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Via dalla pazza folla. Vini d’evasione. Seconda parte: al centro del Nord

Via dalla pazza folla è un vino desueto, che non sta sulla bocca del primo che arriva così come dell’esperto winewriter; via dalla pazza folla è un vino dalla personalità “sghemba”, a volte selvatica a volte candida, comunque pura e poco incline alle omologazioni; via dalla pazza folla spezza consuetudini per immaginarne altre. Potrebbe trattarsi di una etichetta prodotta da una realtà misconosciuta, oppure di una etichetta appartenente a una denominazione nota ma frutto di una interpretazione diversa e personale, e comunque non così affermata per quanto meriterebbe. Non si tratterà necessariamente di grandi vini in senso stretto, ma di vini che si fanno ricordare.Vuoi per quella virgola di carattere in più, vuoi per l’istintività, vuoi addirittura per l’ingenuità.

I ragionamenti (parola grossa) che stanno alla base della serie “Via dalla pazza folla”  li potrete leggere qui (leggi), nella introduzione alla prima puntata. In questo pezzo, nel frattempo, vanno in scena Lombardia, Emilia e Romagna.

LOMBARDIA

Avevo incontrato i ragazzi di Caven Camuna (comune di Teglio, in piena Valtellina) qualche anno fa, in una delle kermesse del vino che contano. La grazia e la voluttà tutta interiorizzata dei loro vini, con la genuinità che mi era parso di cogliere nelle loro parole, mi avevano conquistato. A lungo mi sono ricordato della fisionomia di quei vini (Sassella, Inferno, Valtellina), alla quale per istinto ho sempre associato la parola “aerea”: una fisionomia “aerea”. Li ritrovo oggi, nuove annate, a distanza di tempo, dopo che la mia piccola esperienza in terra retica non mi ha consentito di approdare a Caven (ennesimo errore dello spirito). E il Valtellina Superiore Giupa 2004 di Caven (16 euro) mi ha stregato. Raramente ho riscontrato tanta “nudità” in un vino: silhouette sfumata e pura, tutto trasparenze e chiaroscuro, ma più ancora del candore dei frutti rossi del bosco, più ancora della tensione agrumata, più ancora della intrigante speziatura (che pure sono tanta roba), emerge l’abbagliante capacità di trasmettere il sapore del sole e della pietra. O meglio, se il sole e la pietra della Valtellina avessero un sapore, ecco che io me li immaginerei così.

Da questi azzardi, dove il coinvolgimento si trasforma in esagerazione, avrete già capito che io non sia il tipo più adatto per raccontarvi un vino del genere. Confido perciò nella vostra benevolenza, ma soprattutto nella curiosità che sola appartiene alla volontà del viaggio e della ricerca, perché vi ispiri a visitare una terra che almeno una volta nella vita uno dovrebbe vedere (l’ardìre di quelle vigne “aggrappate” alla montagna è un commovente atto di fede pagano, verso l’agricoltura e l’umana caparbietà). Quello che posso dire, a sostegno delle mie suggestioni bislacche, è che qui ci troviamo davvero di fronte a un vin sans signature, a un vino senza firma, fedele traduttore del proprio territorio. Il fatto che ad  “imprimerne” gli umori sia un vitigno che di nome fa nebbiolo, localmente detto chiavennasca, potrebbe avere una sua importanza, lo so. Nudità, sottrazione, levità: è un giocare da acrobati sul filo dell’equilibrio. L’incanto di questo bicchiere è come sospeso nel tempo: un vino contemporaneo dall’anima antica. Di più, una boccata d’aria fresca senza peso né “dimensione”. O forse sì, il peso dell’aria.

Dopo certe rarefazioni può essere piacevole tuffarsi nell’invadenza gioiosa e sanguigna di un rosso di quelli rossi per davvero, tanto da sfumare nel violaceo se còlto in giovane età. Qui peso e dimensione stanno di casa, ma sono frutto di una connaturata generosità, niente di forzato. Andrea Picchioni, da Canneto Pavese, produce con piglio artigianale e cura certosina vini tipici. E non potrebbero appellarsi diversamente. Fra questi, l’Oltrepò Pavese Buttafuoco Bricco Riva Bianca 2006 (16/18 euro) è una bomba di sincerità espressiva e viscerale prestanza. Serioso, corposo e polposo, è quello che suol dirsi un vino “pieno”. Innervato da una tensione tutta minerale e solcato da tannini incisivi, è abbellito da un fitto e composito quadro olfattivo che ci parla di terra, humus, erbe mediterranee e grafite. Mosso da un indomito spirito lumbard, quale intreccio felice di croatina, barbera e vespolina (le 3 anime del pavese), questo vino (questo produttore) rappresenta oggi uno dei termometri più attendibili per misurare il fermento creativo che va scuotendo dal torpore il pacifico Oltrepò vitivinicolo.

EMILIA E ROMAGNA

Ci troviamo a Valpiana di Brisighella, sulla dorsale appenninica confinante con la Toscana. Sette ettari di vigna in regime di agricoltura biodinamica. A giudicare dalla varietà dei vitigni in gioco, fra radicati e non, malcelata appare l’attitudine da ricercatore dell’ispirato artefice, l’agronomo Paolo Babini. Una sfida alle potenzialità sottese del piccolo e appartato terroir, questo è ciò a cui si intende dare forma (e sostanza) a Vigne dei Boschi.

E a proposito di sostanza, che vino originale il 16 anime 2008, ravennate igt da uve riesling prodotto, per l’appunto, da Vigne dei Boschi! Perché se il naso è uno di quelli che han bisogno di carburare per argomentare al meglio le proprie cose (non manca di volatile ma nemmeno di suggestioni salmastre e agrumate), la bocca fin da subito si dimostra trascinante per naturalezza, freschezza e disinvoltura. Una potenza aggraziata la sua, che si stempera lungo lo sviluppo grazie alla nervatura minerale che ne impregna il gusto e alla stria salata che ne allunga il sorso a dismisura. Tredici euro bastano, per una scommessa che ha buone possibilità di essere vinta.

L’Emilia, fuor di retorica, significa (anche) gioiosa esuberanza di cibi grassi e saporiti, non c’è nulla da fare; un qualcosa che fa simpatia solo a pensarci, e che richiama a sua volta doni preziosi come la convivialità e la condivisione. Prendi Langhirano, sui colli di Parma: Langhirano, nell’immaginario collettivo (o quasi), evoca inarrivabili salami, e prosciutti (lontanamente somiglianti a quelli che da nord a sud della penisola ci propinano i buontemponi della GDO, ché quando assaggi quelli veri allora sì che capisci!). Langhirano eppure, patria prediletta di salami e prosciutti, può vantare altri assi nella sua “manica enogastronomica”, per esempio un personaggio del vino di rara umanità come Camillo Donati. Un contadino nel vero senso della parola, per il quale concetti come famiglia, rispetto della natura, vino come alimento e non solo edonistico piacere, costituiscono i pilastri su cui fondare stili di vita e “visioni sociali”. Alla luce di queste premesse, e indipendentemente dall’innata simpatia verso il personaggio, non v’è dubbio che quando ti trovi dinnanzi la Barbera Frizzante 2008 di Camillo Donati pensi di essere di fronte a una celebrazione, alla celebrazione di un vino vivo. Aperto e colloquiale, mai sbracato né smaccatamente dolce, gioca più di “nervo” e di “scheletro”, impettito e scattante come non mai. Una carbonica solleticante ed integratissima ne accompagna il sorso, e il vino non ha la parvenza di un vino caldo e corposo, come i dati analitici vorrebbero suggerirci. Perché calore e corpo sono ben dissimulati nel tratto gioioso di un bere istintivo, dove il frutto appare sì rigoglioso ma incanalato sulle rotte di una piacevolezza persino sobria. Palese la vocazione per le tavole imbandite, e non solo degli inarrivabili salami di Langhirano. Otto euro qui, otto euro per una festa.

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