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I tè neri africani

Quando si pensa al tè, i paesi che vengono alla mente sono la Cina, il Giappone e l’India. Indubbiamente è proprio in quelle zone che la sua tradizione nasce e dove si concentra la maggior parte della produzione mondiale. Quello che però non tutti forse sanno è che esistono degli ottimi tè provenienti da regioni diverse dall’Asia centro-orientale. In particolare, gli appassionati dei tè neri non dovrebbero perdersi il piacere di scoprire le varietà africane.

La prima volta di un tè africano – specialmente se si è nella giusta disposizione d’animo – può essere un’esperienza esaltante. Sia nel colore, che nell’intenso profumo e nel gusto forte, si riconosce la forza del sole e si avverte la magia di quelle terre lontane. Nei freddi mesi invernali, una colazione accompagnata da un tè africano ci dà l’energia e il calore interiore di cui abbiamo bisogno, portando dentro noi un po’ di quel calore di cui si sono avidamente nutrite le foglie quando ancora erano attaccate alla pianta negli altipiani dell’Africa.

Non si pensi che il tè africano sia una rarità per pochi eccentrici appassionati; negli ultimi decenni la produzione da quel continente è costantemente aumentata in quantità e migliorata in qualità, raggiungendo numeri di tutto rispetto; ad esempio nel 2007 il Kenya si poneva al terzo posto nel mondo, dopo Cina e India, con 370 migliaia di tonnellate (fonte The Economist). Dall’Africa provengono inoltre due infusi che però bisogna fare attenzione a non confondere con il tè, sebbene vengano designati impropriamente a volte come “tè rosso”; si tratta del Karkadé (fiori di Ibiscus) e del meno noto Rooibos, un arbusto che cresce soprattutto in Sudafrica.

Tra i molti validi tè africani, abbiamo scelto di presentarne tre, che per le loro caratteristiche ci sembrano abbastanza significativi.

Kenya Kaproret. Il nome di questo tè nella lingua locale significa “fico”, e in effetti il suo gusto è decisamente forte e fruttato, anche se forse sono le note di rosmarino a prevalere. Viene coltivato sulle pendici montuose e sugli altipiani del Kenya, come tutti i tè africani è molto intenso, profumato, con un bel colore tendente all’arancio. Secondo la denominazione internazionale per i tè neri, il Kaproret è di qualità GFOP, che sta per Golden Flowery Orange Pekoe. Vediamo di spiegare questa sigla. Innanzitutto bisogna dire che si tratta di un tè a foglia intera; pekoe significa che sono usate le foglioline apicali più tenere, grandi fino a 4 centimetri; flowery orange è la qualità più pregiata di questa particolare pezzatura (orange è un termine che deriva dalla casa reale olandese, appunto gli Orange), golden sta ad indicare un grado di qualità superiore rispetto ai già validi FOP.

Tanzania BOP. Come abbiamo visto a proposito del Kenya Kaproret, le lettere ‘P’ e ‘O’ nella classificazione internazionale stanno per Pekoe e Orange, in riferimento alle dimensioni delle foglie utilizzate a alla qualità globale del prodotto. La ‘B’ invece sta per Broken, le foglie sono cioè sminuzzate; vengono quindi ridotte ad una pezzatura più piccola (ma non in polvere, che corrisponde invece alla classificazione ‘F’, Fannings, o ‘D’, Dust), adatta eventualmente anche per essere contenuta in bustine.

Le foglie si presentano come piccoli pallini neri e croccanti, molto profumati; l’infuso ha un colore tendente al rosso ed è naturalmente forte, caratteristiche dovute – oltre all’esperienza che ormai anche i produttori africani cominciano ad avere – anche alle particolari condizioni geografiche e climatiche di cui gode la regione. Quelli prodotti in Tanzania sono soprattutto tè confezionati a macchina secondo un procedimento denominato CTC dalle iniziali di crush (schiaccia), tear (strappa), curl (arrotola). Tipicamente i più rinomati CTC vengono dalla regione dell’Assam, in India, ma vi posso assicurare che il Tanzania BOP non ha niente da invidiare ai migliori Assam.

Mauritius Bois Cheri. La repubblica di Mauritius è un arcipelago che si trova nell’oceano indiano, circa 900 chilometri ad est del Madagascar, ed è considerata parte del continente africano. Bois Cheri è un piccolo villaggio nell’isola principale dell’arcipelago ed è anche il nome di una vasta piantagione di tè. Secondo la tradizione, tale nome deriva dal fatto che il proprietario della prima piantagione di quella zona ogni giorno preparava il tè per la moglie di cui era devotamente innamorato e offrendole la tazza le diceva «Bevi, tesoro» che in francese è appunto Bois, cheri. Per chi ha la fortuna di farsi una vacanza in quei posti, vale la pena di fare una visita a questa piantagione, che si affaccia sul Grand Bassin, il celebre lago sacro dell’isola di Mauritius. L’azienda è infatti aperta al pubblico, si possono vedere tutte le fasi della lavorazione e – naturalmente – degustare una tazza di ottimo tè mauriziano all’interno di una incantevole cornice.

Alcuni sostengono che, a causa del fatto che non cresce ad una sufficiente altitudine, il tè mauriziano è di qualità inferiore rispetto ad altri tè neri africani o indiani. Personalmente non concordo; il Bois Cheri sprigiona tutta la forza del sole di quelle latitudini, e non ha nulla da invidiare alle altre varietà provenienti dagli altipiani continentali. Per esaltarne le caratteristiche che (in quanto a gusto, forza e colore) sono simili a quelle degli altri tè neri africani, il Bois Cheri viene talvolta leggermente aromatizzato alla vaniglia. In generale, l’aggiunta di aromi è quasi sempre una scelta infelice, volta a mascherare la non eccellente qualità del prodotto. Vi sono tuttavia delle eccezioni a questa regola: il Chung Feng (tè verde cinese al gelsomino), l’Earl Grey al bergamotto, il tè verde con menta alla maniera nordafricana, il tè alla rosa, il Genmaicha (tè verde giapponese mischiato a orzo e riso tostato); bene, possiamo sicuramente aggiornare tale lista e affermare che il leggero aroma di vaniglia del Bois Cheri è una felice intuizione, che rende questo tè meritevole di essere conosciuto e apprezzato.

(Nella foto, piantagione di tè alle isole Mauritius – fonte www.britannica.com)

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