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Tutti i colori del Bianco

ROMA – “Tutti i colori del Bianco” è stato il titolo di un interessante appuntamento enoico di questo autunno. Ideato dall’associazione Go Wine, d’intesa con il Consorzio Tutela Vini Soave e Recioto di Soave, si è svolto lo scorso 19 ottobre a Roma nelle sale dell’Hotel Quirinale. Obiettivo dichiarato era quello di dare valore e risonanza al tema – quanto mai sottovalutato qui da noi – della longevità dei vini bianchi.

Chiunque abbia un minimo di confidenza con la bevuta consapevole sa bene che spesso alcuni vini bianchi con qualche anno sulle spalle sono ancora assolutamente integri e capaci di emozionare. Accade  invece che nell’immaginario del bevitore medio bere in bianco significhi quasi sempre bere vini d’annata. Vuoi per ragioni commerciali, che spesso spingono i produttori a rilasciare sul mercato vini “prematuri”, vuoi per una popolare cultura che associa automaticamente al bianco l’etichetta di vino più semplice e immediato, sta di fatto che da noi, allo scoccare del primo anno d’età, i bianchi diventano immediatamente decrepiti e buoni solo per cucinare. Niente di più falso e niente di più sbagliato! Che i vini bianchi siano generalmente meno longevi dei rossi è un dato oggettivo. Ma è altrettanto palese che tra i vitigni a bacca bianca ve ne siano alcuni che riescono ad esprimere a pieno le proprie potenzialità solo dopo un giusto periodo di affinamento. Penso, tanto per fare qualche esempio, ai nostrani verdicchio, vernaccia, garganega, fiano o greco. Oppure, per citare un caso eclatante e di fama internazionale, al riesling, che da giovane attraversa una vera e propria fase di chiusura, da cui riemerge dopo almeno 7-8 anni, diventando quel fuoriclasse ammirato dagli appassionati enofili di tutto il mondo.

Ho quindi particolarmente apprezzato questo tentativo di sottolineare la capacità di invecchiamento come fattore che attribuisce più rilievo ad un vino, e che può offrire un ulteriore spunto per comunicare prodotti che hanno un’identità precisa ed un riferimento territoriale importante. D’altronde di territori a vocazione bianchista è fortunatamente piena la nostra penisola! Come ha raccontato Massimo Zanichelli sul numero speciale della rivista Go Wine, uscito apposta per l’occasione: “Dai bianchi di montagna di Valle d’Aosta, Alto Adige e Trentino alle pendenze “eroiche” delle Cinque Terre, d’Ischia, di Furore e dell’Etna; dalle matrici vulcaniche di Soave, Gambellara, Breganze e dell’Irpinia ai graniti della Gallura; dalle colline di Langa a quelle friulane di Collio e Colli Orientali: la geografia del bianco nazionale è un pullulare di situazioni e caratteri da scoprire e da conoscere. E poi gli stili. Sempre più acciaio, con riduzioni sotto azoto in vinificazione, batonnâge e soste più o meno prolungate “sur lies” per gli affinamenti; il legno, naturalmente, più o meno grande, più o meno piccolo, più o meno nuovo; le vendemmia tardive e le surmaturazioni; le macerazioni sulle bucce di scuola più o meno biodinamica o “naturale”. E infine i registri espressivi. Il bianco esotico, burroso, morbido, aromatico, fruttato, alcolico, suadente, fragrante, stilizzato, minerale, salato, acido, fresco… Una molteplicità di spunti e stimoli per rivedere e riconsiderare, o anche più semplicemente per riaffermare, tutte le virtù del bianco italiano d’autore .”

La selezione delle etichette in assaggio è stata ampia e ben costruita: ogni vino era presentato nell’ultima annata in commercio e in una versione vecchia di almeno 3 anni. Una sorta di miniverticale che ha offerto l’occasione per verificare, ancora una volta, come un vino di razza, quando è tale, prescinde dal colore. Avrei voluto recensire tutte le oltre sessanta aziende rappresentate, ma per ovvi motivi devo limitarmi ad una decina. Quello che segue è, in ordine alfabetico, un elenco personale dei vini che mi sono rimasti più impressi. Non faticherete a ritrovarvi alcuni dei più grandi bianchi d’Italia!

BUCCI
Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Villa Bucci Riserva 2007 e 2004
Da anni riferimento per la tipologia, con vini sempre equilibrati, eleganti, mai “forzati”. Impeccabili e buonissime entrambe le annate. Il 2007 appena un po’ più timido all’approccio, esce poi fuori con una bella progressione gustativa e un finale lunghissimo. Il 2004 ancora perfettamente integro, saporito, in splendido equilibrio fruttato-minerale.

DIPOLI PETER
Alto Adige Sauvignon “Voglar” 2008 e 2005
Grande appassionato e conoscitore di vini, Peter Dipoli è un grande della viticoltura d’altura. I suoi sauvignon sono di una freschezza e di una precisione che ha pochi rivali. Qui ho preferito il 2008, molto aromatico, sapido, succoso, godibilissimo.

GINI SANDRO E CLAUDIO
Soave Classico “Contrada Salvarenza Vecchie Vigne” 2007 e 2006
I Soave della famiglia Gini provengono dai più vocati terroir della zona classica. Qui il 2006 è inarrivabile. Tagliente, minerale, di vibrante acidità e purezza espressiva. Irradiante.

LE DUE TERRE
Colli Orientali del Friuli “Sacrisassi Bianco” 2007 e 2006
Piccolissime produzioni contese ogni anno dagli appassionati. I vini dei coniugi Basilicata sono lineari, rigorosi, accuditi con passione. Interventi ridotti al minimo (no concimi, pochissima solforosa, niente filtrazioni ne chiarifiche) per un risultato che porta nel bicchiere bianchi di grandissima classe, eleganti e minerali.

CUOMO MARISA
Costa D’Amalfi Furore bianco “Fiorduva” 2008 e 2005
Viticoltura eroica. Vigneti di lunga storia, a strapiombo sul mare. Vitigni autoctoni dal nome dimenticato. Tutto questo e molto più e il vino di Marisa Cuomo. Il 2005 è affascinante, con i suoi rimandi tropicali, speziati e di rosa. Il 2008 è più pronto e immediato, ma conserva intatto il carattere e la sapidità.

PANIZZI
Vernaccia di San Gimignano Riserva 2006 e 2001
Sulla grandezza del personaggio non ho nulla da aggiungere se non invitarvi a leggere qui. Sulle sue vernacce che dire? Secche, austere, di grandissimo fascino.

SAN LORENZO – CROGNALETTI
Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Ris. “Vigna delle Oche” 2006 e 2004
Natalino Crognaletti è un personaggio autentico e schietto, come il carattere dei suoi vini.  Ha sempre puntato sul potenziale evolutivo dei suoi verdicchi e il Vigna delle Oche ne è buon esempio. Entrambe le annate sono ricche di profumi, sapide e generose, traboccanti di sapore, minerali come vuole la tipologia.

ZIDARICH
Carso Malvasia 2007 e 2004

Carso: terra di pietra e vento, dove regna “la supremazia della luce”, per dilla alla Porthos. Zidarich ne è uno dei più bravi interpreti. Le sue malvasie (ma anche le vitovska) sono profonde, di carattere, e fedelmente territoriali. Stupenda la 2007, piena, ricca, di gran tensione acida.

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