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Via dalla pazza folla. Vini d’evasione. Terza parte: a Nord Est

Via dalla pazza folla è un vino desueto, che non sta sulla bocca del primo che arriva così come dell’esperto winewriter; via dalla pazza folla è un vino dalla personalità “sghemba”, a volte selvatica a volte candida, comunque pura e poco incline alle omologazioni; via dalla pazza folla spezza consuetudini per immaginarne altre. Potrebbe trattarsi di una etichetta prodotta da una realtà misconosciuta, oppure di una etichetta appartenente a una denominazione nota ma frutto di una interpretazione diversa e personale, e comunque non così affermata per quanto meriterebbe. Non si tratterà necessariamente di grandi vini in senso stretto, ma di vini che si fanno ricordare.Vuoi per quella virgola di carattere in più, vuoi per l’istintività, vuoi addirittura per l’ingenuità.

Le ragioni (parola grossa) che stanno alla base della serie “Via dalla pazza folla”  (nonché le suggestioni provenienti da Valle d’Aosta e Piemonte) le potrete leggere qui (leggi), nella  prima puntata. Nella seconda puntata sono andate in scena Lombardia, Emilia e Romagna (leggi). In questo pezzo parliamo invece di Veneto e Trentino, oltre che di se stessi.

VENETO

Breganze mi fa tornare alla mente le prime esperienze enoiche, che poi hanno coinciso quasi sempre con le prime esperienze di vita. Da ragazzetto (da ragazzotto), nel tentativo cruciale di fare conquiste amorose (accadimento tanto raro quanto impervio), mi capitava di illudermi invitando la ragazzetta (la ragazzotta) desiderata al Ristorante Pizzeria Da Riccà, che stava al centro del centro della riviera storica versiliese, confidando non tanto sui prezzi “umanitari” (imprescindibile punto di partenza comunque, sennò tutto era vano), non tanto sulle risorse culinarie del locale, quanto sulle qualità “sdilinquenti” del Breganze di Breganze di Fausto Maculan, un bianco fresco, agile e beverino che il buon Riccà mi consigliava sempre e che io ritenevo potesse essere in grado di fare la differenza nel gioco delicato e paziente della seduzione. Il fatto che gli esiti solitamente non tornassero a mio favore non mi ha impedito, col tempo, di ricordare con affetto quel Breganze. La colpa dei disappunti amorosi non era certamente sua. A distanza di molti anni ne riscopro oggi una versione coi fiocchi: Breganze Vespaiolo 2009, prodotto da Cà Biasi. Un Vespaiolo in purezza rigorosamento secco (rammento: l’uva vespaiolo è la base del celebre Torcolato).Lo assaporo, mi ci confondo e penso ai giochi magici di cui a volte son capaci i nomi. Vi spiego la farneticazione: il vignaiolo di cui vi parlo si chiama Innocente, Innocente Dalla Valle. Ebbene, se fossi costretto a trovare un aggettivo, uno solo, per qualificare questo vino, ecco che lo definirei innocente. Meglio, di una purezza innocente. Perché si tratta di uno di quei rari casi in cui la apparente “neutralità” del tratto gustativo non smette di intrigare, portandoti alla riprova. E prova che ti riprova ti accorgi che tale supposta neutralità, tale innocente purezza, tale trasparente ingenuità, si tramuta lesta in un affascinante chiaroscuro, dove per magia riesci a coglierne le più piccole, preziose modulazioni, e con le modulazioni spiragli tutti nuovi. Spigliato, scorrevole, stilizzato e bevibilissimo, è un incanto di apparente fragilità, un bianco “silenzioso” che conquista senza urlare la presenza. Nei meandri aromatici hai la ginestra, l’agrume, il frumento, la pietra; al gusto un nervosismo sottile. Sette euro bastano per intrecciare un pensiero a un ricordo: il Ristorante Da Riccà ha chiuso i battenti “da quel dì”, la ragazzetta del tempo, oggi, chissà dov’è. Ma il piccolo grande Vespaiolo di Cà Biasi mi ha regalato un barlume di giovinezza (interiore, naturalmente) che pensavo irrimediabilmente perduto. E’ un bel regalare, e sento che mi fa star bene. A sette euro, un bel regalare.

Tanto per restare in tema, ovvero tanto per ricordarsi della spigliatezza che sovente attiene alla (sola) gioventù, ché è un po’ come celebrare la vita, ritengo assolutamente consigliabile far la conoscenza di un vino “giovane e vitale” come il Bardolino Classico Superiore Broi 2008 (7/8 euro) che Valentino Lonardi (nella foto) produce dai vigneti che circondano il suo Agriturismo Costadoro, nel cuore della denominazione classica, a due passi dal Lago di Garda. Gustoso e risolto, questo rosso è un connubio ispirato di frutto maturo (sì, la vendemmia è ritardata) e florealità; un sorso piacevolissimo, espressivo, di discreta robustezza e bella dinamica; il tannino vivo, il retrogusto calibratamente amaricante, il ritorno pepato contribuiscono alla personalizzazione e al ricordo. E celebrano, a loro modo, la vita.

Per chiudere davvero via dalla pazza folla, per chiudere in dolcezza, ecco qua un vino contemporaneo dal “respiro” antico. Nulla di più stimolante per sensi e cervello. Il Recioto di Soave Ardens 2008 della Cantina del Castello (30/32 euro) è la coraggiosa, attraente sfida che Arturo Stocchetti (persona schietta e vignaiolo premuroso in quel di di Soave, nonché attuale presidente del Consorzio locale) lancia al mondo patinato dei dolci nostrani, rispolverando l’antica tecnica della rifermentazione naturale in bottiglia per trasfondere in questo eclettico vino dolce-non dolce la purezza incontaminata di un frutto preso e messo lì, senza troppe storie. E’ un’opera di fine artigianato la sua, che richiama a più riprese la ruspante gagliardia dei vini contadini, quelli veri. Ardens conserva un gusto di spietata franchezza e una solleticante carbonica a tenere il ritmo. La sensazione “uvosa” -è garganega pura- se ne esce nobilitata: nespola, cedro, buccia di mela, sambuco, per un sorso inusuale, dai “tagli” aspri ed affascinanti. Di più, con una assonanza bella da richiamare prepotentemente certi ricordi miei. Sì, il ricordo di quel nettare -dolcezza morigerata e beva irresistibile- che il “mitico” Fabio Morelli da Aulla estraeva dal cappello, o meglio dalla cantina-museo di Corneda di Barbarasco (Lunigiana piena) per accreditarsi i cuori e il ritorno degli ospiti della sua Hostaria del Buongustaio. Se beccavi la bottiglia giusta, era una fitta dentro. In etichetta stava scritto, rigorosamente a mano: “vino dolce a modo mio, solo per gli amici”. Ecco, Ardens è un vino a modo suo. E di amici se ne farà tanti.

TRENTINO

In Val di Cembra la dedizione dell’uomo alla vigna ha assunto da sempre i connotati struggenti della perseveranza e della volontà d’animo, ché per conquistare alle colture quei declivi pendenti ce ne vuole! Ripagati da un microclima (s)elettivo e da benefiche escursioni termiche, i vini migliori del territorio mostrano silhouette sottili, profumi incisivi e una appagante dinamica. La “stirpe” giovane Zanotelli, per esempio, famiglia di viticoltori da diverse generazioni, nella nuova linea Le Strope ce ne propone un esempio mirabile: il Trentino Riesling Le Strope 2009 è l’outsider che apre il campo a prospettive nuove e rilancia le ambizioni di una viticoltura appartata e “montanara” grazie ad una interpretazione che ha forti assonanze con il concetto di personalità: tono, succo, ritmo, portamento…. un brillante mélange di frutto e mineralità, dagli “umori” piritici e salmastri. Dieci euro qui, dieci euro di sicura complicità.

E a proposito di Riesling, a proposito di Val di Cembra, a proposito di vignaioli, non dimentico certo che no il Podere Valtini 2008 di Molino dei Lessi, micro-cantina di Sorni che vanta tre appezzamenti di vigna per una “tiratura” di appena 1 ettaro, condotti in stretto regime biologico. Austero, infiltrante, estremamente sapido e “pietroso”, è vino di “scheletro”, lungo e agrumatissimo, con sfumature di roccia marina. Mille bottiglie a 15 euro (circa) l’una per un bianco peculiare, sicuro di sé, senza timori riverenziali. Una rarità che può valere viaggio e ricerca.

Di Riccardo Battistotti invece apprezzo molto il Marzemino, selon moi uno dei riferimenti assoluti nell’ambito della denominazione. Ci ha tenuto compagnia, una volta ancora (e bene), alla Cantina di Isera, qualche mese fa, durante una breve tappa ristoratrice nel corso della “risalita” dell’Adige verso gli approdi altoatesini guidaioli. Ma non è del Marzemino che vorrei parlarvi, bensì del Trentino Nosiola 2009 (8 euro), perché è un bianco pulito e invitante, dal gusto scattante e beverino, dagli umori sottili e ben sfumati di buccia di pesca, mandorla e clorofilla. Dalle pergole della Vallagarina, da un’uva “nostrana”, ecco un piccolo ispirato tributo al territorio e alla preziosa concretezza del bere quotidiano.

E se non parlo del Marzemino Battistotti, voglio comunque chiudere l’esclusiva visione prospettica parlando di Marzemino. Più precisamente del paradigmatico Trentino Marzemino 2009 di Enrico Spagnolli (7 euro), anima, cuore e cantina di Vallagarina. Perché la “limpidezza” del frutto, la sinuosa vinosità del tratto aromatico, la delicatezza nei toni, la trasognante piacevolezza, il tipico coté ammandorlato e le sfumature floreali ne fanno un vino imperdibile per grazia ed “appigli” territoriali. Un bicchiere di candida purezza, che ci ricorda come anche negli “ambiti” inerenti la cosiddetta semplicità gustativa possa dimorare l’esclusività di un sapore diverso, peculiare, capace di passare oltre, con grande dignità, alla presunta complessità e all’accurata manifattura di tanti e tanti bicchieri ambiziosi, accreditati quanto si vuole ma incapaci di reinventarsi il dono dell’unicità.

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