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Il gelato in bicicletta (mappa provvisoria di un ciclista goloso)

Lo confesso: non riesco fare a meno del gelato. Proprio adesso che l’autunno si sta trasformando in inverno mi prende sempre più spesso il raptus. L’estate si è sciolta in tanta acqua piovana e in un freddo che punge anche in pausa pranzo. Ma io prendo la bici e vado. Se non ci fosse dietro una pulsione conoscitiva o ossessiva, niente di che. Ma sull’universo gelato si scatena una tal serie di percorsi, quasi una poetica calviniana alla Signor Palomar, in cui alle cento delle Città Invisibili se ne aggiunge una che ancora non c’era, la città fatta dai percorsi del gelato. Città cancellata nella sua dimensione materiale, e ricostruita di punti e linee. Punti di scoperta e linee di percorso per raggiungerli.

Per puro caso la mia mappa-ragnatela si appoggia su una città reale, Milano, e su questa città di aria non lieve, semafori, marciapiedi, giornalai, take-away si intreccia la mia rete immateriale di connessioni golose. Ben lontana dall’essere definitiva, per carità. Ci sto lavorando.

Da dove cominciare? Dall’ultima scoperta. Gelato Giusto. Via San Gregorio è una via che mi piace. La imbocco perpendicolare all’enorme stradone Vittor Pisani (tra Repubblica e Centrale), dove i tassisti raggiungono velocità da urlo e i ciclisti si considerano bersagli mobili. Imbocco via San Gregorio e rientro nella civiltà. C’è vita, negozi, gente, auto in doppia fila. C’è normalità. Avanzo un bel po’ in direzione Buenos Aires, e il mio riferimento sono i giardini di via Benedetto Marcello. Lì è il momento di scendere dalla bici e cercare un palo dove legarla. Poco oltre c’è l’insegna di Gelato Giusto, ed entro nella minuscola gelateria. Pochi gusti per fortuna. I classici e gli stagionali. Se sono fortunato mi imbatto in Vittoria, l’artefice di quelle meraviglie. Ha lavorato e studiato pasticceria a Londra e Parigi. Capelli rossi, eterea, longilinea. Ogni volta mi sorprendo rivedendola; ho la sensazione che provenga dal mondo degli elfi e delle fate e che possa tornarci da un momento all’altro, o tuttalpiù che possa tornare in qualche capitale europea. E allora mi prende la compulsione di provare tutti i gelati fin che ci sono. Nocciola ottima, pistacchio di altissimo livello. I fondamentali ok. Autunno, ed ecco il marron glacé. Una rivelazione. Il migliore mai assaggiato. Ricco, pieno di pezzi di castagna, saporito ed equilibrato. Poi cantucci e vino passito, molto buono, e il gusto cachi, un bel banco di prova. Ottimo, ma lascia un po’ di ruvido sulla lingua. Il fatto è che al mercato si vendono i cachi ancora un po’ sodi, che lasciano la lingua un po’ contratta… Ah, se avesse a disposizione i cachi raccolti dalla pianta nei tempi giusti e lasciati maturare come si deve…

Esco felice da quel luogo incantato, dove tra l’altro da poco sono apparse anche le praline di cioccolato, ma prima di riprendere la bici passo un attimo in un punto. Nelle aiuole di via Benedetto Marcello ce n’è una più curata, con una magnolia e dei fogliettini appesi. In una foto, Falcone e Borsellino sorridono parlandosi. E lì il rumore della città si fa nullo.

Coraggio, pedalare e non mollare spazi agli automobilisti. Centrale-Repubblica-Turati, dall’asfalto da corsa si passa ai lastroni di via Turati. Più veloce vai e più la bici ti fa vibrare, le rotaie del tram sono una sfida all’equilibrio, ma via Turati vale la pena di esser pedalata; ha begli scorci di architettura razionalista e l’eleganza discreta delle vie dove si muovono un sacco di soldi.

Poi c’è Biancolatte, un rifugio di quiete dove entri e ti dicono “Buongiorno” sorridendo. Sembra poco ma a Milano ti scalda il cuore. È un caffè-gelateria dove si può anche mangiare e fare il brunch la domenica. È arredato con gusto, e mi dicono si mangi bene. Di sicuro il gelato è all’altezza. Mi piace la nocciola qui, che va nell’ideale gran girone delle nocciole della vita. Cioccolato fondente ottimo, pistacchio molto buono. E poi la crema. La crema è il mio feticcio. Ho un’ideale di crema assaggiata da bambino, e vado avanti cercando di ritrovare quel gusto. Naturalmente non la trovo mai (o troppo limone, o troppo uovo, o troppa vaniglia…), ma questa rende bene l’idea, è una gran bella crema. Inforco la bici, e mi dileguo verso i giardini di via Palestro. Un angolo d’aria serena dove mangiarsi un gelato.

Grom. Grom è un capitolo a parte, è una rete nella rete ideale delle gelaterie, perché a Milano ha aperto svariati punti vendita. Rimango in tema di vie lastricate e scelgo quindi quello di via Santa Margherita, vicino alla Scala. Da Turati quindi scendo tremolando sui lastroni verso il centro, passo sotto i medievali e massicci Archi di Porta Nuova, proseguo su via Manzoni, lasciandomi alla sinistra il distretto delle palanche di via della Spiga e Montenapoleone, poi mi ritrovo a un semaforo. Bello qua: ho a sinistra Palazzo Marino e a destra il teatro della Scala. Nei giorni lavorativi il fascino del luogo è cancellato dall’odio per gli automobilisti, in queste zone particolarmente inclini al delirio di onnipotenza. La domenica mattina questo posto si dà una calmata e rifiorisce. Ma non è domenica mattina, supero il teatro e butto l’occhio su, in alto a destra, al Trussardi alla Scala. Ogni volta vorrei leggere i visi delle persone che mangiano in un locale come questo. Saranno felici? Apprezzeranno i piatti di Andrea Berton? Manie ciclogastriche, ancora sette pedalate e sono davanti a Grom. Odio quando c’è la fila. Il fatto è che da Grom la fila è statutaria. Ci vuole, perché ti dà il tempo di scegliere i gusti e poi cambiare idea almeno tre volte, ma se diventa troppo lunga finisce che non ti ricordi più quali gusti avevi deciso e quando ti trovi davanti alla cassa spari i primi due che ti vengono in mente. In ogni caso, caschi sempre bene. Ho imparato a fare un patto di ferro con me stesso: decido i gusti fuori, entro e mi impegno a non cambiarli. Poi vedo il gusto del mese e i buoni propositi vanno a rotoli. La signorina mi fa: “Cialda o biscotto?” La prima volta non ci credevo. Qui ti chiedono che tipo di cono preferisci. Resto incantato ai gesti delle mani quando ti servono il gelato da Grom. Prima un vigoroso lavoro di paletta dentro il pozzetto d’acciaio per ammorbidire, poi una piega di polso per prelevare il quantitativo esatto e poi TAC, un colpo sul bordo con la paletta in verticale e i più bravi riescono a far scendere il gelato quel tanto che basta per accompagnarlo sul cono in rotazione. Una magia. Vorrei tornare bambino per poi ricordarmelo per tutta la vita. Di Grom adoro il pistacchio. Forse il migliore, tanto che lo chiedo sempre per primo, così mi rimane in fondo al cono. Confesso di non aver mai preso un gusto frutta da Grom. Ebbene sì. Quando hai quella nocciola “gentile” ma così tattile, una noce meravigliosa, un cioccolato così intenso, non riesco a chiedere un gusto frutta. Mi spiace. Ma una cosa mi emoziona più di tutte da Grom. La panna montata. Non stiamo parlando di cose normali, questa è una panna ultraterrena, terapeutica, una coperta di Linus. Compatta, leggera e pesante allo stesso tempo, quasi l’alfa e l’omega, un gusto indicibile. Ma su che pianeta la fanno? Oppure: perché gli altri non riescono a farne una cosa così? Uscito dalla gelateria finisco sempre per fare due stradine costellate di banche che mi ricordano il deposito di Zio Paperone, e spunto in piazza Cordusio. Peccato non ci siano panchine decenti, l’ex tempio della finanza è una dannazione per i ciclisti per via del reticolo di rotaie e l’interdizione al traffico, ma è una gioia per il flaneur metropolitano. A proposito. Siccome il gelato di Grom dura a lungo (con quello che costa, meglio farselo durare), se è sera, ma solo se è sera, è il caso di proseguire per duecento metri verso sud, ed entrare in piazza degli Affari. Col buio questa piazza diventa potentissima. Ti prende, ti rende piccolo piccolo e ti fa sentire in mezzo a un quadro di De Chirico. Talmente bianca da sembrare finta, silenziosa da sembrare grottesca. La piazza metafisica per eccellenza. Bianco sul bianco, al centro della piazza, si alza il dito medio di Cattelan. Peccato sia un’installazione temporanea, sembra lì da sempre. Quindi, affrettarsi metafisici!

Verso ovest, ancora verso ovest! E allora via, nelle viuzze misteriose di questa parte della città dove la discrezione e il riserbo sembrano valori assoluti, via verso via Santa Maria alla Porta, e poi su nella bella via San Giovanni sul Muro (il nome è un po’ strano, se uno ci pensa), poi largo Cairoli, Foro Buonaparte, su verso Lanza (e dagli di pietroni!), su ancora ad infilarsi nella porta dell’Oriente, ovvero la Chinatown di Via Bramante e via Paolo Sarpi, da mesi letteralmente bombardate con l’astuto piano di scacciare i cinesi, che qui si sono comprati tutto. Le aiuole-voragine hanno allontanato i furgoncini, e i cinesi non se la prendono, riforniscono i loro negozi con le biciclette, uno scatolone alla volta. Anch’io passo in quelle strade con l’orgoglio da ciclista braccato. E mi dirigo verso l’uscita, verso il piazzale del Cimitero Monumentale. Il povero Manzoni mi scuserà se sfreccio costeggiando il luogo del suo riposo assai di fretta. Corro verso una meta importante: mi intossico in viale Cenisio, lotto aspramente ai semafori per la pole position, rischio grosso per le auto in doppia fila, poi svolto brusco a sinistra verso via Castelvetro. Le statue inquietanti del chiesone di via Lomazzo mi seguono con lo sguardo quando lego al palo il mio mezzo ed entro al Massimo del Gelato. Con la brutta stagione non occorre fare a botte per lo scontrino dalla sorridente signora. Non la so immaginare in altre situazioni la signora del Massimo del gelato: l’ho sempre vista lì, alla cassa, sorridente a fare gli scontrini. “Ha venti centesimi? Così mi aiuta col resto”. Certo, eccoli, e poi via davanti al bancone. Qui è dura. Tanto per cominciare ci sono otto tipi di cioccolato. Fate voi. Poi il gusto mandorla, molto granuloso, che mi piace un sacco, la nocciola che è spaziale, un gusto antidepressivo che si chiama biscuit ed appartiene alla linea dei gelati pastrocchioni con un sacco di roba (cioccolato bianco? Biscotto dell’infanzia? Variegature varie?) moralmente disdicevoli, ma irresistibili… E poi il capitolo a parte. Pistacchio salato. Guai lasciare il pianeta senza averlo assaggiato. Il ciclista che è in me riprende la bici con lentezza, appagato, si trascina ai giardinetti di Piazza Gerusalemme e si fissa a guardare le rotaie del trenino dei bambini. Un pistacchio così ti porta dritto nell’infanzia. Quando scoprivi l’esistenza di cose strane e nuove, come quando per la prima volta hai assaggiato l’amaro della birra.

Ma per adesso la mia rete di richiami si interrompe qui. I gelati da ciclista goloso non sono certo finiti, ma è un lento processo: si spera sempre in nuove illuminazioni. L’ultimo pensiero va a un gelato che nella stagione fredda non si può assaggiare: da metà ottobre in poi il baracchino di Sartori (dietro la Stazione Centrale) chiude, fino a primavera. Peccato perché è un’oasi, lungo i muraglioni della Stazione, allo sbocco di un tunnel pestilenziale, in zone non bellissime. Ma è anche una fortuna, perché ricorda che per ogni cosa c’è un tempo. E che il prossimo anno in primavera, si rialzerà la saracinesca e il gestore sarà di nuovo lì in quello sgabuzzino ad estrarre gelati e a bofonchiare contro il traffico.

Ecco qua una mappa (assai artigianale) de Il gelato in bicicletta

Per le immagini, tranne la prima, © delle rispettive gelaterie.

3 Comments

  • Maria Pelletti ha detto:

    Ciao Paolo,non ti dico quanto mi e’ piaciuto il tuo racconto e,dato che sono una ciclista anch’io (ora ahime’ quasi in pensione)

    ti ho seguito con la fantasia pedalando lungo il tuo giro e,per l’entusiasmo con il quale hai raccontato la bonta’ di tutti i gusti

    mi sembrava di assaggiarli.

    Ti aspetto qualche volta qua da noi,dove abbiamo un ottima gelateria in piazza del duomo,lo proveremo insieme. maria

  • Christian ha detto:

    .. bello questo percorso urbano..

    Vittoria di Gelato Giusto è davvero una grande! Non lo dico solo perchè è diventata una mia amica. Ma perchè assaggiando le sue creazioni ed ascoltando come le prepara, si sente la sua passione.

    Il gelato di Biancolatte non l’ho ancora assaggiato. Posso confermare che si mangia molto bene ed è vero che il posto “scalda”.

    Massimo del Gelato: mi piace.ma preferisco le granite: la mandorla è paurosa. il pompelmo anche. la coda è snervante.
    La signora mantiene la sua flemma anche in situazioni difficili.

    Da provare PAGANELLI. Carissime persone che, come Vittoria, trasmettono davvero molto sia a livello emozionale, assaggiando i gelati, che come passione.
    Aspetto tuo giudizio in merito..

  • Paolo ha detto:

    @ Maria: grazie mille, mi fa un sacco di piacere. Allora, preparo la bici per quando scnedo giù! Ma quest’anno per Natale quale meraviglia gastronomica ci prepari?
    @ Christian: sì, lo conosco Paganelli, ci vado spesso, ma soprattutto in primavera-estate. Di lui preferisco (strano!) i gusti frutta, specie la pesca e la ciliegia, che tiene solo per poche settimane quando le ciliegie si trovano a prezzi abbordabili e ben mature. Le sue creme, che sono molto particolari (a me piace il gusto brigidino, viste le sue origini pistoiesi), a volte le trovo un po’ troppo azzardate negli abbinamenti.
    ciao!

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