovato e sviluppato. Una stretta di mano, un sorriso e un bel ricordo in più.

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