La vera storia del Tanapo, il fiume più lungo d’Italia

Di • 23 set 2010 • Rubrica: Attualità e idee
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Una ricerca semplicissima, alla portata di tutti coloro che possiedono un atlante fisico d’Italia e conoscano un po’ di storia geologica, dimostra chiaramente che non è il Po il fiume più lungo d’Italia. Al pari di quanto si fa con il Nilo, il Rio delle Amazzoni, il Mississippi, anche il Tanaro ha diritto di avere la sua giusta valutazione e collocazione geografica. E allora, via libera al Tanapo.

E’ ora di dire basta a una geografia menzognera e proibizionista nei confronti del vino. Il fiume più lungo d’Italia NON è il Po, ma un altro, il cui nome risuona ormai sempre più frequentemente, anche se di nascosto, tra i pochi studiosi onesti e sinceri: il Tanapo. Tuttavia, non necessita essere degli scienziati per capire l’errore commesso fino ad adesso, basta aprire un atlante geografico e guardare con i propri occhi. E non sono nemmeno necessarie misure accurate, tanto la differenza risulta evidente quando si consideri la situazione in un contesto geologico più ampio di quello attuale.

Il Tanaro si unisce oggi al Po nei pressi di Bassignana, vicino a Tortona, senza riuscire immediatamente a confondere le sue acque limacciose con quelle grigio-verdognole del fratello più celebre. Tuttavia, il percorso tra il Monviso (sorgente del Po) e Bassignana è  praticamente uguale al percorso tra le sorgenti del Tanaro (vicino a Monesi) e la stessa cittadina al confine tra Piemonte e la Lombardia. D’altra parte sarebbe assurdo invocare la maggiore portata d’acqua dell’ex “campione d’Italia”. Normalmente, per gli altri fiumi del mondo, si considera solo la lunghezza degli affluenti per definire la lunghezza totale.

Prendiamo l’esempio del Nilo. Basta andare a vedere su Wikipedia (ma anche su trattati geografici più ufficiali) e si può leggere quanto segue: “Il Nilo possiede due grandi affluenti, il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro. Quest’ultimo contribuisce con un maggior apporto di acqua e di limo fertile, ma il primo è il più lungo” e poi prosegue: “Comunemente si considera il Nilo (Nilo Bianco, appunto, N.d.A.) nascere dal lago Vittoria in Uganda anche se il lago stesso è alimentato da un immissario, il Kagera lungo 690 km”. Andate a vedere nei testi di geografia e vedrete che si identifica il Nilo come Nilo-Kagera, in modo da renderlo il più lungo possibile.

Lo stesso capita con il Rio delle Amazzoni. La stessa fonte di prima riporta: “Il Rio delle Amazzoni nasce nelle Ande peruviane. I suoi rami si chiamano Marañon, Huallaga e Ucayali. Quello più settentrionale e più ricco di acque è il Marañon, lungo 1.600 km, che scaturisce da tre pantani a monte del Lago Lauricocha. L’Ucayali, con i suoi affluenti, è più lungo del Marañón, mentre ancora più lungo è al momento il Rio Apurimac.” Sui libri troverete normalmente Rio delle Amazzoni-Ucayali o magari Rio delle Amazzoni-Apurimac. Nuovamente la lunghezza ha il sopravvento sulla portata d’acqua. E non parliamo poi del caso più celebre: il Mississippi-Missouri. Anche in questo caso è la lunghezza che vince sul resto.

Detto ciò, perché allora in Italia non cerchiamo anche noi  di dare a Cesare quel che è di Cesare? Siamo, come al solito, disfattisti nei nostri confronti o siamo forse ignoranti in geografia? Invito ufficialmente i geografi ufficiali ad approfondire la situazione e a passare a vie di fatto.

Quando proposto potrebbe anche far pendere leggermente la situazione a favore del Po (vorrei comunque chiare conferme), ma  era sicuramente ben diversa nel passato prossimo del nostro pianeta. Anche se le misurazioni eseguite direttamente sul campo dovessero (e uso il condizionale) portare a una lunghezza comparabile tra i due corsi d’acqua odierni, il Tanaro avrebbe comunque un predominio storico e preistorico fondamentale. Basta, infatti, tornare indietro di circa centomila anni, un’inezia per la vita del nostro pianeta. A quei tempi non vi era ancora l’etilometro e nemmeno la campagna proibizionistica contro il vino, anzi forse nemmeno esisteva ancora il vino. Vediamo, in particolare, cosa stava succedendo nella zona tra Bra e Carmagnola. Il Tanaro scorreva placidamente fino a Bra e poi si dirigeva direttamente verso Carmagnola “ricevendo” le acque del Po, breve e anonimo affluente di sinistra, come si vede bene nella cartina allegata. Tuttavia, non era contento. Il tragitto successivo lo faceva evitando accuratamente la collina torinese e il Monferrato casalese, quasi non volesse avere niente a che fare con i possibili futuri terreni vinicoli. Al Tanaro quella vita defilata, altezzosa e toppo facile non piaceva e decise di mischiare tutte le carte in tavola. Approfittò di una grande alluvione e si riversò nella stretta valle che separava leggermente le colline delle Langhe e il pianoro di Poirino. Abbandonò il Po al suo destino (la ben nota Cattura del Tanaro), formando catastroficamente le rocche del Roero e puntando dritto verso il Monferrato e poi i colli tortonesi, o meglio ancora la Marca Obertenga . Adesso sì che era contento. Ai suoi fianchi cominciarono a sorgere una moltitudine di vigneti, tra i migliori del mondo. Arneis, Roero, Barolo, Barbaresco, Barbera, Grignolino, Ruchè, Dolcetto, Moscato, Timorasso sono solo alcuni dei vini che l’accompagnarono e l’accompagnano nel suo nuovo percorso.

Era fiero di se stesso e lo sarebbe ancora adesso se non fosse ormai considerato un fiume poco “acquoso” e troppo “vinoso”. In realtà il Tanaro non ha mai disdegnato di vedere cadere casualmente (e, purtroppo, a volte anche volontariamente) il vino dentro le sue acque limacciose. Che bontà, che emozioni. I suoi stessi pesci ne vanno matti e aspettano questi eventi eccezionali con la bocca aperta e – giustamente – in silenzio. Oggi le cose vanno peggio, molto peggio.

Non è ancora previsto di controllare il tasso alcolemico del fiume, ma si sta pensando di farlo con i pesci e, indirettamente, con i pescatori. Chi verrà trovato con un solo pesce nel cestino con un tasso alcolemico superiore a 0,2 g/litro (la fauna ittica fluviale sopporta molto male l’alcol etilico) si vedrà ritirata sia la licenza di pesca che la patente e dovrà stare a pane e acqua (non del Tanaro!) per almeno 3 mesi. Più, ovviamente, una salatissima multa. Povero Tanaro. Tanta passione, fatica, perseveranza nel creare colline e vigneti da sogno, per essere alla fine considerato solo un fiume peccaminoso e ridotto ingiustamente e tributario dell’arrogante Po. E tutto avviene, mentre il suo vecchio e poi nuovo affluente, evitando accuratamente il contatto con i tristi e maledetti colli viniferi poemontesi, sta diventando sempre più famoso e la sua acqua considerata addirittura sacra. Questa è solo e soltanto un’ingiustizia geografica, etica, sociale, di portata storica. Bisogna ribellarsi! Monferrini, tortonesi (o meglio obertenghi), langhetti, roerini, alzatevi e reagite. Il “vostro” fiume è e DEVE essere considerato il più lungo d’Italia. Vi ha regalato molte fatiche ma anche gioie incredibili. Aiutatelo a uscire da una punizione che certo non merita. Il suo sacrificio a favore della cultura del vino non può relegarlo a semplice e anonimo affluente. Ha cambiato il percorso per voi, solo per voi!

Sarebbe troppo facile chiamarlo Po-Tanaro, come Mississippi-Missouri o Nilo-Kagera. No, noi vogliamo che la sua storia e la sua scelta rivoluzionaria di 100000 anni fa sia esaltata e condivisa appieno. Il suo nome deve essere Tanapo e già siamo troppo buoni.

Ringraziamenti: la stesura di questo articolo (una volta tanto del tutto veritiero) è stata possibile solo con l’aiuto disinteressato e appassionato di un mio caro amico, Dino Conta, studioso profondo della Natura.

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