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Check-up ai vini d’Abruzzo

Ormai sono uscite tutte le guide e per la regione che più mi sta a cuore, l’Abruzzo, ho trovato interessante il confronto tra i giudizi degli altri e le impressioni che mi ero fatto dopo le intense settimane di assaggi estivi e i “ripassi” degli ultimi mesi. Alcune valutazioni mi trovano completamente d’accordo, altre un po’ meno, ma in generale la produzione enologica abruzzese conferma gli ottimi livelli qualitativi degli ultimi anni. Il limite, se vogliamo, è che si intravedono pochi nomi nuovi: l’intero movimento è trainato da un manipolo di produttori storici (Pepe, Valentini, Cataldi Madonna, Masciarelli…) e qualche giovane che non è più una sorpresa  (Torre dei Beati e Valle Reale, ad esempio), mentre tutti gli altri sembrano arrancare e faticano a farsi notare (sono i produttori in stallo o la critica enologica – incluso il sottoscritto –  che li giudica?). Alla luce di ciò, ho provato quindi a fare un rapido check-up dei vini d’Abruzzo, suddividendoli per categorie.

BIANCHI MISTI

Cococciola, passerina, malvasia, montonico, falanghina rappresentano i tentativi dei produttori abruzzesi di uscire dal binomio trebbiano-pecorino puntando sul vitigno autoctono poco conosciuto o su qualche “adattamento” da regioni vicine. Sarò brutale, ma ad oggi devo ancora incontrare un vino ottenuto da queste uve capace di sorprendermi. Sembrano pensarla come me anche i colleghi “guidaioli”, visto che non ho notato alcun premio o segnalazione speciale per queste tipologie di vino. Dal punto di vista numerico si tratta di produzioni insignificanti. Qualitativamente, poi, sono rare le bottiglie capaci di andare oltre la franchezza e la correttezza formale, come risultato, in genere, di esperimenti individuali e poco coordinati. D’altronde è noto che queste uve sono storicamente usate come taglio per il trebbiano, da sempre considerato in regione il vino bianco per definizione. In esso confluivano tutte le uve bianche a disposizione, e il contadino abruzzese le vinificava insieme, senza stare lì a preoccuparsi se tra i filari ci fosse scappata qualche pianta di passerina, o di montonico, o magari di falanghina. Io ho ereditato lo stesso approccio: finora, senz’altro per miei limiti personali, non ho elementi per differenziare in maniera evidente i vari vitigni, e quindi, al di là delle opportunità di provare a separare commercialmente i vini appellandoli diversamente, continuo a considerarli tutti molto simili fra loro e, in generale, di relativo interesse.

TREBBIANO

E’ di gran lunga il vitigno autoctono a bacca bianca più diffuso. Su di esso l’Abruzzo dovrebbe puntare con forza, ma, depresso da decenni di alte rese e basse qualità, fatica a presentarsi come vino di un certo spessore. Ne paga allora le conseguenze sui mercati nazionali e soprattutto internazionali, dove l’equazione “trebbiano = vino dozzinale” è una triste realtà. La conferma viene dal fatto che purtroppo di trebbiani interessanti  ce ne sono veramente pochi: accanto alla tranquilla conferma di qualità di alcuni produttori storici e non omologati (penso al Fonte Cupa di Montori, al Castello di Semivicoli di Masciarelli, a Le Vigne di Faraone o fino ad arrivare alle versioni d’autore di Pepe e Valentini) e ai buoni risultati di qualche azienda più giovane (tipo il Vigna di Capestrano di Valle Reale, i Trebbiani di Centorame, il Coste di Brenta e quello dei Fratelli Barba), il resto del panorama offre una base della piramide con tanti vini semplici e che vanno poco oltre la pulizia e la piacevolezza di base. Qualità medie che oggi però non fanno più la differenza. Da un vitigno così rappresentativo ci si dovrebbe aspettare senz’altro di più!

La novità più interessante degli ultimi anni è forse quella del Vigna di Capestrano dell’azienda Valle Reale. Ricordo che alle prime uscite rimasi un po’ spiazzato da questo vino, proveniente da un vigneto nel cuore della provincia aquilana, frutto di una fermentazione spontanea senza controllo di temperatura, con lieviti autoctoni e permanenza sulle fecce. Man mano però il carattere originale, la ricca sapidità minerale e la sua piacevolezza non banale mi hanno conquistato, ed oggi lo ritengo senza ombra di dubbio tra i migliori bianchi della regione.

PECORINO

La prima cosa che mi colpisce è il gran numero di campioni degustati: ricordo che appena qualche anno fa a malapena si riuscivano a mettere in fila una ventina di etichetta. Quest’anno, se ben ricordo, ne ho provate 72! La prima domanda che mi viene allora è: ma davvero c’è tutto questo pecorino in regione? Una risposta parziale a questa domanda potrebbe venire dal fatto che, sull’onda del successo commerciale, tanti produttori hanno impiantato nuove vigne nei primi anni dell’ultimo decennio, e oggi gran parte di quelle piante sono entrate in produzione. Però non basta.

Il dubbio poi mi assale notando l’alta percentuale di vini “taroccati”, ricchi di sentori chardoneggianti o sauvignoneggianti (su quest’ultimo punto, in verità, le opinioni sono contrastanti, poiché sembra che il pecorino, vitigno dal patrimonio odorigeno sostanzialmente neutro, con opportune lavorazioni riesca a sviluppare descrittori aromatici assai simili alla nota uva francese). Ben venga se serve a fare vini migliori, ma la mia impressione è che si punti tutto sulla piacevolezza (o meglio sulla “piacioneria”) e si faccia quindi sempre più fatica a dare un’anima e un carattere a questo vino/vitigno. A confondere ancor di più il quadro generale contribuiscono poi i diversi stili interpretativi, che finiscono per dar vita a vini che spaziano da sferzate di tagliente acidità a rotondità voluttuose ed ammiccanti: chi lo passa in legno (non mi convince…), chi no, chi lo surmatura (stessi dubbi che ho sul legno…), chi lo propone come vino d’annata, chi invece cerca di assecondarne la potenziale longevità…Insomma, a distanza di tempo mi sento ancora in piena sintonia con Porthos che lo definì “un purosangue senza cavaliere”.

Tra le new-entry mi è piaciuta quella di Torre dei Beati, piccola azienda che negli ultimi anni non sbaglia un colpo e anche su questo vitigno sta facendo un lavorio serio e rigoroso (conteranno forse le origini marchigiane del titolare?). In crescita anche il Vigna Civetta di Mimmo Pasetti, che di questo vitigno è indiscusso “re” commerciale (con il base, buono e un po’ ruffiano come al solito). Tra gli storici, elegante e aristocratico il Pecorino di Cataldi Madonna. Tra i nomi nuovi interessanti esordi di La Quercia, San Lorenzo, Villa Medoro, ancora Coste di Brenta, che sui bianchi in generale sta facendo un buon lavoro. Un discorso a parte vorrei farlo su Tenuta Ulisse, un’azienda moderna che con un’aggressiva politica commerciale, ma anche con tanto positivo entusiasmo, sta crescendo a ritmi molto elevati (forse troppo…). I loro bianchi iperprofumati, frutto di una lavorazione a bassissima temperatura e in totale assenza d’ossigeno, quest’anno hanno indossato una veste meno “piaciona”, con un residuo zuccherino meno evidente. Bypassando a pié pari la questione della tipicità, sono senz’altro bianchi ambiziosi, ma ben fatti e di beva molto piacevole.

MONTEPULCIANO D’ABRUZZO CERASUOLO

Annata non esaltante per i rosati. Veramente pochi i campioni degni di nota (Cerano di Pietrantonj e Solarea di Agriverde, il cerasuolo di Praesidium e quello del mitico Valentini, per finire con il classico Pié delle Vigne 2008 di Cataldi Madonna, che, pur restando un fuoriclasse della tipologia, ha vissuto però annate migliori). Per il resto piacevolezza diffusa, tanti “lamponcini”, vini semplici e beverini, come la tipologia richiede, ma a cui non guasterebbe un po’ di sprint in più. Quelli che hanno provato a ottenere un carattere e una struttura un po’ più importanti hanno pagato l’annata un po’ calda, che ha fatto salire facilmente le gradazioni alcoliche, penalizzando, a mio avviso, la facilità di beva (un must per vini di questa tipologia).

MONTEPULCIANO 2009 e 2008

Purtroppo continuo a non capire i montepulciano d’annata. Non riesco veramente a trovarli interessanti. L’unico che mi sento di segnalare è lo Spiano di Illuminati, molto spontaneo e equilibrato. Passando ai 2008 la musica non cambia molto. Davvero pochi i base interessanti. Qualche mont-cabernet in giro, qualche mont-merlot, qualche “cuveé” di annate miste…Qui mi segnerei solo un paio di nomi, più che altro per il rapporto qualità/prezzo: il Tralcetto di Zaccagnini e Le Vigne di Faraone. Il primo è un vino famosissimo in regione: pulito, sincero, tipico, ha tutto quello che un montepulciano base giovane dovrebbe avere, in una veste piacevole che non tradisce la propria anima rustica. Il secondo, un po’ chiuso all’inizio, si mostra poi di grande naturalezza espressiva e autenticità.

P.S. – In questa categoria mi hanno colpito i 3 bicchieri che il Gambero Rosso ha assegnato al base di Villa Medoro: in degustazione alla cieca il rosso della brava e dinamica Federica Morricone non mi rimase particolarmente impresso, ma alla luce dell’importante riconoscimento mi riprometto di assaggiarlo di nuovo.

MONTEPULCIANO 2007

Annata calda e di difficile interpretazione. Gli assaggi prima dell’estate mi avevano lasciato l’impressione generale di una diffusa difficoltà per le maturazioni fenoliche: in molti casi i tannini mi sembravano troppo aggressivi e astringenti. La maggior parte dei vini partiva anche bene al naso – con un profilo olfattivo spesso elegante, franco, di buona intensità e complessità – ma poi chiudeva con lo stesso difetto: tannini insostenibili e polverosi, che finivano per pregiudicarne la piacevolezza complessiva.

L’idea che mi  sono fatto poi, supportata dagli assaggi successivi, è che il problema principale risieda forse nei tempi di degustazione: si sa che, per questioni editoriali, gli assaggi delle guide si concentrano tutti in un mesetto o due prima dell’estate, periodo in cui i vini rossi di grande struttura e generosità sono maggiormente penalizzati. Si tratta spesso di etichette destinate a entrare in commercio qualche mese più tardi, o assaggiate comunque in una fase prematura. Quindi credo (spero!) che l’evoluzione in bottiglia possa smussare questo carattere eccessivamente spigoloso e nel tempo valorizzare la gran materia di fondo che comunque molti prodotti hanno fin da subito mostrato. Tra i nomi (noti) segnalo il Montepulciano di Pepe, raramente così “preciso” negli ultimi anni, il Bellovedere di La Valentina, il Tonì di Cataldi Madonna, il Mazzamurello di Torre dei Beati, il San Calisto di Valle Reale, il Vigna Franca dei Fratelli Barba e il Marina Cvetic di Masciarelli.

MONTEPULCIANO 2006

Annata che ho trovato molto equilibrata, con tanti vini che ho giudicato sopra i 15/20 (uso un sistema di punteggio stile Espresso). A profumi già discretamente formati ed espressivi, ho trovato abbinata una piacevolezza di beva interessante. Come al solito c’è traccia di qualche “rinfrescata” qua e la, oltre a qualche aggiunta di merlot e cabernet che non fa mai male. Tutto sommato però il giudizio è positivo, con alcune eccellenze. Torna finalmente Valentini, che non delude e ti coinvolge sempre in un dialogo vero e profondo con il bicchiere. Citerei, anche se su un livello diverso, un altro paio di “tradizionalisti”, come Filomusi Guelfi e Barone Cornacchia. Molto convincente poi la prova di Nicodemi, sia con il Neromoro che con il Nòtari. Qui vorrei aprire una parentesi sulla DOCG Colline Teramane che mi sembra si stia progressivamente “sgonfiando”: vini rossi di notevole potenza e di ottima confezionatura, ma che a mio avviso non hanno l’energia e la dinamica gustativa dei migliori montepulciano. Se proprio devo fare un nome, ne scelgo due: il tradizionale Fonte Cupa di Camillo Montori e la sorpresa dell‘Escol di San Lorenzo Vini (azienda in crescita), che non avevo mai assaggiato a questi livelli.

VINI DOLCI

Qui mi gioco un jolly, perché per tradizione l’Abruzzo non è mai considerata terra da grandi vini dolci. Eppure, a ben cercare, si trovano delle chicche che non hanno nulla da invidiare ai più rinomati vini da dessert nazionali. Penso soprattutto a 3 etichette che mi hanno veramente entusiasmato: il Montepulciano passito di Pietrantonj, vino completo con un’acidità e un tannino che lo rendono polivalente; il Clematis di Zaccagnini, ottenuto con un metodo simil-Solera, godurioso e di persistenza infinita; il Moscatello di Castiglione di Angelucci, ottenuto da un antico vitigno dimenticato e che, alla sua seconda annata, sta già mostrando una stoffa e una piacevolezza decisamente fuori dal comune.

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