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Via dalla pazza folla. Quarta parte: Alto Adige

Via dalla pazza folla è un vino desueto, che non sta sulla bocca del primo che arriva così come dell’esperto winewriter; via dalla pazza folla è un vino dalla personalità “sghemba”, a volte selvatica a volte candida, comunque pura e poco incline alle omologazioni; via dalla pazza folla spezza consuetudini per immaginarne altre. Potrebbe trattarsi di una etichetta prodotta da una realtà misconosciuta, oppure di una etichetta appartenente a una denominazione nota ma frutto di una interpretazione diversa e personale, e comunque non così affermata per quanto meriterebbe. Non si tratterà necessariamente di grandi vini in senso stretto, ma di vini che si fanno ricordare.Vuoi per quella virgola di carattere in più, vuoi per l’istintività, vuoi addirittura per l’ingenuità.

Le ragioni (parola grossa) che stanno alla base della serie “Via dalla pazza folla”  (nonché le suggestioni provenienti da Valle d’Aosta e Piemonte) le potrete leggere qui (leggi), nella  prima puntata. Nella seconda puntata sono andate in scena Lombardia, Emilia e Romagna (leggi). Nella terza Veneto e Trentino (arileggi qui). Oggi tocca all’Alto Adige. Su questa ragione (meglio, sui suoi vini) avevo diverse cose da dire, così l’abbiamo trattata “in solitario”.

ALTO ADIGE

Pensa che ti ripensa, dopo circa 350 assaggi consapevoli effettuati su altrettante etichette, sono arrivato alla conclusione che per tentare una ricognizione altoatesina via dalla pazza folla sarebbe stato necessario ricorrere a qualche paletto. Il paletto è stato: parlare quantomeno dei vini-vitigno più diffusi in regione, traguardandoli naturalmente secondo l’ottica “sghemba” che sta alla base di questa serie di pezzi. Il che ha significato raccogliere interpreti non propriamente à la page nell’intento però di comprendervi le diverse anime che innervano da sempre il tessuto produttivo regionale: cantine sociali, négociants (imbottigliatori) e vignaioli.  Non nego poi che il rapporto qualità/prezzo (nella globalità dei vini qui rendicontati entusiasmante) abbia pesato sulle scelte definitive. Ecco cosa ne è scaturito.

Intanto, non  potevo esimermi dal raccontarvi un vino di montagna, ma di montagna per davvero! Perché il vigneto da cui trae origine tocca i 900 metri slm, limite estremo per la viticoltura altoatesina. E questo è un fatto. Ma non è solo per questo: è che da tempo non ricordavo un Műller Thurgau tanto fine e ispirato (Feldmarshall escluso, ma qui “sfioriamo” l’ovvio) come il Műller Thurgau Graun 2009 (€ 9/10) dei Produttori Cortaccia (sì, una cantina sociale).  Una personalità ineludibile la sua, sostenuta da una “timbrica” aromatica seducente, da tanto dinamismo e da tanto sale. Il caleidoscopio dei profumi è affascinante, ben scandito, profondo, e incredibile è la capacità di resistere all’aria (provato a 5 giorni dall’apertura: un incanto!). Sono erbe alpine, menta, gioiosa florealità, sottile speziatura, buccia di pesca e salvia. Mi fermo qua. Non prima di confessare che starei ad odorarlo per ore. Non prima di raccomandarvi quel palato teso, affilato, lungo ed appagante. Una “lama” di purezza.

Da quando la casa vinicola Lun è entrata nel portfolio della Cantina di Cornaiano (Girlan), potendo disporre -oltreché di un marchio autonomo- di un parco vigneti specifico ed esclusivo (30 ettari o giù di lì), le cose, o meglio i vini, sembrano aver acquisito gli stimoli giusti per dare qualcosa di più. E a proposito di “più”, ecco che il più grande Pinot Bianco dell’anno (giudizio insindacabilmente personale) se ne esce da lì. Ma non vi parlo di selezioni, no, bensì del Pinot Bianco 2009 di Lun H. (€ 10/11), il fatidico “base”. Ebbene, il fatidico “base” ha un mare di sfumature da regalare e una seducente grazia espressiva. Quintessenziale, di “ricca nudità”, è un bianco trascinante, salino e roccioso, dalla dinamica coinvolgente. Un vino che difficilmente dimentichi.

Se vi devo parlare di Sauvignon, tipologia esimia da queste parti, e pure consacrata da critica e consumatori, mi sento di aggiungere che l’annata in gioco, la 2009,  forse non verrà annoverata fra le grandi vendemmie (e non solo in Alto Adige): comparti aromatici compressi quando non “latitanti”, un incedere non propriamente dinamico, “diatribe lievitose” al gusto. Certo, ogni consuetudine ha le sue eccezioni, ma tutto fa pensare che l’adattamento del sensibile vitigno agli accadimenti climatici (e microclimatici) del millesimo non sia stato ottimale.

Però, fra i conseguimenti via dalla pazza folla che ricordo ben volentieri, ci sta il Sauvignon 2009 (€ 9/10) di Ebnerhof , che Johannes Plattner “estrae” dal suo piccolo parco vigneti (conta al più 3 ettari, condotti in regime biologico) posto all’inizio della Valle Isarco, non lontano dalla conca di Bolzano. Perché la ritrosia aromatica -una aromaticità per la verità più sfumata che latente- non lede affatto l’agilità, la cremosità, il portamento (quasi da Sancerre), il crescendo di complessità e la sottesa mineralità di questo bicchiere. Io, per esempio, in sua compagnia sto bene.

Chardonnay. Al solo nominarlo si storcono i nasi degli eruditi. E con i nasi, le bocche. Sì, potrebbe sembrare anacronistico. Ancor di più in un contesto come questo. Negli ultimi volger di luna (negli ultimi giri di giostra) le derive finanche snobistiche degli œnophiles più smaliziati nulla perdonano a questo vino-vitigno, i cui privilegi paiono restare aggrappati solo e soltanto agli intoccabili e oramai storicizzati Borgogna. Però quando ti trovi a che fare con la limpida e delicata piacevolezza dello Chardonnay Glassier 2008 di Stefan Vaja-Glassierhof (un gruzzoletto di ettari a Egna, condotti in regime bio) capisci che ne puoi ben parlare, fuor di banalità, con la consapevolezza di proporre un vino di immediata quanto orgogliosa “matrice” territoriale, senza ridondanze e senza presunzioni. Un vino netto, appetibile, gustosissimo, riconoscibile e fiero, che costa sui 10 euro. E che per sincerità e trasparenza espressiva non puoi non considerare “via dalla pazza folla”.

Ma se ancora oggi esiste un vino che più di altri incarna l’anima sudtirolese più autentica, questi è il Santa Maddalena. Perché l’innata sua vocazione “gastronomica”, magari opportunamente stimolata dalla compagnia di certi inarrivabili speck, riesce ad onorare come pochi i veri doni inalienabili della sensibilità umana, quelli che attengono alla sfera della convivialità e della condivisione, sublimandosi spesso e volentieri nei fatidici “matrimoni d’amore” di veronelliana memoria.

Ecco, la reputazione di Franz Gojer, vignaiolo schivo ma interprete di primo piano del Santa Maddalena, deve molto alle sue uve di schiava, che continua a coltivare con scrupolo artigianale nel cuore storico della denominazione, su al Maso Glögglhof, nei pressi di Bolzano. Il Santa Maddalena Classico 2009 (€ 8/9), che alla schiava unisce un saldo di lagrein, è emblematico per equilibrio, espressività ed armonia, gentilmente fusi in un sorso pieno ma poco estrattivo, dalle “tonalità” delicate e dal frutto limpido di ciliegia. I preziosi risvolti floreali accompagnano un palato teso, reattivo, speziato, di istintiva godibilità. Un must da non mancare (che per una volta si “lascia dietro” anche il cru Rondell dello stesso vignaiolo), tanto da proporsi come riferimento assoluto nell’ambito della tipologia.

Sui Pinot Nero invece apriti cielo. E’ l’argomento principe su cui si misura, letteralmente, la sensibilità e la “vocazione” alla materia di ogni buon eno-cultore che intenda “sapere” di vino e pretenda di volertelo dimostrare. Io, pur non essendo avvezzo a misurare alcunché, non nego la predilezione verso l’oggetto del discutere, così come non nego l’incanto che -più di altri- mi regala un buon bicchiere di Pinot Nero. Annosa, nelle stanze della critica enologica, la discussione circa lo stato dell’arte dei pinonuar italici, condivisa quantomeno nella parte che individua nell’Alto Adige, e in certe sue sottozone privilegiate, la regione maggiormente portata a restituire nel bicchiere la proverbiale delicatezza del difficile vitigno borgognotto, assai “schifittoso” qualora non si trovi al posto giusto nel momento giusto.

Fra i vignaioli forse meno noti ma più interessanti del fitto parterre c’è sicuramente Ferruccio Carlotto, che insieme alla figlia Michela cura con estrema passione pochissimi ettari di vigneto suddivisi fra gli appezzamenti Paggen e Kreuzel di Mazzon (culla prediletta del Pinot Nero) e quelli di Ora (dove coltiva lagrein) per trarne dei vini raffinati, dal gusto infiltrante e mai banali. Così è per il loro sfumatissimo Pinot Nero Filari di Mazzon 2008 (€ 18/20), dal colore poco accentuato e dal naso “aereo”, lieve, prodigo di sottili rimandi minerali e di fragranze purissime che ricordano i frutti rossi del bosco. Un vino fresco, agile, ritmato, che si “muove bene” regalandoci una sensazione di preziosa eleganza -ormai distanti i lidi dell’accademia-, al punto da stagliarsi con merito nel panorama regionale e nazionale tout court.

Premesso che le uve lagrein che stanno alla base del vino di cui sto per parlarvi provengono da Gries (e in parte da Ora), dove questa varietà cresce molto bene; premesso che l’etichetta in oggetto appartiene alla linea alta della casa (Crescendo), posso anche confermare, dal mio personale angolo di visuale, che alla produzione della cantina Ritterhof (qui dove vigneti di proprietà convivono con l’opera di selezione delle uve presso sceltissimi conferitori) non fa davvero difetto l’affidabilità. Soprattutto quando alla conferma contribuiscono vini come il Lagrein Riserva Crescendo 2006 (€18/20), un rosso di inusuale dinamismo, se sto alle caratteristiche più comuni della tipologia, che ti conquista grazie alla tonicità e alla scioltezza nell’eloquio. Un Lagrein ottimamente sfumato quindi, polposo quanto vuoi ma senza una voce “di troppo”. Che riesce a concedersi persino intriganti accenni floreali, pensa un po’, oltre alle spezie, alle erbe aromatiche, al rabarbaro, in un “crescendo” di intensità e piacevolezza.

Difficile ignorare la produzione “in dolce” regionale. Non di rado significa bere bene per davvero. Alla nobile causa contribuisce stavolta un vino esemplare, che non affida all’appassimento le sue virtù ammaliatrici bensì ad una ispirata vendemmia tardiva, dalla quale raccoglie tutti gli stimoli necessari per ovviare a certi approdi fondati su densità, grassezza, dolcezza, estrazione ed offrirsi invece nel nome dell’agilità e della leggiadrìa.

Il Gewurztraminer Vendemmia Tardiva Pasithea Oro 2008 della Cantina Girlan- Cornaiano (€ 24/28) ha un naso che ti inchioda all’ascolto: albicocca, cedro candito, sottile “muffa”, esotismi fruttati, miele e uva spina, per un quadro raffinato e ottimamente scandito. In bocca è “melodioso”, quintessenziale, tonico, delicato e lunghissimo, senza pesantezze o stucchevolezze, senza “imposizioni” di materia e volume, dove la ricchezza aromatica del nobile vitigno resta incanalata in un disegno aggraziato fondato sulle mezze tinte. Insomma, finalmente un vino dolce da bere (e ribere) e non soltanto da assaporare.

Per terminare davvero via dalla pazza folla, vi dico che dalla famiglia Holzner di Prissiano -borgo incantato arroccato sulle colline di Nalles, in piena weinstrasse– troverete almeno due suggestioni che, da sole, possono valere viaggio e ritorno: le sfiziosità culinarie (e l’affettuosa ospitalità) del loro ristorante Zum Mohren, dove una cucina golosa e con i piedi per terra vi guiderà alla scoperta del gusto locale più autentico, rimodellato con equilibrio e mano gentile in piatti che difficilmente passeranno inosservati, e la proposta vinosa della casa, etichettata Schloss Wehrburg. Una produzione, quest’ultima, che viene praticamente “spazzata via” nelle sale del ristorante stesso e che il fitto passa parola dei gourmet va togliendo progressivamente dall’anonimato, aprendo per lei spazi di visibilità sempre più ampi. La nomea trova oggi conferma in una Schiava 2009 sottile e coinvolgente, che conserva il pregio di portare in dote il candore del vino finto-semplice: simpatia “a pelle” e beva incantevole. E’ Alto Adige fin nel midollo.

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